Ritratti d’autore

Da mezzo secolo connette il passato al presente, il tragico al comico, il territorio all’immaginario. Il direttore artistico Nicasio Anzelmo racconta le “sue” Dionisiache.

Iniziamo raccontando Dionisiache ai nostri lettori. Ce ne descrive brevemente la storia, soffermandosi sulla relazione tra il “nuovo corso” – da lei inaugurato nel 2015 – e l’illustre passato di un evento che da oltre mezzo secolo si svolge incastonato nello splendido teatro greco dell’area archeologica di Calatafimi Segesta?
Nicasio Anzelmo: «È dal lontano 1957 che il sito archeologico di Segesta ospita messe in scena di teatro classico. Proprio nel 1957 una Ifigenia in Tauride di Euripide prendeva vita sulla collinetta del Tempio Dorico. Solo 10 anni dopo, nel 1967, il teatro antico fu inaugurato con lo spettacolo La Pace di Aristofane con la regia di Arnoldo Foà. Da allora il teatro continuò a vivere, tranne per brevi interruzioni, ospitando sia spettacoli classici che non. Nel 2015, dopo un paio di anni di fermo del teatro, la mia Direzione artistica ha dato vita alle Dionisiache. La scelta del nome non è casuale ma legate ai riti del dio Dioniso e alla nascita della commedia. Un teatro antico è una perfetta sede per un progetto che vede la messa in scena della drammaturgia antica e di quella contemporanea (legata sempre al mito). Quelle “pietre millenarie” continuano ancora oggi a raccontarci le passioni degli uomini e delle donne, le loro debolezze, le loro gioie e i loro amori che il tempo non ha mai cambiato e che ha rinnovato adeguandole all’epoca presente. Le Dionisiache sono diventate in questi anni un punto di riferimento sia per le compagnie di professionisti che attraversano il territorio nazionale, sia per il pubblico che diventa sempre più eterogeneo e spesso internazionale».

Quali sono state le principali innovazioni rispetto al passato e quali le eredità che ha voluto conservare?
NA: «In questi anni abbiamo sperimentato vari linguaggi performativi per cercare di capire quale formula si potesse sposare meglio con quelle “pietre millenarie”. Il risultato è sorprendente. Il teatro di Segesta è un teatro esigente, sembra strano dirlo ma è proprio così. Lì, in quel meraviglioso posto, o gli spettacoli prendono anima (cosa che in altri contesti non accade) o gli spettacoli vengono “sbranati”. È uno spazio delicato che ha le sue regole, e quelle regole sono ben precise. Non puoi barare in questo spazio scenico, sei nudo, esattamente come la famosa favola. Con uno spazio come questo ogni “innovazione” deve essere mediata e se ragionata funziona benissimo».

Entriamo nello specifico. Ci descrive il programma di quest’anno? Esiste un fil rouge che attraversa o proprio unisce le diverse rappresentazioni? Di cosa va particolarmente orgoglioso?
NA: «Il nostro è un cartellone tematico, questa edizione 2021 Amor et Furor ha coniugato drammaturgia, musica, conferenze e dibattiti. Ogni titolo del programma è stato pensato da questa direzione artistica per legarlo al tema. E una volta individuato il “titolo” dell’opera si è passati alla ricerca di una produzione che lo mettesse in scena. È stato un lavoro faticoso ma entusiasmante. Ogni rappresentazione è stata pensata esclusivamente per il nostro Festival: Fedra e Tieste di Seneca, Orfeo ed Euridice di Gluck, Antigone di Sofocle, Romeo e Giulietta di Shakespeare, Sette contro Tebe di Eschilo, Eracle di Euripide, Agamennone di Eschilo e ancora un altro Agamennone di Ritsos, Coefore di Eschilo, Cavalleria Rusticana di Mascagni. Come si può notare ogni drammaturgia racconta un lato dell’amore che spesso di trasforma in furore. La scelta del nucleo tematico si è dimostrata vincente perché ci ha consentito di concentrare l’offerta teatrale sul connubio tra ricerca drammaturgica e messa in scena, a tutto vantaggio della qualità degli spettacoli proposti. Vado orgoglioso del successo che riceve ogni anno il nostro Festival che continua a crescere sia di numeri che di qualità».

