Quando nei manicomi si respirava lo stesso odore delle carceri

Giulia Lazzarini porta in scena al Teatro Studio Muri, di Renato Sarti, testo che raccoglie le testimonianze di chi ha vissuto la “rivoluzione copernicana” promossa da Basaglia negli anni 70, attraverso il punto di vista di un’infermiera.

1971: la Legge 180, meglio nota come Legge Basaglia, entra in vigore.

Prima della legge: i manicomi cono luoghi di internamento, di violenza gratuita. Malati e personale come mondi lontani sono impossibilitati a e, più spesso, incapaci di comunicare. Come parole d’ordine vigono “asetticismo” e “chiusura”. Le “cure” consistono in elettro-shock, violenza anche gratuita, lobotomia, psicofarmaci che provocano uno stato di pre-coma. Metodi che lasciano inevitabilmente i segni dell’apatia e della disumanizzazione nel “paziente” che è costretto, spesso dalla famiglia, a subirli.

Dopo la legge: Basaglia obbliga tutti gli infermieri a togliere le divise, a comunicare tra loro e soprattutto con i pazienti. I malati non sono più definiti “pazienti” ma “utenti”, il che implica il riconoscimento dei loro diritti e doveri e, soprattutto, il loro rispetto in quanto esseri umani. Le parole d’ordine diventano “apertura” e “comunicazione”. Le cure si trasformano in ascolto, condivisione emotiva e comprensione del problema che sta alla radice del disagio mentale – non più nella sua espropriazione e negazione.

Come ci racconta l’infermiera, interpretata dall’ottima e umanissima Giulia Lazzarini (commossa lei stessa nel presentare con un testo così importante nel teatro in cui esordì negli anni 50), l’impatto di queste trasformazioni  radicali sulla vita di personale e pazienti fu alquanto destabilizzante. Soprattutto per chi vedeva nel manicomio un rifugio dalle proprie frustrazioni familiari, dove sublimare il proprio dolore nella cattiveria gratuita contro i più deboli. Ma la visione di Basaglia fu difficile da accettare anche per coloro che avevano bisogno di essere gestiti da un direttore-kapò che creasse gerarchie “di violenza terapeutica” ben precise; fu uno scacco per tutte quelle famiglie che non erano pronte al dialogo con il malato e che vedevano nel manicomio il modo migliore di sbarazzarsi di un peso morto: ai tempi, per lo più depressi o alcolizzati che avrebbero solo richiesto capacità di ascolto e una buona dose d’affetto.

Del resto, Basaglia aveva vissuto l’esperienza del carcere (a causa del suo impegno politico antifascista durante gli anni dell’università) e – dopo la specializzazione in Malattie nervose e mentali e una carriera accademica resa difficile dalle sue idee umaniste e rivoluzionarie – lavorando nel manicomio di Gorizia si era presto reso conto che la puzza che si respirava lì dentro – unitamente all’atmosfera di tensione e di violenza – era la stessa che aveva percepito in un galera.

La protagonista che, attraverso la propria storia, parla a nome delle infermiere che accolsero positivamente le novità del “filosofo” (così chiamavano Basaglia perché voleva capire, cercando di risalire all’origine del problema), racconta soprattutto dell’enorme guadagno a livello umano, professionale e civile che ne ricavarono tutte loro: finalmente impegnate in un lavoro gratificante, umanamente significativo, quasi una seconda casa. Infermiere – ma innanzi tutto donne – che iniziarono a organizzare gruppi di autocoscienza, comprendendo finalmente che i loro problemi erano spesso gli stessi delle donne che venivano internate dai loro uomini: padri, mariti, o fratelli. Una consapevolezza che le spinse a impegnarsi in importanti battaglie civili, rivendicando e ottenendo diritti e autodeterminazione. Come Basaglia aveva teorizzato, l’empatia e il rispetto verso i pazienti portarono non solo al miglioramento del clima lavorativo ma soprattutto a una maggiore conoscenza di sé come individui.

La lotta del “filosofo” fu chiaramente quella di abbattere tutti i muri – non solo quelli fisici ma soprattutto mentali.

Un testo, quello di Renato Sarti, che commuove e che cattura dall’inizio alla fine: la scenografia essenziale permette di concentrarsi a pieno su uno spaccato della storia italiana che getta una luce di umanità in anni di deplorevoli comportamenti civili e politici. A commuovere è soprattutto l’intensità e la totale immedesimazione della Lazzarini in un ruolo che non interpreta ma vive – al punto che le scende sul volto una lacrima autentica e le si incrina la voce. Uno spettacolo per conoscere meglio, da un punto di vista originale e per nulla retorico, tutti gli aspetti e le implicazioni di una realtà che sembrava consegnata alla storia ma che, in momenti di crisi sociale e civile, sembra poter ricadere negli errori del passato.

Stimabile l’intento di Sarti che, nello scrivere questo testo, non solo ha accolto la propria esigenza umana di affrontare l’argomento, ma ha soprattutto reso più che mai attuale una problematica che, troppo spesso, si considera distante dalla vita “comune”  delle persone “normali”.

Lo spettacolo continua:
Piccolo Teatro Studio Expo
via Rivoli, 6 – Milano
fino a domenica 6 novembre
Muri. Prima e dopo Basaglia
testo e regia di Renato Sarti
con Giulia Lazzarini
musiche Carlo Boccadoro
scene Carlo Sala
luci Claudio De Pace
produzione Teatro della Cooperativa in coproduzione con Mittelfest
con il sostegno di Regione Lombardia (Progetto Next) e della Provincia di Trieste

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