Dall’utero e ritorno

Al Fabbricone di Prato, va in scena l’ultimo lavoro di Lucia Calamaro, tra luci e ombre, respiri profondi e scorciatoie di senso.

Doveva essere più lungo, più corposo, più approfondito, l’originale – andato in scena alla Biennale Teatro di Venezia. E si sente. Lo spettacolo che arriva a Prato è una riduzione a un solo atto di un’ora e mezza e, come sempre quando si taglia, non è detto che le incisioni ricalchino le giuste pieghe. La trama è come la pelle: seguire la ruga per celare la cicatrice non sempre è facile. Soprattutto quando il chirurgo è anche il demiurgo e, tagliando, rammenta un piano creativo che non è più dispiegato di fronte ai nostri occhi.

Folgorante l’incipit: il monologo di Simona ci cala in un bisogno di normalità che può aprire universi di senso. Poi il palleggio del dialogo scivola leggero ma, a un certo punto, il discorso perde consistenza e si slabbra. Perché?

Forse un problema è la sovrabbondanza di temi in un tempo ristretto. Più che la ricerca di Dio o il bisogno di casa, si avverte, in ciascun personaggio (attori tutti eccellenti e in parte) la necessità di trovare una ragion d’essere. E se per il prete è il caricarsi della croce e per il padre/bambino il ritorno a casa, dove sentirsi ricompreso nel proprio ruolo (che il prete interpreta nella propria veste e tra le auguste mura dove si sussurra e non si parla); per i personaggi femminili sfugge, in spessore e complessità. Il bisogno di essere madre e i mezzi per realizzarlo, a prescindere dal fatto che un figlio non è un diritto; e il desiderio di seguire i propri interessi di studio – o semplicemente personali (à la Ibsen) – anche quando si traduce nella libertà di un aperitivo con le amiche o di uscire sbattendo la porta di casa, sono temi troppo complessi per poche fugaci battute. Mentre la chiusura sull’attualità (il neonato abbandonato in un bagno) rende il tutto troppo facile, troppo superficiale, troppo buonista (soprattutto nell’abbraccio riconciliatorio a quattro).

Lo squilibrio si avverte ancor di più pensando a una certa ripetitività e a un avvitamento quasi ossessivo e sovrabbondante nelle istanze del padre/eterno fanciullo se paragonate alla fugacità dei bisogni femminili. Così come la ricerca sui suoni e sui rumori, espressa da Cecilia e che potrebbe diventare un tema di grande profondità in un mondo ormai votato all’apparire e al vedere, finisce per essere un tormentone poco incisivo.

Si sente lo scarto, linguistico e contenutistico. E spiace. Perché quel monologo iniziale di Simona e alcuni passaggi (dai barattoli di vento alla pochezza di cose che ci rende felici fino al discorso sulla croce, oltre a quel linguaggio falsamente banale ma raggrumato di senso) ci danno il gusto di ciò che sarebbe potuto essere o, chissà, di ciò che potrebbe ancora diventare.


Lo spettacolo continua:
Teatro Fabbricone
via Targetti, 10/12 – Prato
fino a domenica 12 gennaio 2020
orari: feriali ore 20.45, sabato ore 19.30, domenica ore 16.30

Nostalgia di Dio
Dove la meta è l’inizio
testo e regia Lucia Calamaro
con Alfredo Angelici, Cecilia Di Giuli, Simona Senzacqua e Francesco Spaziani
luci Gianni Staropoli
scene e costumi Lucia Calamaro
assistente alla regia Diego Maiello
disegno dell’angelo Luca Privitera
foto di scena Guido Mencari
produzione Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro Metastasio di Prato
in collaborazione con Dialoghi – Residenze delle arti performative a Villa Manin 2018/2019

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