Ritratti d’autore

Che cos’hanno in comune una serra di un quartiere brutto di Milano, una cooperativa sociale che si prende cura di persone disabili e anziani e Alda Merini? L’esperienza di vita, di sofferenza e di speranza, fanno teatro nella rassegna Gemme e Tempesta di Monica Morini. Ne parliamo con la stessa Monica Morini, direttrice artistica della rassegna Gemme e Tempesta, Simone Cerlini, l’ideatore del progetto e Angela Lanzi, presidente Commissione Politiche sociali del Consiglio di zona 5. Un’occasione unica per capire, da novembre 2015 a febbraio 2016, (programma) che cos’è la dignità.

Come nasce, da una cooperativa sociale dedita principalmente a disabili e anziani, l’idea di una rassegna teatrale?
Monica Morini (Direttrice Artistica della rassegna Gemme e Tempesta): «Il teatro è il luogo in cui si coltivano le utopie, dove il senso ultimo delle cose per un attimo si sfiora, si avvicina, dove si comprende qualcosa insieme agli altri. Il teatro è un rito in un tempo così povero di riti. Abbiamo bisogno di questo. È come se in un quartiere si accendesse un fuoco attorno a cui ci si ritrova e si cucina qualcosa, ma non si hanno tutti gli ingredienti, ognuno porta un ingrediente. Noi sapevamo che volevamo accendere un fuoco, che scaldasse e illuminasse la realtà di una cooperativa che avvicina la sofferenza di tante famiglie, sostiene le persone nella fatica della malattia. Come uomini costruiamo la nostra storia sugli inciampi, il teatro ci allena agli inciampi, ci allena alla fatica di essere uomini e donne, ci chiama intorno a questo fuoco che non giudica, illumina».

Simone Cerlini (Ideatore del progetto): «Il lavoro di una realtà come I Percorsi è spesso oscuro, nascosto, fuori dai riflettori. Spesso quel che fa la cooperativa non è conosciuto neppure nei condomini dove ci sono i nostri centri. Credo che la ragione stia nel forte senso di pragmatismo per chi lavora con le persone più fragili e in difficoltà. Qui si pensa che prima di tutto sia meglio rimboccarsi le maniche e cercare soluzioni ai problemi. Poche parole, niente retorica, non c’è tempo. Pensiamo adesso che sia importante anche far sapere, fare vedere le iniziative, l’accoglienza quotidiana, il lavoro giorno per giorno. La rassegna è lo strumento che I Percorsi ha scelto per parlare alla propria comunità, per uscire dalle proprie mura, per dialogare con gli altri: cittadini, istituzioni, imprese, associazioni del territorio. Per creare sensibilità e consapevolezza sui problemi che ci sono, per creare fiducia, vicinanza. Perché le sfide si vincono insieme a tutti».

Dallo spettacolo inaugurale Vecchia sarai tu del 15 novembre a Sex e disabled people in scena il 7 febbraio, quali sono il filo conduttore e gli obiettivi pratici e culturali di questo progetto che si svilupperà (anche) attraverso cinque spettacoli a ingresso gratuito?
MM: «La rassegna tesse parole che raccontano la bellezza oltre la fragilità. Ospita artisti autentici, che non temono di attraversare la vita, l’inciampo, l’ammaccatura. Cuori che raccontano l’ostinato desiderio di essere felici, la forza di riconoscere l’umano oltre ogni tempesta. Una grande poetessa, Mariangela Gualtieri, ha parole stampelle, ha balsami per le ferite, sa attraversare l’inferno con luce tra le dita. Un’attrice straordinaria, Antonella Questa, ci conduce per mano, ci fa ridere e commuovere, ci parla di vecchiaia, di donne, di accudimento, di solitudine, spalanca sguardi.
Questo è il mio nome rende per la prima volta protagonisti un gruppo di richiedenti asilo e rifugiati. Apre all’ascolto di storie invisibili e disarmanti. È orecchio rovesciato su un canto che attraversa i mari e i deserti. Da Senegal, Costa d’Avorio, Guinea, Mali, Nigeria, Gambia, sul palco si srotolano le orme di Odissei in viaggio. Storie incise nella polvere e nella carne, scintille di memoria, passi protesi in avanti e occhi che guardano indietro. La compagnia Carullo – Minasi ci porta con ironia e delicatezza, dentro un tempo che scavalca i limiti della malattia. Infine due scrittrici vere, intense e dissacranti come Barbara Garlaschelli e Alessandra Sarchi ci raccontano in Sex e disabled peolple in modo comico e poetico il tema tabù del sesso e della disabilità.
SC: «L’idea della rassegna, così come le diverse iniziative che realizziamo in Serra Lorenzini, nasce da una piccola intuizione: in uno spazio bello e vivo (la serra) vogliamo affermare che la bellezza e la piena dignità della vita riguardano tutti noi, anche le persone più fragili. In questi anni ci siamo chiesti cosa rende I Percorsi una realtà diversa dalle altre. Abbiamo scoperto alcuni valori che per noi sono irrinunciabili e ci caratterizzano: la condivisione con gli altri, la schiettezza anche nell’affrontare le difficoltà, la professionalità nel proprio lavoro, l’importanza della bellezza, la qualità della vita per la dignità di ogni singola persona. Sono le nostre parole chiave. E lo sono anche della rassegna teatrale. Un nostro obiettivo è discutere e confrontarci su questi temi con tutta Milano, fare in modo che in molti possano innamorarsi di quello che facciamo e sostenere i nostri progetti».

