Ritratti d’autore

Con la chiusura dei teatri si è aperto un grande interrogativo. Posti di fronte a questa situazione, si è cercato – da un lato- di mantenere viva la propria presenza e il contatto col pubblico attraverso l’online (fra gli altri, ad esempio, Frosini Timpano, con la rassegna In Differita) e – dall’altro – di chiedersi se lo streaming fosse una scelta opportuna mettendo in moto un movimento pro o contro il teatro trasmesso online.

Il 28 ottobre 2020 ho avuto la possibilità di assistere ad uno spettacolo on line su Zoom, intitolato Ma io non sono a casa. È stata la mia prima esperienza e come prima volta mi è parso porre uno standard piuttosto alto, dimostrando come sia possibile creare un evento online, in diretta e che abbia la forza del rito e tutta la dignità di un fatto artistico, della ricerca e della sperimentazione più curata.

Per questo, abbiamo approfondito la questione direttamente con la regista dello spettacolo, Natalia Antonioli.

Pensa che cii sarebbe stato tutto questo movimento senza lockdown e senza chiusura dei teatri?
Natalia Antonioli: « Sicuramente, per quanto mi riguarda, è stato il lockdown a far nascere questo progetto. Con il lockdown ho dovuto iniziare a usare degli strumenti da cui mi ero volutamente tenuta lontana, come Whatsapp e Zoom. L’idea di questa ricerca nasce proprio dalla mia esperienza di docente in didattica a distanza (NdA: Antonioli è docente di regia presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara). Facevo lezione ai ragazzi e me li ritrovavo lì in quelle piccole finestre, ognuno col suo mondo, la sua scenografia, immerso nel suo contesto con le rispettive interferenze. E questo mi sembrava un’immagine della vita: le nostre vite che scorrono parallele, così, una accanto all’altra senza toccarsi davvero. Lo spettacolo è nato dal desiderio di capire cosa succede quando si condivide il tempo, ma non lo spazio. E che cosa succede quando si provano a mettere insieme quelle finestre».

Di fronte alla diatriba teatro online si o no, come vi siete posti?
NA: «Il progetto non è nato per fare teatro online. Siamo partiti per realizzare un’altra cosa. Il teatro si fa solo in presenza e richiede una condivisione del luogo, non soltanto del tempo.
Condividere uno spazio significa, per esempio, sentire gli odori. Primo fra tutti, quello del teatro. Online non c’è l’odore del teatro; a volte ci sono addirittura spettacoli che hanno un odore, che ti lasciano un odore. Qui eravamo di fronte a un altro tipo di forma. In questa nostra esperienza sapevamo di non condividere lo stesso spazio. E visto che non si poteva condividere lo spazio abbiamo moltiplicato l’impossibilità di condividerlo anche sul “palco” perché gli attori sono tutti in luoghi diversi. A specchio, anche la platea era fatta di poltroncine dislocate in tutta Italia. Tanti palcoscenici e tante poltroncine.
In fondo si tratta di una scelta che riflette la prassi /regola, per cui in teatro si trasforma una situazione data, una difficoltà contingente, in una opportunità, una soluzione creativa.
Eravamo consapevoli di non essere a teatro e abbiamo lavorato escludendo la nostalgia per il teatro, evitando accuratamente di chiederci: “come sarebbe se fossimo a teatro?”
Tuttavia non ho mai vissuto questa situazione come un fastidio, piuttosto come una grande opportunità e, anzi, da un punto di vista pratico, grazie alla modalità online, abbiamo potuto lavorare con molto più agio.
La scaletta di prove era più fitta, abbiamo steso un programma senza limiti di spazio o tempo. Ognuno di noi vive in luoghi diversi: dove avremmo potuto trovarci altrimenti? E con quali difficoltà? In questo modo ho avuto tantissima libertà, di cui non avrei potuto disporre altrimenti».

Qual è stato l’oggetto della vostra ricerca?
NA: «Il progetto è stata un’opportunità per indagare sulla non condivisione dello spazio da parte degli attori. Che cosa significava stare in spazi diversi?
Ho chiesto loro di lavorare scegliendo il proprio spazio e ascoltando il proprio mondo. Non ho dato un tema, li ho lasciati completamente liberi. Avevano uno spazio e un tempo a disposizione da riempire con ciò che volevano, e ho la sensazione che lo abbiano riempito con qualcosa che loro avevano bisogno di dire, o su cui avevano bisogno di riflettere.
Mi hanno portato tre storie molto diverse, che ho accettato senza riserve sia rispetto al contenuto, sia rispetto alla modalità di rappresentazione, pur nella difficoltà di conciliare le diverse proposte.
Le finestre di Zoom nel nostro spettacolo sono spazi diversi che non condividono nulla se non il tempo: né la storia, né la scenografia. Sono monologhi, storie separate. Queste storie procedono parallele. In fondo anche la vita è così, noi siamo mondi paralleli, niente più di questo. Linee parallele che non si incrociano. Le nostre vite sono come gli atomi di Epicuro che cadono paralleli. A volte c’è una deviazione, un clinamen direbbe Lucrezio. Ma si tratta di un’eccezione del tutto casuale.
La simultaneità delle storie può generare un’ulteriore trama, una nuova drammaturgia. Come regista ho lavorato alla combinazione delle tre finestre come una scrittura scenica.
Ho fatto una sorta di montaggio. Ho provato sia con ciascun performer, concentrandomi sulle singole finestre, sia con tutti gli attori contemporaneamente, per modellare la visione d’insieme.
L’obiettivo era capire le potenzialità di questa struttura che prevedeva tre storie parallele, evitando la tentazione di armonizzare troppo, di regolare tutto».

