Ritratti d’Autore

Incontriamo Michele Santeramo, co-fondatore di Teatro Minimo, compagnia nata dall’incontro con Michele Sinisi, che con Il guaritore, l’ultimo spettacolo prodotto con Fondazione Pontedera Teatro in collaborazione con Riccione Teatro e Festival internazionale Castel dei Mondi di Andria, sta girando e conquistando i palchi di tutta Italia.

Iniziamo con Teatro Minimo, la compagnia che lei ha fondato con Michele Sinisi e Vittorio Continelli. Semplicità sovrastrutturale, densità concettuale e complessità narrativa sono elementi che abbiamo riscontrato più volte e in un felice e convincente connubio nella messa in scena dei suoi testi: facendo anche riferimento alla collaborazione ormai consolidata con un centro di eccellenza come la Fondazione Pontedera Teatro, ci racconta che tipo di ricerca state portando avanti?
Michele Santeramo: «Quello che è cominciato nel 2001 con Murgia e che poi è proseguito, dopo vari spettacoli, nel 2007 e fino ad oggi con la Fondazione Pontedera Teatro, è un percorso di scrittura e messa in scena dei testi molto legato all’ascolto del territorio nel quale viviamo. Sono infatti sempre più convinto del fatto che le storie, per poter aspirare a diventare universali, devono raccontare le relazioni tra le persone; per scoprire quelle relazioni è necessario approfondire la ricerca dentro quel che si conosce meglio. Perché la storia di privazione di un contadino pugliese costruisce intorno a quella stessa persona relazioni simili a quelle che possono capitare a un operaio norvegese o chissà chi altro. La semplicità è una cifra che cerchiamo in tutti i livelli del nostro lavoro, convinti come siamo che il teatro debba essere un luogo di incontro che deve appartenere a tutti. La difficoltà con la quale proviamo a raggiungere quella semplicità, è e deve rimanere nascosta allo spettatore, così come la fatica di chi lavora in sala macchine deve rimanere nascosta ai passeggeri della nave (così, traducendo alla men peggio, sosteneva Celine)».

Quali sono le principali difficoltà, anche economiche, affrontate da una compagnia teatrale che, in tempi di crisi, punta su produzioni di qualità e giovani autori?
MS
: «In Italia sembra esserci un masochistico divertimento che mira a rendere complicata ogni avventura produttiva, e non mi riferisco solo al teatro. Gli orpelli e gli obblighi che esistono intorno a ogni singolo lavoratore, sembrano a volte fatti apposta per scoraggiare chi vuole produrre spettacoli e lavoro. Questo non riguarda solo noi ma tutti quelli che operano nel settore teatrale e, temo, non solo teatrale. Vendere uno spettacolo di un autore vivo (preferisco questa alla definizione di autore contemporaneo perché spaventa di meno e non fa pensare a opere intellettualistiche) è certamente più difficile perché ogni replica venduta deve prima scardinare due presunte difficoltà: quella del direttore artistico che ritiene di avere un pubblico a cui non si può offrire altro che classici; quella del pubblico abituato a un direttore artistico che offre solo dei classici. I nostri spettacoli parlano alla gente, secondo la regola eduardiana di mettere in scena personaggi in mezzo ai quali lo spettatore possa riconoscersi. Ma una volta superato questo scoglio, le difficoltà sono in realtà appena iniziate. Perché ormai, a causa di questa sbandierata crisi che diventa ombrello per proteggere ogni cosa, comincia alla fine della replica il tortuoso percorso del farsi pagare. Com’è noto, i contratti hanno lo stesso valore della carta straccia, e per chi non vuole immediatamente ricorrere ai servizi di un qualunque avvocato, comincia il tempo delle telefonate per farsi pagare. In questo panorama è complicato stare a galla, ma d’altro canto è necessario provarci. Noi da qualche tempo produciamo spettacoli con nove attori (Arte della commedia), con sei attori (La rivincita), con cinque attori (Il guaritore) e grazie alla collaborazione con la Fondazione Pontedera Teatro riusciamo ancora a distribuire i nostri spettacoli».

Quella per il teatro è una forma particolarissima di scrittura. La sua, estremamente concreta perché parla di storie nate dal territorio, sembra aver trovato proprio con il teatro un perfetto sposalizio (come dimostra, per esempio, la vittoria del Premio Riccione per il Teatro de Il guaritore): ci parlerebbe del suo processo creativo? E in relazione ad esso, a suo modo di vedere l’arte dovrebbe prendere spunto dal reale con intenti morali e politici (di cambiamento) o descrittivi ed estetici?
MS: «Penso che la scrittura per il teatro debba radicarsi fortemente nell’attualità, prendendo spunto da quella per definire come cambiano le relazioni tra le persone. Se così non fosse, non ci sarebbe motivo di scrivere ancora, dopo Shakespeare, Moliere ed Eduardo. Di fatto, il territorio e i suoi abitanti sono il primo spunto per la mia scrittura. Sono rimasto molto influenzato dalla definizione che offre Eugenio Turri del paesaggio: la relazione tra il territorio e i suoi abitanti. In questo senso io racconto sempre di paesaggio, perché provo a mettere le persone in relazione a un determinato territorio allo scopo di cercare una assoluta specificità, grazie alla quale riuscire a individuare con esattezza le condizioni delle persone e le loro relazioni. Se questo percorso riesce, quelle storie così raccontate possono diventare universali».

