A Sesto al Reghena si è svolta la seconda edizione del format di Compagnia di Arti e Mestieri dedicato alla Giovane scena delle donne.

Sei finalisti scelti su oltre quaranta candidature e la mise en éspace della Compagnia di Arti e Mestieri di Così vicino al fondo (testo di Camille Davin selezionato al Women Playwrights International 2018 di Santiago del Cile).

La conferenza-spettacolo Donne e teatro. Una storia di esclusione, un lungo reading di Bruna Braidotti che, pur spaziando con un po’ troppa ampiezza dai Misteri eleusini a Simone De Beauvoir, da Hrotsvit von Gandersheim a Matilde Serao, ha saputo ricordare come gravi lacune siano ancora oggi lontane dall’essere colmate.

In chiusura, La regia delle donne. Convegno sulle donne che dirigono in teatro e nella cultura, incontro pubblico che la nostra Valeria Palumbo ha aperto con un suggestivo affresco storico (dalla Commedia dell’Arte al Novecento), ponendo l’attenzione su due figure epocali del secolo appena trascorso, Adelaide Ristori ed Eleonora Duse.

Questo, in sintesi, il fitto calendario de La giovane scena delle donne, festival giunto alla sua seconda edizione e che ha visto susseguirsi sul palco dell’Auditorium Buirovich tre performance per ogni giornata di concorso: nella prima, Hot chiamate in attesa (poi proclamato vincitore), Dieci donneSic transit gloria mundi; nella seconda, giorno in cui siamo stati presenti, 19 marzo, Signorina, lei è un maschio o una femmina? e Principesse e sfumature (cui è stata assegnata una menzione speciale).

19 marzo, diretto da Alessandra Fallucchi, scritto e interpretato da Licia Cristiano, introduce il pubblico al cuore dello spettacolo fin dall’antefatto della protagonista che, mentre gioca con Barbie e Ken, anela a un vero principe che la protegga, ossia il «bisogno di […] far emergere le frequenti situazioni sommerse di violenza in cui non solo sono coinvolte le mamme ma soprattutto i minori costretti a vivere il dramma silenzioso della paura dei maltrattamenti in casa».

La pièce gioca interamente e forse ingenuamente su una restituzione dilemmatica della questione. Da una parte, il carnefice è un padre autoritario e violento. Dall’altro, le vittime sono l’imbelle madre e le figlie, con anche quest’ultime collocate in un semplicistico parallelismo dialettico: la prima è ribelle e provocatrice, veste anfibi e marina la scuola, mentre la seconda (che poi sarà la voce narrante) si mostra desiderosa solamente di normalità, di un rousseauiano ritorno al ventre materno simboleggiato dai toni freddi delle luci, nonché da espliciti riferimenti testuali e gestuali.

A rendere infernale il clima di 19 marzo non è, però, l’ingombrante presenza di un orco per padre e marito o il sostanziale silenzio con cui le forze dell’ordine rispondono alle strazianti telefonate della bambina. A investire di una dimensione sociale la denuncia e la condanna della Cristiano è, infatti, la constatazione del triste destino di chi, diventata adulta e vestita la divisa per cercare riscatto e catarsi, troverà solo ordini superiori che le impediranno di occuparsi delle richieste di soccorso da parte di minori sottoposti a violenza così come lei lo era stata un tempo.

L’intenzione decisamente polemica non basta, però, a salvare un allestimento didascalico nella regia e monotono nell’interpretazione. 19 marzo paga, infatti, l’assenza di momenti di climax/anticlimax/scioglimento, nonché un impianto ideologico di fondo che divide il mondo in buoni e cattivi senza però offrire immedesimazione o straniamento, dunque strumenti che inducano lo spettatore all’empatia o alla riflessione su un argomento caldo e fondamentale.

In Signorina, lei è un maschio o una femmina? Gloria Giacopini e Giulietta Vacis immaginano la storia di una bambina con i capelli corti, la voce roca e amante del blu, la quale, dopo varie peripezie tra grembiulini rosa, fidanzatini un po’ prepotenti, maestre autoritarie e compagne di banco impertinenti, finirà (forse) per lasciarsi chiamare Marco.

