L’utopia possibile

TrasparenzeCi vuole passione per parlare di teatro. E per farlo, il teatro, anzitutto. Defilarsi dalle pose e dalle posizioni. Dagli ammiccamenti e dalle autoreferenzialità. Che a ripeterlo sembra di blaterare, sembra di assumere tonache da samaritano, da moralismo spiccio, sofista, a buon mercato. Ma la necessità della parola e dell’azione (nell’occasione scenica, drammatizzata) incalza in questo tempo di oscurantismo, di prevalenza di culture prevaricatrici, sovraniste, discriminatorie

Bergonzoni, dalle pagine dell’Avvenire di qualche giorno fa, lo definisce il tempo dell’aporofobia: l’intolleranza al povero, al senza voce, al senza potere. L’atto di violenza verso i “nessuno”, i non allineati, per scelta o per impossibilità; dimostrazione di forza squadrista di un rinnovato ed estremista, pericolosissimo, raccoglimento populista e borghese. La borghesia dei piccoli, a concime delle filosofie delle destre “sociali”, organizzata ben presto in tirannia.
Ci vuole passione, quindi. Parola che nella radice, porta il verbo patire (passus), un atto di resistenza più che di defezione (patire significa etimologicamente sopportare), un atto di reazione intimo ed efficace a qualcosa (o qualcuno) provocante sentimento negativo. E mutare in magnifico e ribelle incanto, in costruzione immaginifica, in meccaniche mirabolanti. Mutare in linguaggio e in azioni “fuori luogo” – come ricorda Stefano Tè, demiurgo di questa macchina meravigliosa, ai microfoni di Rai Tre – per disistruirsi dagli indotti e dagli indottrinamenti da pensiero unico. Ritornare all’uomo l’idea, la sensazione, il sentimento di libertà. Bandita come utopia. Utopia essere libero, pensante, padrone di sé. Utopia agire di fratellanza. Utopia premeditare uguaglianza.
Muovere utopie dunque, a didascalia di Trasparenze – Festival da anni ormai luogo di incontro e di aggregazione artistico/culturale di quanti credono e operano nel teatro – assume un significato profondo, al di là di propagandismi dialettici. Rispondere (e corrispondere) all’uomo quello smisurato orgoglio dell’estendere il proprio pensiero, la propria immaginazione, in materia ricreata e ricreativa. E perciò agire. Un potente atto politico. Ed etico. Un potente atto di restituzione del significato di essere uomo e delle possibilità conseguenti.
Urgono queste premesse per dire di Moby Dick. Scaturite e determinate dall’osservazione dell’opera. Uno sguardo sicuramente allenato, indubbiamente non scevro da condizionamenti di forma, teorici e tecnici, ma allo stesso tempo smentito nelle “credenze” da un fenomeno creativo capace di rimanere impresso in coscienze e memoria.
Un gigantesco palco mobile, trainato in scena da energumeni, e anticipato da una folla di bambini, allegoria di speranza, di futuro possibile, innocente. Un enorme palco che porta su una ciurma di musicisti e acrobati, di trampolieri e attori; che porta su una compagnia di artisti, capaci di fare tutto, di rimanere sospesi in aria a dieci metri d’altezza e scuoterci; di proferire parole e ammaliarci, di danzare, comporre, emettere suono e voce per non rimanere chiusi e impauriti dentro di noi. Un enorme palco trasformato in un vascello. Con tanto di alberi issati e di vele spiegate. Il mutamento dalla forma originaria, in corso d’opera, e il mutamento della condizioni interiori e di sguardo.
Il pretesto è un romanzo popolare. Nell’accezione di notorietà del termine. Un romanzo di cui si sa anche senza nemmeno averlo letto. Evocativo, di per sé. Simbolo di sconfinamento (il mare come luogo d’azione alieno dai consueti tragitti), dell’idea folle di uno portata in spalla da una moltitudine, la caparbietà della sfida. La filosofia del leviatano, della “cosa” statale che fa dei cittadini sudditi… rinuncianti alle proprie libertà per ragioni di governo…
Tecnicamente, è un assemblaggio orchestrato multidisciplinare di costruzioni e decostruzioni materiche, drammatiche e dialettiche e ricomposto dal principio individuale. La ricerca a monte, certosina, di dramaturg e regista, nutrimento per ricreazioni artistiche dall’autocoscienza attorale (collettiva e soggettiva).
Lo spazio della scena che ridiventa il luogo rituale, riportando il teatro nell’originario significato di manifestazione collettiva di culto in aree ritenute sacre. Un culto laico, in questo caso.
La drammatizzazione a dare senso e direzione al significante, all’espressione innata. Poco importa se si avverte un senso di incompiutezza nel dare sazietà alle aspettative drammatiche (fra i commenti degli spettatori il desiderio di “racconto”). La policromia di materiali fisici, d’immagine e linguistici, ricrea una moltitudine di sguardi prospettici per cui fruire dell’opera. E rinnovarsi, nel tempo, in molteplici fioriture di riflessione, coscienza e ricreazione.
C’è il disincanto dell’adulto nell’illusione di avere la meglio sul proprio destino, e riproporsi quindi nel senso tragico del concetto di superuomo, allontanando la morte nel ritorno al “gioco” fanciullesco, incosciente. C’è la lotta contro il sovrumano, incarnato nel mostro marino, risoluta in scena da una paradossale complicità e comunione tra nemici. C’è il superamento di sé per cause collettive.
E scene, in frammenti figurativi composti tra le pieghe del tessuto drammaturgico principale, colme di metafora subitanea, a contribuire a una relazione intensa, focale, e al contempo disincantare, sciogliere. Dal sottopalco, ad esempio, appaiono – dagli abissi probabilmente – uomini di colore, migranti, portatori di sguardi sulla folla attoniti e fraterni, possidenti soltanto di corpo e di spirito. Poveri. Perché avere soltanto anima e sguardo e voce non basta. Non è più sufficiente essere uomini senza padrone, senza partito, senza etichetta, senza squadra.
Il muscolo pompante, drammatico, è nella macchina (e la macchinazione) teatrale in movimento e svelamento meccanico coesistente e in connubio al prodotto umano. L’antitesi, fulcro dell’indagine concettuale ad origine, riproposta ancora per segni. E destinare risposte, ad ognuno degli sguardi verso.
In questo nuovo medioevo dove domina lo spirito del gregge di Nietzschiana memoria, l’opera assume valenza partigiana. Per nuovi germogli. Per relazioni durature.