Il suo è un teatro di narrazione, uno dei pochi che utilizza con ricercata cura il dialetto: qual è il suo rapporto con la tradizione drammaturgica italiana?
MS
: «Ho un riferimento costante, che è Eduardo. L’utilizzo del dialetto, o almeno di un giro di farse preso sempre a prestito dalla lingua parlata, fa parte del ragionamento sul territorio e sugli abitanti. I personaggi prendono la lingua che descrive il loro paesaggio, una lingua che per stare in scena, a mio avviso, deve essere concreta».

Veniamo in maniera specifica al suo ultimo spettacolo, Il guaritore, che brilla per la riuscita sintesi autorale/attorale/registica. La guarigione come metafora del prendere una decisione con consapevolezza e assumersi la propria parte di responsabilità: quanto è inattuale e necessario un simile messaggio in una Italia, oggi in grande difficoltà e incapace di fare i conti con se stessa?
MS: «Quando ho cominciato a pensare a questo personaggio, le riflessioni su quel che vedevo accadere intorno sono andate proprio nella direzione di comprendere quali fossero i motivi del diffuso, sottile malessere nel quale sembra che le persone siano costrette a vivere. Il problema spesso irrisolto tra desiderio e bisogno, conduce molto spesso a indefinite condizioni di malessere. Molto spesso, questo malessere non viene detto, viene considerato parte della normalità, come cosa diffusa tra tutti, dunque accettabile. Ma questo percorso porta a vivere quel malessere personale come una specie di dittatura: ciascuno è continuamente di fronte a quel che non va bene, e non riesce più a guardare oltre. Così ci diventa necessario tutto e sparisce la differenza tra desiderio e bisogno. Ogni cosa desideriamo diventa fondamentale e tutto il nostro benessere è conseguenza dell’ottenimento di ogni e più piccolo desiderio. Siccome molti di quei desideri sono diversamente indotti, si corre il rischio di condannarsi all’infelicità. Ho scoperto che la guarigione proposta dal guaritore, la leggerezza che lui dice essere necessaria, la volontà di assumersi la propria responsabilità e provare a mettersi in relazione con altre storie, è una soluzione che la gente condivide, alla quale aspira. Non credo che in Italia oggi non ci sia voglia di assumersi responsabilità: il problema è che molto spesso i nostri opinion leader, quelli che vanno in televisione, per mestiere ormai svicolano dalle responsabilità e dipingono il ritratto distorto di un Paese disposto invece a mettersi in gioco e migliorarsi».

Si aspettava questo successo contemporaneamente di pubblico e di critica? Quale dei due, per lei, è più importante: il riscontro dei primi o quello degli addetti ai lavori?
MS: «Speravo che lo spettacolo venisse accolto con favore, perché la storia che racconto mi appartiene profondamente e poterla condividere con un numero vasto di persone è il motivo per cui l’ho scritta. Penso che il dialogo tra teatranti e critici, in ogni sua forma, sia da stimolo per il vero obiettivo comune, che è quello di riempire i teatri di pubblico curioso di mettersi allo specchio o di “riconoscersi tra i personaggi in commedia”».

Una chicca per il pubblico romano. Ci darebbe la sua opinione sulla situazione del Teatro Valle Occupato, in cui lo spettacolo è recentemente tornato in scena dopo la fortunata esperienza dell’anno scorso con La rivincita?
MS: «L’esperienza del Teatro Valle, comunque la si veda, non può non essere riconosciuta come dirompente e per certi versi rivoluzionaria. Si può essere o meno d’accordo con le soluzioni che il collettivo cerca e propone, non si può dire invece che quelle soluzioni scardinano un sistema che va ripensato. Il mio rapporto con le persone che abitano e rendono vivo il Valle è straordinario: la collaborazione che abbiamo potuto sperimentare ha portato risultati tutti visibili e misurabili. Io penso che quella del Valle sia l’esperienza che tutti dobbiamo custodire perché rappresenta in maniera viva la necessità del teatro come bene che appartiene alla comunità. Il teatro Valle ha rimesso al centro il valore di questa parola, a cui siamo disabituati: comunità».

Una chicca per tutti, invece: quali i prossimi progetti in cantiere?
MS: «Il 16 aprile uscirà nelle librerie il romanzo che ho scritto, edito da Baldini e Castoldi, tratto dallo spettacolo “La Rivincita”, di cui conserva il titolo. Per il teatro invece sto scrivendo il testo dello spettacolo “Alla Luce”, prodotto dalla Fondazione Pontedera Teatro, per la regia di Roberto Bacci, che debutterà nella stagione 14/15. Con teatro minimo, insieme a Michele Sinisi, lavoriamo ad un nuovo progetto che dopo l’”Amleto” monologante di Sinisi, concentra l’attenzione su “Riccardo III”».

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