Umorismo inglese al Carcano: tra belle voci e colori vivaci, l’adattamento della compagnia Corrado Abbati resta inefficace.


Qual è il motore della vicenda di My Fair Lady?

La fonetica, nello specifico la fonetica inglese: gli errori di pronuncia e gli accenti ridicoli nelle diverse regioni del Regno Unito, che tutti insieme formano il colorito sottofondo musicale della Londra in pieno Novecento. Corrado Abbadi traduce, ligio, e gli attori recitano, col volto rigorosamente rivolto al pubblico (possibile che l’audio del Carcano non permetta altrimenti?), in perfetta e piattissima dizione italiana.

Ci si chiede come il povero professor Higgins possa indovinare dall’accento la città di nascita di ogni personaggio, se gli attori di accento non ne hanno. Unica eccezione Eliza, la protagonista, la fioraia che, per scommessa, il professore trasformerà nella Lady del titolo.

La povera ragazza si esprime con versi che vorrebbero, loro malgrado, essere la caricatura del dialetto barese, e che magicamente spariscono ogni volta che Eliza si mette a cantare.

Insipida quindi la resa linguistica, così importante nell’originale; insipide le luci, che tolgono tridimensionalità alla scenografia e semplicemente ne assecondano i cambiamenti; insipidi e insensati gli effetti speciali: le bolle di sapone che scendono dall’alto in un angolo del proscenio o un trottare di cavalli che cresce e poi svanisce. «Il musical più vicino all’operetta», dicono le note di regia. Sulla resa degli elementi caratteristici dei due generi, infatti, non c’è nulla da ridire: voci ottime, impeccabili passi di danza. Ma senza energia, espressività, o emozione.

Le canzoni, tutte al microfono, costringono gli interpreti a una immobilità pesante, e ogni gesto di troppo è pagato con un fastidioso cambio di volume. Le belle coreografie – che inevitabilmente ricordano quelle degli spazzacamini di Mary Poppins – sono costrette in uno spazio troppo angusto, così che i salti diventano accennati e le capriole circospette. La vivacità si accenna solo nei coloratissimi costumi, soprattutto negli armonici e ben riusciti fermi immagine con cui gli artisti accolgono gli applausi dopo ogni pezzo musicale.

Le interminabili parti senza musica, infarcite da banali gag comiche, fanno chiudere gli occhi agli spettatori più anziani e scappare nel foyer i più giovani. Pur non volendo pretendere troppo dalla recitazione, infatti, non si può evitare di domandarsi perché certe parti non siano state tagliate, o quanto meno alleggerite.

La storia procede lenta, a sbalzi, i personaggi sembrano agire immotivati e il tono critico che ogni tanto si leva non ha una chiara direzione – contro la borghesia, o contro la sottocultura? Contro gli atteggiamenti misogeni, o contro la troppa indipendenza femminile?

Due ore davvero lunghe, purtroppo, soprattutto se si pensa al ritmo dell’originale inglese. Si esce da teatro con uno sbadiglio, nonostante i ricordi piacevoli di alcuni frammenti, come il balletto in abiti da notte o il girotondo immobile dei camerieri coi cappotti.

Lo spettacolo continua
Teatro Carcano
Corso di Porta Romana 63 – Milano
Orari: ven 19 e sab 20, ore 20.30. Dom 21, ore 15.30.

My Fair Lady
testi e liriche di Alan Lerner
musiche di Frederick Loewe
traduzione e adattamento di Corrado Abbati
con Corrado Abbati, Antonella Degasperi, Fabrizio Macciantelli, Carlo Monopoli, Raffaella Montini, Francesca Dulio

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