Lei – attrice e ballerina – nasce artisticamente in uno dei teatri milanesi più interessanti e innovativi: l’Out Off. Lì interpreta Bruciati dal ghiaccio di Søren Asmussen e Autunno Inverno di Lars Norén, entrambi per la regia intelligente e sensibile di Lorenzo Loris. Lì conosce anche Antonio Syxty che la vuole accanto a sé in Luna di fiele di Pascal Bruckner e Molto rumore per nulla di William Shakespeare. E lì conosce anche il suo compagno di vita e teatro, Paolo Scheriani.

Lui – attore, autore e regista – ha un passato cantautorale prima di dedicarsi completamente al teatro. Interprete di Orestiade ed Edipo Re all’Out Off; autore e regista di La Salomè, firma il testo di Visioni di Solaris per il Litta, e ancora due spettacoli di grande impegno e forte impatto emotivo: Il meccanismo dell’ombra – con il culo sulla sedia elettrica e Human Discount – La vita di questi tempi; sceneggiatore di Subliminal – Il codice dell’amore, miglior film straniero al Colorado Film Festival di Denver.

Questo, in breve, il loro altrimenti lunghissimo curriculum.
Loro, nel 2007, fondano la Compagnia scheriANIMAndelli, che oggi – nella sede stabile del Teatro alle Colonne – propone spettacoli di qualità che non fanno sconti a nessuno. Perché la pace si costruisce – come una casa – giorno per giorno, lavorandoci sodo.

Oggi (lunedì 22 novembre, n.d.g.) il mondo dello spettacolo è in sciopero…
Nicoletta Mandelli: «Potrei ripetere ciò che tutti i miei colleghi hanno già denunciato riguardo alla mancanza di finanziamenti. Nella nostra Compagnia, però, partiamo da basi concettuali diverse. Dati i fatti a tutti noti – che la cultura non è assolutamente sostenuta dalle istituzioni e, anzi, si sta regredendo – noi, comunque, crediamo che ogni cambiamento nasca innanzi tutto da noi stessi come individui, anche a livello di atteggiamento nei confronti dell’ambiente in cui viviamo, prima, e lavoriamo, poi. In questo momento di chiara lotta per sopravvivere, lanciamo un messaggio in controtendenza, cercando di dare al pubblico una qualità culturale alta nonostante la condizione in apparenza impraticabile. Le persone che lavorano in teatro non possono ritrovarsi solamente quando si tratta di mancanza di fondi. Noi viviamo come se fossimo sempre nell’emergenza e, proprio per questo, dobbiamo cercare di dare il massimo».

È difficile per una compagnia teatrale trovare uno spazio a Milano?
N. M.: «Se non pratichi le solite strade, se non scendi a certi livelli di compromesso, se miri sempre alla qualità, è molto difficile. Bisogna essere determinati. A livello metaforico è come se una goccia, giorno dopo giorno, ti aiutasse a scavare un piccolo foro che, a un certo punto, segue nuove vie che ti permettono di concretizzare i tuoi progetti».

Ci sono restrizioni a lavorare in una sala concessa dalla parrocchia?
N.M.: «Nessun problema né ingerenza. Il Teatro alle Colonne, però, non è una sala propriamente parrocchiale ma possiede una storia come cinema d’essaie e teatro, ben nota ai milanesi. Inoltre, il nostro progetto era molto in linea con le aspettative della proprietà – e non perché si debba rimanere dentro dei canoni estetici ed espressivi imposti, bensì perché il nostro obiettivo è affrontare temi universali con grande professionalità. Faccio un esempio, la decisione di mettere in scena, a febbraio, La Salomè di Paolo Scheriani – uno spettacolo di grande impatto emotivo e sensualità, con scene e costumi di Crepax – non ha creato alcun problema. È un atto di fiducia della proprietà nei nostri confronti, che ricambiamo con professionalità e rispetto».

Com’è nata la vostra Compagnia, scheriANIMAndelli?
N.M.: «Paolo e io ci siamo conosciuti nel ’93, durante i provini per Orestiade, andata in scena all’Out Off nel gennaio ‘94 per la regia di Antonio Syxty. Da lì è nato il nostro legame di vita e lavoro che è continuato anche se Paolo (Scheriani, n.d.g.) ha poi seguito Syxty al Litta, mentre io ho proseguito la mia esperienza teatrale all’Out Off, sotto la direzione di Lorenzo Loris. Finché, nel 2007, abbiamo deciso di fondare la nostra Compagnia che, prima ancora che a livello lavorativo, si basa su…»
Paolo Scheriani: «… una condivisione di valori…»
N.M.: «… e una particolare concezione del mondo».