Testo brillante, padronanza scenica, ironia e semplicità di visione colorano un allestimento intensamente divertente, leggero ma non banale e che nella modalità stand-up comedy riesce nel risultato affatto scontato di drammatizzare il privato della propria autrice e non scadere nel mero racconto autobiografico. Ed è proprio la pretesa minuta e sincera che la anima a connotare Signorina della profondità di chi, stornando il drammatico precipitare nell’autoreferenzialità, racconta il tempo autentico dell’esistenza individuale. Il risultato è un’operazione tecnicamente non sempre impeccabile, ma ben cadenzata nei dialoghi e nelle azioni in virtù dell’esperienza e della naturalezza della sua interprete.

L’ultimo in concorso è il monologo cabarettistico di Principesse e sfumature, in cui la sua autrice e interprete, Chiara Becchimanzi, parallelamente a un processo combinato di dinamica psicoterapeutica e decostruzione analitica, innesta una progressiva svestizione fisica e psichica del personaggio, contravvenendo in senso lato alle proprie note di regia («il palco è nudo, riempito esclusivamente dal corpo dell’attrice in scena: nessun filtro scenografico o di costume tra lei e il pubblico»).

Principesse e sfumature si colloca meritoriamente all’interno di una concezione sociale e comunitaria della pratica teatrale. La Becchimanzi cerca continuamente la complicità del pubblico e riesce sempre a tenere alta la tensione, anche nei momenti più prevedibili, grazie a indubbie doti di ironica improvvisatrice e al tempo sostenuto di un testo denso di riferimenti alla Popular culture (su tutti l’esilarante lettura di Cinquanta sfumature di grigio) e ai numerosi cliché che caratterizzano la relazione – più sessuale che sentimentale – tra uomo e donna.

La Becchimanzi, nonostante a tratti inceda con un fare inopportunamente più sarcastico che umoristico, si propone di mettere in crisi la dominante narrazione patriarcale che vuole le donne vittime in primo luogo di sé stesse. Principesse e sfumature parla di e a donne che hanno sottomesso la propria stessa volontà all’imperativo di soddisfare senza se e senza ma le inspiegabili voglie del Lui di turno, e che lo hanno fatto non perché isteriche o insicure, ma perché indotte da un immaginario culturale in cui totem e tabù funzionano di fatto a senso unico e in direzione ostinata e contraria rispetto alla spontaneità del suo sentimento. Il teatro diventa lo scenario di una «vera e proprie psicoterapia di gruppo», il tentativo di scardinamento, attraverso la risata, di dettati omologanti e superficiali che gravano su donne sostanzialmente incapaci di volersi bene e oppresse dal mito dell’essere felici a tutti i costi.

Vergini che gemono di piacere di fronte a fascinosi adoni, principesse che fremono in attesa dell’arrivo del cavaliere azzurro, ragazze compiacenti con compagni convinti di misurare la propria virilità con la durata dell’atto sessuale, adolescenti impaurite dalla scoperta dell’autoerotismo: seppur la prospettiva critica di Principesse e sfumature non risparmi niente e nessuno, tra le pieghe di un testo vagamente pedagogico e moralistico e che spesso non affonda il colpo ma si accontenta di rimanere sul piano dell’ironia, si percepiscono il rischio dell’ulteriore colpevolizzazione di donne a cui non manca tanto la consapevolezza del problema o la volontà di riscatto, quanto la forza spirituale e materiale di applicare le proprie decisioni, e quello di una loro medicalizzazione – nel momento in cui, costruendo un proprio discorso sulla buona sessualità, considera disfunzionale, se non proprio patologica, ogni deviazione a essa.

Ammiccando all’idea che «il sesso non si giudica solo. Si amministra» (M. Foucault, La volontà di sapere. Storia della sessualità), istituendo la propria verità sul sesso e identificando il processo di individuazione con la sua gestione, Principesse e sfumature tende allora a plasmare un mondo deterministico nel quale la propria felicità diventa ancor più eterodiretta, dipendente da qualcuno o qualcosa che ti porti ad apprezzarla (amica, uomo o psicoterapeuta, non importa).