A fine ottobre avete organizzato un debutto su Zoom.
NA: «Esatto. Un altro obiettivo della nostra indagine era comprendere cosa voleva dire condividere il tempo con lo spettatore, capire se lo spettacolo arrivava, se ci poteva essere un’emozione nonostante uno schermo.
Si trattava di un altro livello di indagine. Per questo abbiamo voluto debuttare e presentare il lavoro anche al pubblico, per sapere che cosa accadeva dall’altra parte.
E anche questo è stato strano: debuttavamo, ma non c’erano locandine che presentassero il nostro spettacolo ed è un passaggio che mi è mancato molto, anche rispetto all’esigenza di segnare “ufficialmente” quella tappa».

A fine spettacolo avete aperto una discussione con gli spettatori presenti. Ci sono stati dei feedback molto positivi.
NA: «Sì. Abbiamo avuto un riscontro molto positivo. Uno fra tutti, lasciato come commento scritto e che mi ha incuriosito molto, è stato: “Grazie, mi avete riportato a teatro”. Non so chi l’abbia lasciato e vorrei tanto sapere che cosa intendesse nello specifico. Che cosa avrà ritrovato del teatro in questa esperienza? E qui sono io ad avere domande. Cosa avrà voluto dire? Cosa era rimasto del teatro e cosa c’era di nuovo che, approfittando di un mezzo diverso, abbiamo sfruttato per realizzare qualcosa che non avremmo potuto realizzare in teatro»?

Mi sembra che da parte di tutti ci sia stata la gioia del sentirsi parte di un’esperienza dal vivo, condivisa tutti insieme. Un rito. Personalmente mi sono molto emozionata sia per la sensazione di condivisione sia per lo stupore di vedere realizzata questa impresa. A maggior ragione visto tutto lo scetticismo che gira rispetto alle iniziative online.
Cosa c’era del teatro? La diretta prima di tutto. Il darsi appuntamento in un luogo tutti insieme anche se il luogo era virtuale, su di uno schermo, attraverso un link. L’attesa dell’inizio è particolare, si vede aumentare il numero dei partecipanti alla riunione, come se la sala si stesse riempiendo. Si riconosce chi c’è, a volte si saluta in chat (cosa che invece a teatro non si fa, dove ci si rivolge solo a chi si conosce già).
Certo sì, il dispiegarsi dell’energia è molto diverso. A teatro l’energia è una specie di bolla che abbraccia palco e platea. In un’atmosfera dilatata, più rarefatta rispetto a quella che io ad esempio ho percepito nell’online davanti allo schermo.

NA: «Quindi lo schermo non ha “schermato” l’emozione»?

È stato diverso, come se l’emozione fosse stata concentrata, mi viene l’immagine di un cannocchiale. C’era come un’intensificazione, una concentrazione dell’energia e dell’emozione. C’è molta differenza quindi fra l’abitare la bolla di energia del teatro e il tunnel di sensazioni dirette fra me e lo schermo.

All’inizio di questa chiacchierata mi ha raccontato che siete partiti senza nostalgia per il teatro. In generale, cosa pensa delle diatribe teatro online si/no?
NA: «Credo non abbiano particolare senso. Qui si tratta di esplorare territori nuovi nei quali il teatro è chiamato a dialogare (come ha sempre fatto) con altre modalità di comunicazione per generare magari nuove forme artistiche ibridate e, per questo, ancora non facilmente riconoscibili e definibili.
Non si tratta di tradire il teatro ma piuttosto di consentirgli di estendere il suo raggio di azione.
Prima di lasciarci, vorrei ringraziare i miei compagni di viaggio: i tre performer Alessandro Conti, Riccardo Pardini ed Alessandra Roselli, che hanno creduto nel progetto e con generosità si sono dedicati alla sua realizzazione, e il M° Pierluigi Puglisi che con grande sensibilità è riuscito a creare il respiro musicale dello spettacolo».

Ma io non sono a casa – 16 minuti e 32 secondi di intime distanze
Regia Natalia Antonioli
Con Alessandro Conti, Riccardo Pardini, Alessandra Roselli
Musiche Alessandro Pizzin, Pierluigi Puglisi

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