Escludendo il duo Carullo-Minasi e l’ensemble del progetto portato avanti dal Teatro dell’Orsa di Reggio Emilia, l’intero schieramento di forze della rassegna Gemme e Tempesta sembra avere un denominatore comune tutto al femminile, a cominciare proprio dall’omaggio ad Alda Merini. Quanto è il frutto di una scelta consapevole e quanto il semplice specchio di una realtà che va al di là del teatro stesso?
MM: «Certo il filo rosso di queste artiste donne non è casuale. Di accudimento, fatica, cura le donne sanno da sempre. Alda Merini, come antenata, ha ispirato il titolo della rassegna. A una poetessa abbiamo guardato per aprire la porta del senso del nostro fare. Caratteristica delle donne è intercettare l’invisibile, portare un canto non sempre ascoltato. Mariangela Gualtieri sarà faro della rassegna, abbiamo bisogno di parole nate negli occhi e nell’esperienza delle donne, donne che sulla sedia a rotelle ci parlano di sesso e disabilità, che sanno ribaltare con ironia il terrore della vecchiaia, che aprono orizzonti poetici per dirci chi siamo. Poi in un Paese normale, che non relega le donne ancora oggi a ruoli marginali, non ci si dovrebbe stupire della presenza preponderante di artiste in una rassegna. Hanno cose da dire e le ascoltiamo».
SC: «Bisogna dare merito a Francesca Gentile, del CIT Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, per questa intuizione. Parlando dell’identità de I Percorsi ha fatto notare come i nostri temi e la nostra identità possano essere meglio compresi entro il più vasto orizzonte della centralità della donna nel lavoro di cura, trattato in modo antiretorico e onesto, ad esempio sul ruolo e l’importanza della verità e della schiettezza nell’affrontare le situazioni più difficili. Per intendersi: contro la falsa percezione che il lavoro di cura sia un impegnarsi di persone di buon cuore, vogliamo fare capire quanto impegno, competenza e professionalità siano necessari. Contro una visione edulcorata e materna, vogliamo mostrare come nel lavoro educativo sia importante accompagnare l’altro a prendere piena consapevolezza della verità della propria situazione, sfida che non è mai facile affrontare. Quindi è senza dubbio vero. Ci teniamo molto a legare la rassegna al genio femminile, come filo rosso che possa dare un senso profondo agli eventi e arricchirne il senso».

«Sogniamo un teatro per tutti» è la frase riportata nell’introduzione del progetto. State qui cercando di lanciare frecciatine all’intero establishment scenico, o volete piuttosto ridefinire il concetto di teatro popolare?
MM: «Nessuna frecciata. Nella pratica che ci accompagna da anni il teatro esce fuori dal teatro per incontrare le persone. Oggi le persone vanno raramente a teatro eppure abbiamo un disperato bisogno di non sentirci soli, di lasciare i rassicuranti spazi virtuali, per abitare luoghi in cui gli incontri siano veri, gli sguardi si possano incrociare con altri sguardi, i corpi davanti a noi siano in carne ed ossa. Il teatro ha verità di corpi e ricompatta la frammentarietà della vita. Lavorare a questo progetto aveva in sé un’utopia e uno slancio, una volontà di costruire comunità pensanti intorno al tema della bellezza al di là dell’inciampo del vivere. Mostrare l’invisibile e seminare senso intorno a temi difficili, farlo con forza e leggerezza. Lo abbiamo fatto insieme a una cooperativa sociale che ogni giorno scioglie nodi, trova soluzioni, abita la vita delle persone. Quest’esperienza è unica e cambia lo sguardo. Quest’esperienza è per tutti».
SC: «Per quanto riguarda il progetto, l’idea è che il teatro e l’offerta degli eventi e delle performance, nasca dal basso, o meglio dal vero, come ci siamo abituati a dire in Zona 5. Dal confronto, voglio dire, con i bisogni e le istanze più profonde dei territori. Non dunque un teatro autoreferenziale e chiuso su se stesso, ma un teatro che incontri gli interessi delle comunità e nasca da terra fertile, come le piante della serra in cui ospitiamo gli spettacoli. Il seme è proprio l’incontro, anche con mondi diversi e distanti: ci siamo resi conto della potenza che nasce dalla contaminazione. E all’inverso dell’asfissia che porta chiudere reticolati e recinti. Niente frecciatine, ci mancherebbe. Vogliamo fare il nostro teatro, un teatro di comunità, figlio dell’incontro di realtà sociali, imprese, come la serra, artisti, professionisti della comunicazione, università, operatori e lavoratori, perché tutti hanno contribuito alla nascita di questa piccola gemma nella tempesta. E pensiamo che altre realtà ci seguiranno».

