Daniele Finzi Pasca a Como: in scena, il rumore del mare, il profumo del Sud America e la bella intelligenza dei corpi acrobatici. Perché bisogna sempre guardare il cielo, anche quando, nella nebbia, ordinario e straordinario si scontrano e si confondono, con luminosa e vera, disperata allegria.

Per salutare, in Sud America, si sventola un fazzoletto bianco, perché quando si esce di casa, in questa parte del mondo sospesa tra il leggendario e la cruda realtà, non si sa mai cosa si può incontrare, e se si riuscirà a tornare indietro.

Per esempio, una macelleria: semplice, spoglia, minima. Solo il bancone, un coltello, delle carcasse appese, tanto rosso, un po’ di nero. A renderla unica, i corpi, quelli di una donna e di due uomini, che con il coltello giocano, lenti, armonici, precisi, quasi solenni, silenziosi, impassibili. Bellissimi e perfettamente simbolici, espressione riassuntiva di una logica che sfugge eppure, semplicemente, è così: lo straordinario, il vero straordinario, come la vera pericolosità, non può che essere nella realtà, nell’ordinario. E stupirsi è superfluo.

Così camminando nella nebbia, che su un palco diventa farina ed esce dalla manica di una giacca, si incontra una donna fluttuante che suona delle sospese bottiglie blu, l’aria è attraversata da fischianti stracci bianchi e gli elicotteri sono palle colorate (o sono le palle colorate ad essere elicotteri?) che passano imperturbabili dentro a cerchi di legno, inspiegabilmente romantici. Uno xilofono suona indemoniato, sotto i colpi irriverenti di un uomo e di una donna, e la loro vitalità fa piovere tappi di sughero, nonostante preti e donne in lutto si ostinino, con serietà, a portarli dietro le quinte, uno per uno. E sul palco ormai invaso dai turaccioli, senza nessuna soluzione di continuità, un ragazzo turbina tra ula-op e cerchi di fumo.

Nebbia è tutto questo, e molto altro. Ultima parte di una trilogia dedicata al cielo del geniale regista del Cirque Du Soleil Daniele Finzi Pasca, lo spettacolo è un miracolo di bellezza mai fine a se stessa, un viaggio che può condurre a tanti diversi livelli di analisi . Il primo, il più concreto e più reale, quello del mondo latinoamericano, dei suoi usi e della sua lingua, dei suoi canti, della sua cultura, ma soprattutto del modo che questo universo ha di interpretare se stesso e la vita quotidiana, con quel misto di leggenda e crudezza, di miracoloso e documentaristico così tipico di tutte le creazioni artistiche lì concepite, che si tratti di libri, di film, di quadri o appunto di spettacoli e testi teatrali. Un mondo in cui, proprio come nello spettacolo, a connettere tra loro i fatti non è nient’altro che l’assurdo, senza che questo desti sorpresa, sgomento o perplessità, senza pretese, senza una causa nè uno scopo se non quelli, fondamentali, intrinsechi nell’essere stesso dell’assurdo.

Un altro livello, forse il più percepibile anche solo inconsciamente, è quello della riflessione sulla bellezza, e soprattutto sulla bellezza intrinseca nel corpo umano e nel suo movimento, nella sua forza e nella sua delicatezza, nella sapienza con la quale viene usato e nella sua volontà di superare i limiti. Numeri di acrobazia di tutti i tipi ma sempre di incredibile bravura: vestiti con costumi splendidi nella loro semplicità e povertà, i corpi vivono le emozioni da protagonisti, senza ostacoli o intermediari. Sono i corpi a provare affetto, la compassione, e a motivare le scelte e le azioni, la vita. La mente e l’animo, semplicemente, lo assecondano, ne assecondano il volere e l’istinto, mostrando al pubblico incantato che non c’è niente di più sacro, sincero e comunicativo del corpo stesso.

Il lavoro sulla fisicità conduce con naturalezza al difficile e doloroso tema dell’handicap, affrontato con una delicatezza e una profondità commoventi, soffermandosi sulla speciale soggettività del “diverso”, del visionario, della mente extra-ordinaria che ha dato l’impulso alla straordinaria realtà diventata concreta e tangibile sulla scena. Boschi di piatti rotanti all’alba, scale appoggiate nel nulla, biglie di vetro, canne, immagini oniriche ricostruire a partire da oggetti comuni, si rincorrono vorticando intorno all’eterna domanda che fa da trampolino ad un altro livello, quello meta-teatrale: «cosa è finzione e cosa è invece vero?».

Tra spiegazioni che sembrano strampalate lezioni universitarie, esempi concreti, continui cambi di profondità di campo (perchè si sa, con la nebbia persino lo spazio diventa incerto, relativo), notevoli abilità sceniche e una tenace e genuina comicità, un personaggio ripete, ancora, (e ormai chi ascolta riesce ad accogliere senza sconvolgimenti la magia dell’assurdo) che il suo amico, il protagonista, il visionario, «è nato in una notte che nevicava, e per questo è molto legato alla nonna». Senza via di scampo, si penetra quindi quasi dolorosamente nella poesia, con gli occhi e con le orecchie, con l’istinto e la ragione.
Così, non c’è da stupirsi: sul finale nevica.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Sociale

via Bellini, 3 – Como

Nebbia
uno spettacolo di Daniele Finzi Pasca
con 
con Jean-Philippe Cuerrier, Annie-Kim Déry, Stéphane Gentilini, Andrée-Anne Gingras-Roy, Catherine Girard, Marion Guyez, Nicola Marinoni,Sandrine Mérette, Gonzalo Muñoz Ferrer, Felix Salas e Benoît Vis

regia e light designer Daniele Finzi Pasca 
creative producer Julie Hamelin
direttore della creazione Jeannot Painchaud 
Musiche
arrangiamenti e coreografie Maria Bonzanigo 

scene Hugo Gargiulo
costumi Linda Brunelle

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