Sulle tavole del Franco Parenti va in scena la guerra e il coraggio dei napoletani, che mordono la realtà come le parole.

Erri De Luca è un autore che con gli anni ha affinato la sua lingua a tal punto da scrivere prosa in poesia, come dimostra il suo ultimo gioiello, Il peso della farfalla. L’unico oggi in grado di avvicinarsi a quella profonda conoscenza linguistica che fu propria di Carlo Emilio Gadda e che De Luca rammenta in quel funambolismo pittorico che mescola con sapienza il linguaggio alto e quello basso, il termine straniero, il neologismo italiano e l’espressione dialettale più pregnante. Un uso della lingua mai fine a se stesso ma utile a esprimere abissi di realtà e concetti che, privati della parola, resterebbero esperienze individuali o emozioni incomunicabili.

De Luca scrittore questa volta, però, usa un mezzo diverso: sostituisce la carta stampata con le tavole di un palcoscenico e costruisce un meccanismo teatrale così perfetto da far credere di essere, da sempre, commediografo. Con una maestria che gli viene da quella lunga tradizione di teatro napoletano che va da Scarpetta – gustoso il richiamo proprio a uno dei suoi canovacci – e culmina coi capolavori di Eduardo De Filippo, smonta la suddivisione in atti, mescola il genere tragico con la commedia dell’arte, ritma un susseguirsi di scene che rendono lo spettacolo un fluido scorrere del tempo, e accompagna lo spettatore in quell’inferno che fu l’estate del ’43 a Napoli. Quando un’intera popolazione di civili, sotto le bombe, cercava di sfuggire alla morte, stretta tra alleati che si trasformavano in occupanti e pseudo-alleati che si comportavano da nemici, e ancora una volta era il popolo napoletano a ribellarsi, liberandosi da sé dei tedeschi.

In un’epoca in cui siamo abituati a vedere la guerra come l’asettico bombardamento dei droni su obiettivi mirati – che incidentalmente uccidono anche i bambini in carne e ossa; in cui i napoletani sono diventati il cliché di se stessi, tra camorra e ammassi di spazzatura; in cui gli italiani vanno a caccia di migranti dimentichi delle proprie valigie di cartone, ecco che sul palcoscenico del Parenti, la finzione del teatro sa restituire con forza la disperazione e la paura, ma anche la dignità e il coraggio di un’intera popolazione.

Tutti perfettamente in parte e dotati di grande maestria, sia a livello vocale che espressivo, gli otto attori in scena si muovono – dimostrando l’importanza dei movimenti ben orchestrati ma mai fini a se stessi – in uno spazio angusto, reso multi-funzionale da semplici pannelli che si spostano a mano. Con le loro voci e i loro corpi, gli otto interpreti mordono la vita e la lingua, quel napoletano che si mangia le parole, che sembra voler afferrare anche l’aria che si respira per trattenerla a sé quando tutto, sotto i bombardamenti, si spegne e muore. Tutto, tranne la speranza dei giovani e il coraggio dei vecchi.

Un piccolo capolavoro per riflettere sulla realtà crudele della guerra, usando le parole per svelare le contraddizioni di un tempo in cui la morte di un bambino è un danno collaterale. Perché, come scrive De Luca: «Un uomo è quello che ha commesso. Se dimentica è un bicchiere messo alla rovescia, un vuoto chiuso».

Lo spettacolo continua:
Teatro Franco Parenti – Sala Anima
via Pier Lombardo 14 – Milano
fino a domenica 14 marzo
orari: da martedì a sabato ore 20.30 – domenica ore 16.00

Morso di luna nuova
di Erri De Luca
regia di Giancarlo Sepe
con Giovanni Esposito, Antonio Marfella, Luna Romani, Antonella Romano, Giampiero Schiano, Antonio Spadaro, Simone Spirito e Pino Tufillaro
musiche a cura di Harmonia Team con la collaborazione di Davide Mastrogiovanni
Produzione Gli Ipocriti, La Biennale di Venezia
in collaborazione con Festival PorticiArtBox della Città di Portici

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