Unica, vera pecca della manifestazione è stata, però, una presenza di pubblico non adeguata rispetto all’importanza del tema e all’impegno profuso dalla Compagnia di Arti e Mestieri. Impegno che ha goduto del sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e della Fondazione Friuli e che ci auguriamo possa essere rilanciato con ancora maggiore determinazione ed efficacia, magari connettendosi sempre di più alla questione cruciale – almeno per noi di Persinsala – dei linguaggi del contemporaneo. Dunque alla capacità di far incontrare l’azione e la riflessione sull’arte con le forme popular e social della cultura postmoderna e, se possibile, senza continuare a giocare con nostalgiche ondate femministe che ormai si susseguono senza particolare costrutto teorico.

Perché, citando liberamente il Wittgenstein del Tractatus, su ciò di cui non è parlato, non si dovrà più tacere, ma solo, con e attraverso la lingua del XXI secolo.

La giovane scena delle donne
in collaborazione con il Comune di Sesto al Reghena
e il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e della Fondazione Friuli

Spettacoli del concorso 
Giovedì 11 aprile
Auditorium Burovich

18.30 – 19.10
Hot chiamate in attesa
di Talia’s machine – Milano

19.30 – 20.10
Dieci Donne 
di Marcela Serrano, Associazione Culturale Compagni di Scena Roma

21 – 21.40
Sic Transit Gloria mundi 
di Compagnia Ippogrifo Produzioni – Verona

Venerdì 12 aprile
17.00 – 17.40
19 marzo 
di Zerkalo teatro – Roma

18.00 – 18.40
Signorina lei è un maschio o una femmina?
di Gloria Giacopini, Giulietta Vacis – Torino

19.00 – 19.40
Principesse e sfumature. Lei, Lui e NoiAltre
di Compagnia Valdrada – Roma

21.00 – fuori concorso
Donne e teatro. Una storia di esclusione
di Bruna Braidotti
con Bruna Braidotti, Bianca Manzari

Sabato 13 aprile
10.00 – 13.00 – Barchessa Piccola dell’Auditorium Burovich
Workshop Embodied Performance con Elizabeth Hess

15.30 – 18.30 – Auditorium Burovich
Convegno Teatro giovani e donne
Tutte le proposte teatrali pervenute per il concorso saranno spunto per riflettere sui giovani, il teatro e le donne, sulla più o meno raggiunta parità, sul femminismo, sulla violenza inarrestabile sulle donne, su una cultura che ancora le discrimina e per indagare la necessità di trasporre a teatro questi temi.

18.30
Premiazione spettacolo vincitore del concorso

19.00 – Sala Abbaziale dell’Abbazia di Santa Maria in Silvis
Convegno La regia delle donne: prima sessione di articolazione dei temi di discussione.

21.15 – Auditorium Burovich
Così vicino al fondo
testo di Camille Davin (selezione del Women Playwright International 2018 di Santiago del Cile)
a cura della Compagnia di Arti e Mestieri

Domenica 14 Aprile
10.00 -13.00 – Auditorium Burovich
La regia delle donne
Convegno sulle donne che dirigono in teatro e nella cultura

Giuria del concorso
Alina Narciso regista e direttrice del festival Internazionale La escritura de la/s diferencia/s di Cuba,
Patrizia Monaco autrice teatrale, coordinatrice del Centro di Drammaturgia Italiana Contemporanea, docente di drammaturgia e storia del teatro in scuole e istituti in Italia e all’estero,
Annamaria Poggioli Vicepresidente dell’Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia, già Presidente della Commissione Regionale Pari Opportunità del FVG.
Paolo Mutti attore
Bruna Braidotti regista, drammaturga e direttrice de La Scena delle donne.
si aggiungono 10 giovani giurati, sia allievi di teatro che spettatori

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