Lo spettacolo è andato in scena nell’ambito di Trasparenze Festival:
EstatOFF
via Morandi, 71 – Modena
sabato 4 maggio, ore 20.00

Moby Dick
ideazione e regia Stefano Tè
adattamento drammaturgico Giulio Sonno
consulenza alla regia Mario Barzaghi
assistenza alla regia Simone Bevilacqua
direzione musicale Luca Cacciatore, Igino L. Caselgrandi e Domenico Pizzulo
costumi a cura di Teatro dei Venti, Luca Degl’Antoni e Beatrice Pizzardo
disegno luci Alessandro Pasqualini
audio Nicola Berselli
scenotecnica e realizzazione macchine di scena Dino Serra e Massimo Zanelli
scenografie Dino Serra in collaborazione con il Teatro dei Venti
con Oksana Casolari, Marco Cupellari, Daniele De Blasis, Alfonso Domínguez Escribano, Federico Faggioni, Talita Ferri, Alessio Boni, Francesca Figini, Davide Filippi, Hannes Langanky, Alberto Martinez, Amalia Ruocco, Antonio Santangelo, Giovanni Maia, Mersia Valente ed Elisa Vignolo
una produzione Teatro dei Venti, in co-produzione con Klaipeda Sea Festival (Lituania), con il sostegno della Regione Emilia Romagna, del Comune di Modena e della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, con il contributo del Comune di Dolo (VE) in collaborazione con l’Associazione Echidna

www.trasparenzefestival.it
www.teatrodeiventi.it

 

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