Maternità condizionate

Sul palco dello splendido Teatro Torlonia si alternano due spettacoli che, in maniera diversa ed esiti divergenti, affrontano il tema della maternità nel mondo contemporaneo.

Il Teatro Torlonia propone nella stessa serata due diversi spettacoli accostati in virtù di una comune ricerca sul tema della maternità nel mondo contemporaneo: il primo, Monologo della buona madre, menzione speciale al Premio Caldarella, è di Lea Barletti, attrice, performer e danzatrice di origini pugliesi che si divide fra Roma e la Germania; il secondo, Farsi Fuori, è scritto da Luisa Merloni, cofondatrice di Psicopompo Teatro, che divide il palco con Marco

Quaglia. Punti di stretto contatto fra i due spettacoli sono il riferimento al supposto «amore incondizionato» che le madri provano verso i figli, la consapevolezza di un carico di pressioni e aspettative sociali a cui le donne devono rispondere molto più degli uomini, il ricordo del dolore dell’allattamento vissuto da una come dovere eroico ma sfibrante, dall’altra come fastidio suggestionante; se li si spoglia della differente messa in scena, si può riscontrare senza alcuna sorpresa come i due spettacoli affrontino a un livello concettuale la medesima questione, ovvero se la scelta della maternità è veramente libera o se è ancora condizionata e latentemente imposta alle donne dall’esterno.

Tuttavia – e qui si scorge come le due drammaturghe e attrici appartengano a generazioni diverse – se Monologo della buona madre si riferisce a un modello materno tradizionale, Farsi fuori cerca, nel riprendere e stravolgere il racconto evangelico dell’Annunciazione, di ritrarre il nuovo modello femminile di un mondo che, come dicono le note di regia, «vede forse per la prima volta una generazione di donne ritardare sempre più la scelta di diventare madri»; la figura di Maria Vergine è sempre, in un modo più o meno esplicito, presente, con tutta la tradizione cattolica che si porta dietro.

Il Monologo della buona madre si fa forte di una messa in scena semplice ma estremamente potente: Lea Barletti sta seduta in cima a un piedistallo, con il volto coperto di colore bianco come una statua, sopra a un cartello che ci informa che siamo davanti alla «Buona Madre», opera realizzata con tecniche e materiale vari; il disegno luci scompone in molte parti la sua figura proiettando sul fondo del palco ora una, ora tre, ora addirittura nove diverse ombre della donna, in perfetta aderenza col contenuto del testo. Seduta sul suo trespolo, completamente sola lungo tutta la durata dello spettacolo eccezion fatta per una breve apparizione muta del marito e attore Werner Waas, scadendo col piede il ritmo delle frasi, la Barletti condivide col pubblico un monologo molto personale, che affronta ma non si limita al desiderio della donna di essere «una buona madre», anzi, «perfetta» per i suoi due figli, aprendo squarci su un’inquietudine esistenziale che va al di là della scelta e dei supposti doveri dell’essere madre. È però proprio il testo del monologo ad essere il principale punto debole dello spettacolo, a scapito della buona interpretazione della sua autrice, e alcuni spunti pure di buona fattura letteraria, ripetuti dall’alto di un palco, risultano troppo introspettivi e troppo poco visivi per essere accolti pienamente dallo spettatore.

Il monologo crea di frequente empatia verso il personaggio/persona loquens sul palco, ma mai una tensione costante perché manca totalmente di sviluppo; il monologo è un puro rimuginare su una condizione che per la donna resta immutata dall’inizio alla fine – «è vero che non sono indipendente, è proprio il contrario, io sono dipendente» – ; non incide sul tema della maternità come dovere sofferto e scelta condizionata, se mai cristallizza questa condizione femminile e rende il Monologo della buona madre un’occasione in parte persa.

Farsi Fuori ha un’impostazione scenica più semplice e dei toni ben più leggeri, e risulta pienamente riuscito in proporzione alle sue ambizioni e tematiche; alcune intuizioni formidabili – se sei un’attrice «a quarant’anni o fai figli o fai fiction», oppure gli angeli che parlano con l’accento del papa in carica – si inseriscono all’interno di una narrazione frizzante e fluida, con alcuni momenti metateatrali piuttosto simpatici. Un’attrice, donna moderna, emancipata e pure un po’ nevrotica, in procinto di iniziare il suo spettacolo di teatro contemporaneo viene raggiunta sul palco dall’Arcangelo Gabriele che le annuncia di essere stata scelta da Dio per essere madre di suo figlio.

Tuttavia per la prima volta nell’esperienza di Gabriele la donna non è desiderosa di avere figli e inizia con l’Arcangelo un lungo contraddittorio in cui i due mettono in scena ora scene liberamente ispirate al racconto biblico ora scene del mondo contemporaneo. Piuttosto significativo e interessante il momento in cui Luisa Merloni inizia a urlare di odiare il «teatro al femminile», che il teatro al femminile non interessa a nessuno, che – addirittura – «il femminile fa schifo». Forse è proprio qui, in un breve sketch all’interno di uno spettacolo di un’ora e un quarto di durata, che si può trovare una chiave non solo per interpretare i diversi risultati qualitativi a cui pervengono i due spettacoli visti al Torlonia, ma anche per individuare una delle tensioni latenti della civiltà occidentale contemporanea: come intendere il femminile, se costruire e propugnare un concetto cristallizzato di femminilità – sia pure quello sdegnato e militante che denuncia il femminile come dolore – o riconoscere e prendere atto di un femminile cangiante e mutevole.

Gli spettacoli sono andati in scena
Teatro Torlonia
via Lazzaro Spallanzani 1A, Roma
fino al 1° marzo
ore 19:00 (Monologo della buona madre), ore 21 (Farsi fuori)

Barletti/Waas presenta
Monologo della buona madre
di e con Lea Barletti
musiche originali e sound design Luca Canciello
con la partecipazione in scena di Werner Waas

Farsi fuori
scritto e diretto da Luisa Merloni
con Luisa Merloni e Marco Quaglia

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