Il vostro vuole essere, come avete dichiarato: un teatro costruttore di pace. Nel primo spettacolo, Human Discount. La vita di questi tempi, si parlava di temi forti come l’immigrazione clandestina e il conflitto israelo-palestinese. Non temete di allontanare parte del pubblico prendendo posizioni così decise?
P. S.: «Per noi, prima della scelta dell’argomento – che sia il conflitto israelo-palestinese o l’immigrazione – c’è l’uomo. Cerchiamo quindi di attivarci e lavorare su questo tema così complesso, sfaccettato e perfino contraddittorio. Non ci interessa l’etnia o la nazionalità, il credo religioso o politico, perché la nostra scelta è quella di impegnarci in un teatro umano. Noi non siamo contro o a favore, siamo sempre per. Se si tolgono gli orpelli ideologici, il buon senso dovrebbe farci arrivare tutti alle medesime conclusioni. Questo è lo scopo del nostro modo di intendere il teatro».
N. M.: «Fondamentalmente, noi potremmo decontestualizzare qualunque tema e, a quel punto, rimarrebbe l’essenza della quale parliamo. Questo spettacolo, in particolare, esprime bene questa volontà – questa tensione continua – nella figura della pacifista statunitense Rachel Corrie che, se le condizioni fossero state opposte, avrebbe difeso col proprio corpo e la propria vita le case degli israeliani – al posto di quelle dei palestinesi. Il punto, quindi, non è prendere le parti degli uni o degli altri, bensì comprendere che l’atto di decidere di agire può cambiare la nostra vita e quella altrui. Viviamo tempi in cui se non impariamo a coltivare il dialogo e una cultura di pace – perché diventino naturali e parte della nostra quotidianità – non riusciremo mai sconfiggere quell’ideologia della violenza che si sta radicando nella società. L’essere umano vuole solo essere felice, questa è la sua natura».

In Human Discount Paolo Scheriani firma anche la drammaturgia. Ho notato un grosso lavoro sul linguaggio. Scelta consapevole quella di ritmare le parole quasi coi tempi del verso libero?
P. S.: «Ho difficoltà a rispondere a queste domande perché vi è una sorta di inconsapevolezza nel mio modo di scrivere. Sarei disonesto a raccontare che, alla base, vi era uno studio sull’endecasillabo sciolto, che nasceva dalla volontà di esprimere certi temi ed emozioni usando la forma poetica… (risata).  La verità è che ho scoperto solamente alla fine di aver usato questa metrica, che ho notato perché ho un buon orecchio musicale. Ammetto che nel mio modo di scrivere, di getto – difficilmente faccio una seconda stesura – mi sento quasi un tramite, e solamente alla fine mi accorgo se la scelta non consapevole dello stile che ho usato, abbia o meno un senso».

In Human Discount il video del primo pezzo è firmato da Luca Lisci. Com’è nata la vostra collaborazione?
P. S.: «Nicoletta (Mandelli, n.d.g.) ha collaborato a un mediometraggio, Valentina/Riflesso, con Caterina Crepax, la figlia del celebre fumettista, e Luca Lisci. Da questa conoscenza è nata con molta spontaneità la collaborazione per Human Discount. All’inizio non pensavamo che il video dovesse assumere un ruolo così importante, al contrario – durante le prove – ci siamo accorti che c’era bisogno di un contrappunto, un contro-canto video rispetto al testo. Luca ha creato queste autentiche opere d’arte e il risultato è stato tale che la nostra collaborazione proseguirà anche in futuro».

Sta per debuttare il nuovo spettacolo, Il meccanismo dell’ombra – con il culo sulla sedia elettrica
P. S.: «Il nuovo vecchio, in realtà. Abbiamo debuttato con questo spettacolo nel ’99 in concomitanza con la raccolta di firme per la prima moratoria contro la pena di morte. Si sentiva la necessità di fare qualcosa, attraverso il nostro lavoro, oltre ad apporre la nostra firma. Da questa esigenza è nato il monologo di un condannato a morte che, prima di  finire sulla sedia elettrica, racconta la propria vita e spiega perché si trovi in quelle condizioni. La peculiarità del testo è che non è un condannato che rivendica la propria innocenza, denunciando l’errore giudiziario, bensì un uomo che si assume le sue responsabilità e, proprio in questo, il messaggio diventa più incisivo: anche quando ci si trova di fronte a un colpevole, lo Stato non può arrogarsi il diritto di togliere la vita. Abbiamo scelto di riproporre lo spettacolo questo weekend all’interno di una sorta di maratona per la pace, dove troverà spazio, la domenica pomeriggio, il primo di una serie di appuntamenti intitolati Conversazioni tra costruttori di pace. Il teatro, quindi, non solamente come uno spazio per la rappresentazione di prosa ma anche come agorà, luogo dove confrontarsi. Tanto più che questo monologo non nasce per coloro che sono già contrari alla pena di morte, quanto per stimolare la riflessione nelle persone favorevoli».
N. M.: «Abbiamo scelto Il meccanismo dell’ombra anche per farci conoscere: è un po’ il nostro biglietto da visita. Però non va dimenticato che le nostre scelte come artisti vanno al di là delle tematiche che stiamo proponendo. Lavoriamo sulla qualità, siamo professionisti e, come tali, non possiamo e non vogliamo essere didattici. Noi rielaboriamo qualsiasi argomento a livello artistico e il teatro è lo strumento che utilizziamo per reinterpretare la realtà».

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