Schmitt, Mosè, Ibrahim e l’essere umano

Il Teatro di Rifredi ha presentato, in esclusiva per l’Italia, lo spettacolo Monsieur Ibrahim et les fleurs du Coran (Ibrahim e i fiori del Corano). Grande successo di pubblico e tutto esaurito.

Uno spettacolo che si inserisce nella categoria del teatro di narrazione, recitato dallo stesso autore. Mosè (detto Momo) racconta la storia della propria vita e l’incontro con Ibrahim, il bottegaio sotto casa.
Il cardine della performance è, quindi, la narrazione. La regia è minimale, così come la scenografia; quello che conta sono le parole e i gesti dell’interprete, Éric-Emmanuel Schmitt, che con eleganza e ironia invita il pubblico a entrare nel mondo del piccolo Mosè e dell’arabo – che non è veramente tale, ma è considerato arabo in quanto lavora perennemente e incessantemente (dalle otto della mattina fino a mezzanotte, tutti i giorni, compresa la domenica). Una storia che ci porta nella Parigi degli anni 60, tra la Via Blu e la Via del Paradiso, dove il piccolo Mosè prova a “diventare uomo”. Le incomprensioni con un padre angustiato dalla vita e dai ricordi dell’Olocausto, le fantasie su di un fratello (immaginario) e una madre assente, portano il bambino a rifugiarsi nella bottega del sufita Ibrahim, che gli insegna, sì, a leggere il Corano, ma soprattutto gli fa da mentore. Accompagnandolo nel dolore per l’abbandono del padre naturale e nelle piccole gioie e sofferenze che costellano gli amori adolescenziali. E, senza rendersene conto, Mosè, a sua volta, ricoprirà il ruolo di figlio, riempiendo il vuoto di un vedovo, solo e lontano dal proprio Paese e dalle proprie tradizioni; custode, fino alla fine, della nobile spiritualità sufita – l’essenza stessa dell’essere umano.
Purtroppo, l’emozione di avere l’autore sul palco è stata smorzata, per coloro che non comprendono il francese, dai sopratitoli proiettati sui muri laterali – il che ha distolto l’attenzione del pubblico dal luogo deputato, ossia dal palcoscenico.
Per alcuni, forse, lo spettacolo – ispirato all’omonimo romanzo, Ibrahim e i fiori del corano – sarà sembrato la consueta trovata di un organizzatore teatrale che, a seconda dei tempi che corrono e delle tematiche sociali del momento, sceglie i titoli che meglio risponderebbero alle esigenze e agli interessi del pubblico. Considerazione, questa, ovvia quando si legga la trama, ossia la storia di un’amicizia tra un ragazzino ebreo e un signore iracheno musulmano. Nelle menti di molti sarà risuonata la frase, condita con un pizzico di ironia: “Ecco, ci propongono uno spettacolo in cui si parla di dialogo interreligioso”.
L’affermazione, pur non essendo del tutto sbagliata, è decisamente riduttiva – se non addirittura banale. La vicenda di Momo e Ibrahim è una bellissima parabola di vita che va ben oltre le connotazioni religioso-filosofiche. Nella sua semplicità, nei particolari più minuti visti attraverso gli occhi di un ragazzino e i scandagliati dai pensieri di un adulto, racconta lo scorrere dell’esistenza, la necessità di andare avanti aggrappandosi alle piccole gioie per superare le tragedie.
Il libro e lo spettacolo trattano di come i sentimenti propri dell’essere umano non vadano mai persi di vista, e le persone si incontrino e si scelgano a seconda delle indoli. Una storia toccante, quella dell’amicizia tra Momo e Ibrahim – un’amicizia che va incontro ai bisogni dell’anima dell’altro da sé.


Lo spettacolo è andato in scena:

venerdì 14 e sabato 15 ottobre, ore 21.00
Teatro di Rifredi

via Vittorio Emanuele II, 303 – Firenze


Monsieur Ibrahim et les fleurs du Coran
(Ibrahim e i fiori del Corano)

di e con Éric-Emmanuel Schmitt
regia Anne Bourgeois
suono Jacques Cassard
luci Laurent Béal
scene Nicolas Sire
produzione Bruno Metzger
Les Tournées du Théâtre Rive Gauche

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