Un incubo kafkiano tutto da ridere

Un gruppo di allievi della Scuola Nazionale Silvio D’Amico, mette in scena Nightmare n. 7, divertente atto unico, denunciando in Dürrenmatt, Kafka e Palazzeschi i propri ispiratori.

Nightmare n. 7 è un meccanismo a orologeria del comico, dove il ritmo governa l’espressione e la risata scaturisce da ciò che Freud definiva «motto di spirito», vale a dire quel tipo di verità inconscia caratterizzata da «contrasto di rappresentazione», «senso dell’assurdo» e, infine, «stupore e illuminazione». In questa pièce il contrasto di rappresentazione viene a costituirsi da un uomo che perde la memoria e si trova, senza sapere perché, in compagnia di tre invadenti giocatori di briscola.

Il paradosso della situazione è che i tre giocatori si pongono da subito, e con ansia sospetta, di aiutare l’uomo a sapere chi sia, non potendo tollerare quella mancanza ontologica, avvertita come un oltraggio. Provano con la psicanalisi («Si rilassi e dica la prima cosa che le viene in mente»), prefigurando una malattia da guarire, un livello di conoscenza sociale da verificare, allestendo quiz bislacchi, come in un gioco a premi di prima serata. Il ritmo condensato all’osso, ha qualcosa del tempo narrativo dei cartoni Warner Brothers, in cui il povero Porky Pig da cacciatore si trova vilipeso dalla propria stessa vittima (Bugs Bunny).

La risata – Freud docet – è lo scarico di una tensione intellettuale innescata dalla rappresentazione, nonché rivelatrice di un contenuto inconscio penoso, altrimenti difficile da contattare. In questo senso, risate ne sono state seminate molte dai quattro brillanti attori in scena, ma qual è il contenuto penoso per il quale la pièce apparecchia una gustosa via di fuga?

Gli autori sembrano alludere a tutte quelle forme di confessione che prefigurano un sapere disciplinante, un sapere che – nascondendosi dietro apparati anonimi, ma per questo quasi esoterici – pretende di dirci come dovremmo vivere, cosa sia essenziale sapere, come essere felici, un sapere-potere verso cui non si potrà non essere in perenne debito (i tre giocatori fanno e disfanno commissioni d’esame, distribuendo e togliendo crediti formativi con la più assoluta arbitrarietà). «Bisogna essere ben presi in trappola da questa astuzia interna della confessione – scriveva Michel Foucault – per credere che ci parlino di libertà tutte quelle voci che, da tanto tempo nella nostra civiltà, ripetono senza fine la formidabile ingiunzione di dire ciò che siamo, quel che facciamo, quel che ricordiamo e quel che abbiamo dimenticato, quel che nascondiamo e quel che si nasconde, quello che non pensiamo e quello che pensiamo di non pensare».

In una parte del testo, il povero smemorato si ritrova a rispondere a tre telefoni contemporaneamente; dall’altra parte del filo si succedono voci che lo incalzano, chi per reclamare il saldo di un acquisto che non ricorda di aver fatto, chi per ordinare un pollo alla diavola. «Io ho solo risposto al telefono» ribatte il malcapitato. È il “reale” duro e crudo che bussa alla illusoria integrità del soggetto, gettandolo nell’angoscia e trasformandolo in un automa ridicolo. È il momento in cui il minotauro di Friedrich Dürrenmatt (citato nelle note di regia) si avvede che l’altro non è un riflesso di sé allo specchio, ma un essere il cui desiderio è insondabile. La vena comica di Nightmare n. 7 abbraccia il proverbiale umorismo di Kafka, nell’evidenza che la scrittura del praghese, piuttosto che allegorica, si può dire lucidamente realistica. Non è la società a essere alienata, o disintegrata, ma è l’uomo a dover incarnare il suo proprio tormento senza senso, portarlo come un fiore di plastica all’occhiello di una giacca sdrucita, che si vuole dignitosa oltre ogni oltraggio subito, rendendosi ridicolo per propria costituzione. Forse è questa l’illuminazione “freudiana” che stasera è stato possibile avvertire e che il pubblico – ridendo – ha potuto avvicinare. Un proverbio ebraico recita: «L’uomo pensa, Dio ride». Il Teatro è l’unico luogo dell’umano in cui è possibile invertire l’ordine dei fattori e grazie all’incubo drammaturgico allestito per noi, per una sera è l’uomo a ridere e Dio a rispondere al telefono.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro India

Lungotevere Vittorio Gassman 1, 00146, Roma
sabato 4 giugno 2016, ore 18

Nightmare n. 7
drammaturgia e regia Lorenzo Collalti
con Luca Carbone, Cosimo Frascella, Lorenzo Parrotto, Pavel Zelinskiy
produzione Il ServoMuto/Teatro

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