L’idea originale della mostra “Nothing but a Show” a cura di Alessio Ascari è di inserire opere, di giovani artisti, all’interno delle sale del Museo d’Arte Antica e delle Arti Decorative del Castello Sforzesco.

Queste opere, sulla carta, hanno come obiettivo comune, quello di dialogare con l’allestimento museografico dei BBPR, in realtà sono rare le opere che contemplano quest’obiettivo, allo stesso tempo gran parte di queste si mimetizza, si nasconde, ed una restante parte emerge non per motivi inerenti la mostra, ma per inutile grandezza aliena dal contesto delle sale museografiche.

L’allestimento pensato dai BBPR (Belgiojoso, Banfi, Peressutti e Rogers), assieme al restauro del Castello, fu avviato nel 1947 e concluso nel 1956, rimane ancora oggi un’esempio di spregiudicata coerenza e di felice sensibilità figurativa. In tutto il percorso museografico si ritrova un perfetto impegno duplice: dosare il valore di opere eterogenee tra loro e rendere animato l’interno delle sale con gli elementi architettonici del Castello.

L’allestimento concepito dai BBPR sposa la logica “dell’ambientazione stilistica”, suggerendo, in molti casi, l’atmosfera storica originale delle opere ed evocando qua e là il genius loci del castello medievale.

In Relier 1 di Jacopo Milani, la negazione dell’immagine frontale dell’Imperatrice Teodora, è nascosta da un lungo telo nero verticale che pende dall’alto. La Testa della donna è occultata parzialmente, l’opera pensata per essere vista da tutti i lati é celata, lasciando vedere solo una visione laterale e posteriore.

L’intervento induce a spiare il volto della donna, a percepirne i lineamenti solo in parte. Altra cosa è la negazione dell’immagine creata da Man Ray (L’Enigma di Isidore Ducasse) basata sulla cancellazione della riconoscibilità e sull’irriconoscibilità dell’oggetto nascosto, il telo nero, in questo caso, avvolge oggetti di varia natura che impacchettati e legati da una corda assumono una forma antropomorfica con diversi rimandi.

Relier 2, dello stesso artista, non è più basato sulla negazione ma sull’addizione, una “nuova”visuale, diversa dal solito, l’idea di uno specchio inclinato posto in basso, rispetto alla finestra a mandorla che racchiude il Redentore Benedicente, permette di osservarlo contemporaneamente da più parti e da più angolazioni sinora sconosciute.

Ottimo inserimento invece l’opera di Linda Fregni Nagler, Le Musée immaginaire, le bacheche disegnate dai BBPR vengono svuotate con inserimento ironico e ingannevole in modo efficace e positivo, le immagini fotografiche in bianco e nero, recuperate da materiale d’archivio, (leoni e scimpanzé impagliati, calchi di animali) confondono e illudono l’osservatore che non riesce a collegare, com’è buona prassi, la descrizione con l’oggetto esposto. L’intervento, seguendo le idee generatrici della mostra, s’inserisce addirittura all’interno dell’allestimento storico, convive con esso.

La parte meno interessante della mostra, soprattutto perché inibita nei confronti dell’allestimento dei BBPR, appare scontata nella comunicazione; forse per un timore reverenziale museografico, non riesce ad emergere e a creare un effettivo dialogo con l’allestimento, essendo in molte sale addirittura schiacciata da quest’ultimo. In alcune opere, infatti, l’intervento è così piccolo, timido e ingiustificabile da essere un fastidio percettivo, per chi vuole guardare soltanto l’esposizione delle sale.

Tra queste il cubo di plexiglas al centro della Porta Romana, complicato calco di un rimando a qualcos’altro; dietro la Madonna lombarda del XV secolo l’ulteriore sfondo, aggiuntivo a quello esistente, in fogli di feltro (esagonali?); i pannelli inclinati in mdf, riprodotti in scala più piccola rispetto a quelli presenti dei BBPR, la ripetizione ordinata e l’infinita serialità di quest’opera, risulta essere monotona. Su questi pannelli bassi, umili fotocopie incollate, precipitano inevitabilmente l’attenzione.

Del resto che ci sia un po’ di confusione appare lampante, quando anziché dialogare con l’allestimento delle sale, alcune opere rappresentino “altro”; questo è evidente nella Sala dei Ducali dove si riproduce ripetutamente, con una lamiera forata, una parte del Padiglione del Canada realizzato a Venezia, dai BBPR, in una dimensione piccola, quasi casalinga riducendo un elemento importante del progetto a dimensioni di cappa per cucina.

Il pallone aerostatico giallo, rosso e blu, per il suo effetto di decontestualizzazione ha lo stesso valore che avrebbe un frigorifero, un letto, un pneumatico, all’interno della sala, il fenomeno degli oggetti decontestualizzati, privi del loro significato e della loro valenza, inseriti in luoghi in cui la nostra percezione visiva non è abituata di solito a collocarli, purtroppo è un fenomeno sviluppato ampiamente da Duchamp.

Tra gli interventi estremamente minimali, quello della pagina de l’Unità con i funerali di Berlinguer posta sotto la lapide funebre di un comandante francese, e quello dell’audio lungo la scala d’accesso alle sale del primo piano. I fortunati visitatori che casualmente leggono il cartellino sul muro, rimangono inermi lungo la stretta rampa di scale, queste soste risultano essere per molti eterne, visti i tempi d’attesa tra un rumore e un altro, indeterminato e indeterminante.

Infine, siccome in una mostra che si rispetti la sezione video non può mancare, ecco accontentati i palati più esigenti, un bel prisma ingombrante tronco piramidale, i cui lati esterni richiamano l’effetto legno dei pub irlandesi più infimi, visto che siamo nella Sala delle Assi di Leonardo. Il video non cattura lo spettatore, risulta essere criptico, la media della visione dell’osservatore medio non supera i cinque minuti, purtroppo inutili per comprendere il senso dell’installazione.

Questa mostra che si prefigge di essere un percorso nel percorso, una mostra dentro un’altra mostra, una “caccia al tesoro” delle opere all’interno del percorso museografico, si rivela, tranne alcuni casi particolari, offuscata, incastrata tra l’intervento su macroscala e microscala non dialogando con l’allestimento museografico esistente, non innesca quel ricercato senso emotivo nel visitatore, così tanto desiderato dai BBPR, e rifiuta quel confronto-dialogo, tra opere di varie epoche con diversi significati.

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