Con il progetto Questo è il mio nome porterete sulla scena per la prima volta le voci che spesso e volentieri ci arrivano mute dal fondo del mare. Come è stato lavorare con delle persone dal vissuto così difficile, che forse tutto si aspettavano fuorché finire davanti a una platea di curiosi?
MM: «Dal mare arriva oggi un’onda inarrestabile, sono cuori pulsanti che hanno diritto alla vita. Incontrarli, conoscere le loro storie ci ha cambiato profondamente. Il teatro credo invece abbia liberato per loro la possibilità di essere visti veramente per la prima volta. Visti nella piena dignità delle loro persone, come portatori di memorie, di visioni, di saperi, di frammenti di bellezza e non solo di dolore. Nei documenti ufficiali delle questure rimangono segni di un vissuto così parziale, geroglifici incomprensibili che decretano spesso solo le distanze. Il teatro ci avvicina. Ci ricorda la nostra odissea di uomini. Il teatro non ha risposte, fa buone domande. Chi vogliamo essere noi, Uomini o Polifemi? Gli Uomini riconoscono gli Uomini, il loro diritto alla felicità e alla vita. I Polifemi, rinchiudono, sbranano, deridono. I Polifemi si accecano con il loro stesso sospetto, con la loro stessa avidità. Sulla scena non c’è spazio per l’ombra di Polifemo, il canto di chi viene dal deserto e dal mare è più forte, la vita chiama la vita con il proprio nome. Questi giovani cuori hanno infinita forza e dignità e ce l’hanno mostrato con disarmante umanità. All’inizio di questa avventura non credevano certo di arrivare a calcare il palcoscenico e incontrare tante persone, lo spettacolo andrà in Sardegna, al Festival Conta e Cammina, farà altre repliche oltre Milano, un miracolo.

Due parole sulla Zona 5 di Milano, per quelli che non ne hanno mai vissuto le vie, le piazze, le vicende. Che colore possono avere, qui, i bulbi che cercate di annaffiare?
Angela Lanzi (Presidente Commissione Politiche sociali, Consiglio di zona 5): «Ma di tutti i colori per variare, sorprendere, dare felicità: hai presente quei giardini dove tutto esplode insieme a primavera? Non solo tulipani, giacinti, narcisi, ma anche qualche bella cipolla, più sobria e di sostanza. Se messi a dimora con cura, col terreno ben preparato, annaffiatura q.b, i bulbi rispondono, ti danno soddisfazione. Ma qualche volta no, non tutti resistono al freddo, alla siccità, all’incuria di un giardiniere che non sta sul pezzo. Non bisogna distrarsi, anche i bulbi di questa città sono pezzi ‘e core. Se fossi un bulbo in zona 5, Milano, vorrei una serra, un vaso sul davanzale, un lembo di terra in cortile per radicarmi e tanti giardinieri per essere accolto – premessa – e diventare la promessa che sono».

L’altro grande fil rouge di questa rassegna, oltre alla disabilità, è l’anzianità. La maggiore età, l’ultima. In un paese per vecchi come l’Italia, dove anche i giovani sentono di aver già fatto il loro tempo, cosa può dire il teatro in tal senso?
MM: «Tonino Guerra raccontava di rimanere incantato ad ascoltare i vecchi che erano per lui montagne di memoria, schegge di luce provenienti da oscure esperienze. Oggi invece, la parola vecchio non si dice, in questo tempo bislacco, si plastificano i corpi, si ferma il tempo, si imbalsamano le persone dentro eterne giovinezze, così si rattrappiscono le parole, le parole manomesse, manomettono anche la memoria. Dovremmo cercare i veri vecchi per ascoltarli, prendercene cura, invece abbiamo frotte di mummie che paiono giovani ma senza memoria, l’hanno perduta insieme ai sentieri di rughe eliminati dal bisturi. Il teatro svela, ride e piange del re nudo, delle paure paradossali, dell’inghippo dentro il quale cadiamo. Antonella Questa nel suo spettacolo, ci aprirà più di uno sguardo, mentre ridiamo amaramente di ciò che ci sta sotto gli occhi».
SC: «Forse abbiamo la tentazione di nascondere il problema, perché troppo se ne è parlato ed è fuori moda. Così pare che non esista, quando invece tutti ne viviamo ogni giorno la gravità. Già oggi a Milano le famiglie monoparentali sono il 53% e in molti casi si tratta di anziani soli. Poi ci sono i nostri nonni e i nostri genitori e qui tutti ci sentiamo toccati. Il teatro può far vivere la consapevolezza del problema, può fare in modo che non abbassiamo la guardia. Ma anche è uno straordinario strumento di dignità e capace di migliorare la qualità della vita. Per questa ragione abbiamo organizzato insieme a CIT Università Cattolica di Milano laboratori teatrali per persone anziane che si terranno a primavera».

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