Ritratti d’autore

Il Nullafacente, l’ultimo lavoro drammaturgico di Michele Santeramo, del quale è altresì il protagonista principale, suscita alcune riflessioni riguardo i comportamenti umani e le loro possibili sfaccettature. Modalità del vivere sociale contemporaneo ormai acquisite e quasi nemmeno più riconoscibili a livello cosciente. Per comprenderne più a fondo l’impronta filosofica che aspira a destrutturare il tempo e a suggerire un suo migliore utilizzo, abbiamo sentito la necessità di chiedere alcune precisazioni direttamente all’autore. Ecco cosa ci ha risposto.

Da dove prende spunto per le tematiche dei suoi testi drammaturgici, dal contesto storico-sociale o dalla vita personale?
Michele Santeramo
: «Lo spunto per me è sempre l’osservazione della realtà che mi sta intorno, e ovviamente della quale faccio parte. Ho scelto di vivere in un paese, perché i paesi sono posti in cui gli abitanti sono sempre in passerella. Riconosci i tipi, i caratteri, come personaggi in commedia. Non sono mai folla. Parto del presupposto che i personaggi si portano addosso storie, e che le storie rimandino ai temi. Quando scrivo, più riesco ad andare a fondo nella vita ipotetica di ogni singolo personaggio, e a radicalizzarlo nel suo contesto, tanto più credo di avvicinarmi alla descrizione di caratteri che possono essere riconosciuti ovunque».

Ne Il Nullafacente la destrutturazione del tempo abbinato alle aspettative personali trovo sia un argomento molto interessante, dal respiro filosofico. Lei lo ha messo in pratica prima di scrivere il testo?
M.S.
: «Ho provato, è molto faticoso. Il Nullafacente è dotato di una volontà e una determinazione che non sono mie. Però, la riflessione su questi temi ha indubbiamente cambiato, anche nel mio modo di fare e pensare, alcune piccole cose nel rapporto personale col tempo». Sono dell’opinione che non sia possibile applicare questa visione della vita alla società, almeno a tempi brevi; infatti i personaggi dello spettacolo non si comprendono tra di loro, dato che non tutti agiscono allo stesso modo. Ideologicamente, al contrario, lo trovo molto più saggio dell’attuale impostazione della vita contemporanea. Per lei, era una provocazione? E se sì, a quale scopo?

M.S.: «Il Nullafacente è un personaggio estremo. So bene che nell’immediato le sue teorie e la sua pratica sembrano inattuabili. Ma voglio credere che sia solo una questione di “tempi brevi”. Alla lunga, la disumanità alla quale questo tipo di società ci sta lentamente abituando verrà fuori, e le persone dovranno decidere cosa fare, come comportarsi, se continuare a credere che sia giusto fare, o cominciare a pensare cosa non fare. Nella mia intenzione, il testo non è una provocazione: è solo uno spunto di riflessione, una maniera di mettere allo specchio alcuni nostri comportamenti e cercare di capirli meglio. Lo specchio è Il Nullafacente». Al Teatro Era, dove ho assistito alla performance, lo spazio era molto ridotto, gli interpreti a stretto contatto con il pubblico. Poiché il testo, le parole de Il Nullafacente sono determinanti e non se ne può perdere nessuna, così come i suoi silenzi, non riuscirei a immaginarlo in teatri più grandi. Andrà, quindi, in scena solo in piccoli spazi o prevede un adattamento per teatri di normali dimensioni?
M.S.
: «Roberto (Bacci, regista dello spettacolo, n.d.g.) ha in mente differenti soluzioni per adattare lo spettacolo ad altri spazi, anche più grandi. È necessario però che lo stesso non perda una delle sue qualità, che Roberto ha suscitato con la sua regia: lo spettacolo non si rivolge al pubblico ma cerca lo spettatore. Sembra una distinzione labile, invece non lo è. I vari adattamenti dello spettacolo agli spazi che lo ospiteranno terranno conto di questa necessità».

Teatro Minimo è inteso anche come intimo, nei suoi più vari significati?
M.S.
: «Teatro Minimo è un’esperienza chiusa. È stato intimo, per certi aspetti, a volte piacevole e a tratti meno. In ogni caso, non esiste più».

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