Come immagina la relazione tra i cosiddetti classici del teatro e la loro rilettura contemporanea tanto in termini di contenuto quanto di grammatica performativa, operazione che potrebbe liberare l’immaginario che li circonda di tanti luoghi comuni e farsi fattore di promozione di una nuova stagione di “neo-umanesimo”?
NA: «Tutti i classici sono una rilettura con occhi contemporanei e la grammatica performativa altro non è che il nostro modo attuale di affrontare il palcoscenico. Mettere in scena un teatro classico con la presunzione di essere fedeli alle antiche messe in scena è pura follia. Impossibile immaginarsi come recitavano, come si muovevamo e cosa cantavano. Non abbiamo nessun elemento che ci indichi, magari accennato, una strada da percorrere e, oggi, inoltre a chi potrebbe interessare? Il teatro è sempre “ora e adesso”, in poche parole la nostra epoca, la nostra storia. Il Festival ha la prerogativa di connettere antichi testi con giovani allestimenti intrisi di discipline artistiche eterogenee e Dionisiache, creando momenti di riflessione e di confronto, si pone proprio come momento di dialogo tra esperienze profondamente lontane nello spazio e nella storia, ma contenute in un tema forte come l’idea stessa del Mito. Mito che, come le sue eterne tematiche, si ripete nel tempo e nello spazio anche della nostra moderna società. Il nostro Festival ha la caratteristica di valorizzare la nostra tradizione e creare dei ponti, dei legami solidi, tra la drammaturgia contemporanea e quella antica, nella consapevolezza che una è l’estensione dell’altra. La drammaturgia antica è alla base della nostra civiltà e della nostra tradizione, la drammaturgia contemporanea è frutto di quel passato».

Spostiamoci su riflessioni di carattere più generale. Qual è stata l’incidenza del festival sul territorio? Ci riferiamo tanto al rapporto con il parco archeologico con la sua mission di conservazione dei beni culturali, quanto al coinvolgimento dei pubblico con la promozione di processi di cittadinanza?
NA: «Le Dionisiache investono sul territorio. Il nostro è un contesto in evoluzione per posizione geografica a modello di “ponte” – e quindi di riflessione –  per il Mediterraneo. Il nostro territorio è in grado di far nascere contenuti, valori, senso e ha qualcosa che il nostro Festival intende raccontare. Basti solo soffermarsi sull’idea che quelle “pietre” ci raccontano da millenni l’animo dell’essere umano che rimane uguale sempre a se stesso anche con il trascorrere immutabile dei secoli. Le Dionisiache sono un occasione indispensabile per la crescita culturale della nostra terra. La presenza del Teatro Antico a Segesta opera un riequilibrio territoriale sia in quanto consente alla drammaturgia antica di avere una casa a lei dedicata, sia perché ha contribuito a riportare il dramma antico, con la sua vasta programmazione, a contatto con il popolo e a renderlo vivo nel senso più vero della parola, così come fu in origine. Il nostro Festival è in grado di richiamare a sé, come a un rito, il popolo nei suoi strati più diversi e più vari. La stretta collaborazione con l’Università di Palermo, l Progetto Segesta, ha rafforzato questa nostra proposta culturale».

Dalla sua prima direzione artistica a oggi, ha inevitabilmente dovuto attraversare questi due anni di pandemia. Come e in che termini la programmazione, l’organizzazione e la realizzazione delle Dionisiache sono state condizionate?
NA: «Questi due anni sono stati difficilissimi. La stagione scorsa il Festival è stato reinventato almeno un paio di volte e sistemato alle esigenze di norme anti Covid-19. Nonostante tutto, il 2020 è stata una stagione straordinaria, su 20 serate almeno 10 sono state sold out (ovviamente considerando i posti limitati). Anche la 2021 non è stata da meno dal punto di vista delle difficoltà. L’anno scorso non avevamo la percezione del virus, mentre quest’anno si percepisce molto di più e spesso vicinissimo. Nonostante tutto, anche questa stagione è stata piena di successi con almeno 7 sold out e teatri pieni con una media di 430 presenze (su 480 totali) e il Festival è cresciuto ancora sia di pubblico che di qualità».

Siamo tornati, finalmente, al teatro in presenza. Dall’online alla televisione e alle piattaforma in stile Netflix: come valuta queste diverse – alcune stravaganti – forme di declinazione di un’arte da sempre legata alla compartecipazione, ai corpi fisici e al qui e ora?
NA: «Ogni forma di arte ha un suo perché e una sua ragione di esistere. Quando passano le emozioni e quando arrivano, qualunque mezzo è benvenuto e necessario».

Avete stipulato altre partnership per continuare a dare linfa al festival e provare ad estenderlo al di là dei confini “naturali” di Segesta, con cui il legame permane comunque prioritario? Come immagina e sogna il futuro del Festival?
NA: «Fin dall’inizio della mia Direzione artistica ho cercato di estendere il Festival oltre i suoi confini naturali. Il festival lo immagino e sogno sempre più grande, sempre più di qualità e con appuntamenti internazionali».

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