Schizofrenia del capitalismo e (in)attualità di Brecht

Fino al 9 aprile, in scena al Teatro Quirino una delle commedie più irriverenti e sarcastiche del drammaturgo tedesco, una denuncia dello sfruttamento divenuta oggi classico letterario.

Quando Brecht scrisse Mr. Pùntila e il suo servo Matti era il 1940 e l’esilio del drammaturgo tedesco era già iniziato da diversi anni; con precisione, dall’indomani dell’incendio appiccato dai nazisti al Reichstag nel 1933 che sentenziò la presa del potere di Adolf Hitler. Brecht era già un autore più che affermato, celebre per la sua ortodossia leninista-marxista che aveva alimentato la scena culturale weimeriana facendo del suo teatro la più efficace espressione degli ideali comunisti. Brecht era l’obiettivo eccellente della Gestapo e, quando nel 1940 si trovava in Finlandia per poi attraversare l’Urss, la tenaglia della censura lo inseguiva senza dargli respiro; un destino travagliato, che proseguirà anche a Santa Monica, in California, quando i suoi tentativi di lavorare nella mastodontica industria cinematografica americana si infransero contro l’altra dittatura ideologica che alimentò l’intero Novecento. Il capitalismo americano, attraverso la caccia alle streghe maccartista, resero tribolato anche il soggiorno nel nuovo continente per Brecht, che restò sempre coerente nella sua produzione e nella sua poetica, dai drammi didattici alle commedie sarcastiche sempre capaci di denunciare tanto la violenza delle dittature fasciste, quanto quella più sottile e sofisticata dell’ideologia imperialista promossa dall’industria culturale americana. Già nel 1940, con la guerra ancora in corso, Brecht rivolse la sua verve critica e le sue denunce al mostro capitalista, l’altra faccia del mostro nazista, altrettanto impositivo e coercitivo nei confronti del proletariato.

Mr. Pùntila mette in scena un sincero sostegno alla classe lavoratrice, subordinata alle angherie dei “padroni”, traducendo in spettacolo la dialettica hegeliana di servo e padrone, ma soprattutto i principi della teoria filosofico-economica di Marx; Brecht adotta così un genere, quello della commedia, tradizionalmente legato alla dimensione del divertissment, per farne uno strumento ideologico di denuncia. Per ottenere tale fine, la tecnica brechtiana è quella dello straniamento, ovvero la capacità degli attori e dello spettacolo nella sua interezza di prendere il distacco da loro stessi, di rappresentare un universo che viene denunciato da subito come fittizio, per stimolare così una presa di posizione critica e rivoluzionaria sulla realtà. Per questo, la risata della commedia raddoppia il suo significato fino a giungere alla presa di coscienza delle condizioni di sfruttamento dettate dalla classe borghese, incarnata qui dal ricco Pùntila, accoppiato allo sveglio e capace Matti, servo dalla coscienza evoluta e consapevole delle subdole strategie che la borghesia adotta per mantenere il controllo sulle massi lavoratrici. I due sono interpretati magnificamente dalla coppia Ferdinando Bruni e Luciano Scarpa, il primo autore assieme a Francesco Frongia dello spettacolo in scena al Teatro Quirino, che si avvale di una costruzione scenica puntuale e in perfetto stile brechtiano. Complici anche gli ottimi costumi e l’adozione di proiezioni, lo spettacolo riesce a restituire la poliedrica essenza della commedia, che diverte facendo anche riflettere. A essere messa in evidenza è la schizofrenica essenza del capitalismo moderno, dove anche quando i padroni appaiono mansueti e ben disposti nei confronti dei servi, non fanno altro che avvalorare ulteriormente lo status quo basato sullo sfruttamento del prossimo.

Mentre l’Europa era ancora in fiamme, Brecht ebbe la lucidità di annunciare quella che nel dopoguerra sarebbe stata la sfida sociale per il mondo intero, ossia il conflitto non più razziale e nazionalista, quanto quello di classe. D’altronde, la schizofrenia capitalista si riflette anche nel destino della produzione brechtiana, che per quanto nascesse sotto l’egida della rivoluzione e della sovversione delle classi, oggi si è svuotata della sua forza originaria essendosi tradotta in “classico letterario” e portata in scena nei teatri “borghesi” dinanzi a un pubblico assai vicino alla categoria sociale contro cui Brecht inveiva. Una schizofrenia irrisolvibile, che Brecht condivide con tutte le avanguardie artistiche moderne nel momento in cui si sono istituzionalizzate. Una dimensione metatestuale tipica del linguaggio brechtiano, che la compagnia del Teatro dell’Elfo restituisce con mestiere ma anche con una qualche dose di malinconia: nessuno nel pubblico oggi si sognerebbe di “alzarsi e fare la rivoluzione”, desiderio che aveva Brecht quando scriveva le sue opere. A restare, e non è poco, è una testimonianza di un tempo lontano, l’ammirazione paradossalmente catartica per un capolavoro del Novecento, la struggente consapevolezza del definitivo esaurimento del suo valore pratico. Così, in un senso nuovo, la commedia di Brecht non fa solo ridere: non per indignazione, ma per autocommiserazione.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Quirino
via delle Vergini, 7 – Roma
dal 4 al 9 aprile
ore 21.00

Teatro dell’Elfo presenta
Mr Pùntila e il suo servo Matti
di Bertolt Brecht
scene e regia Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
musiche originali Paul Dessau
arrangiamenti Matteo de Mojana
costumi Gianluca Falaschi
luci Nando Frigerio
suono Giuseppe Marzoli
con Ferdinando Bruni, Luciano Scarpa, Ida Marinelli, Elena Russo Arman, Corinna Agustoni, Luca Toracca, Umberto Petranca, Nicola Stravalaci, Matteo de Mojana, Francesca Turrini, Francesco Baldi, Carolina Cametti

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