L’unico moto perpetuo

O Tempo Ròi sul palco della Tenuta dello Scompiglio, su progetto e interpretazione di Costanza Givone. In contemporanea, anche due mostre fotografiche.

Notte. Per qualche motivo arcano, è quando le braccia del buio cullano il creato che la parte più frangibile dell’umanità sceglie di considerare il flusso del tempo, o meglio, che vi affonda al suo interno. Quasi che nell’emisfero oscuro delle nostre giornate, porte a pochi accessibili si dischiudano al mondo, senza produrre suono. E in un luogo così lontano, così sperduto.
Tenuta dello Scompiglio, ore 21.00. Solcare a piedi il selciato, poi la distesa dei campi freddi. L’edificio si tiene distante dalla strada e le luci sono fioche. C’è tempo per un aperitivo locale, poi per le altre manifestazioni, due.
Notesparse, la prima, presenta a chi assiste una rassegna di immgini, fotografie sfocate, volti perduti e volutamente trascurati, corpi che smarriscono le proprie strutture nel turbinare di un movimento scenico, di una danza studiata. Notesparse è un uomo inerpicato ai margini della ribalta, sullo stesso confine che si frappone tra mondanità e arte. È il miserevole muto che ha visto, che ha vissuto, che non gli è concesso narrare. Perciò la visione è confusa, o impaziente; la musica che trapela densa di mistero, di tacita, affascinata ammirazione. Notesparse, appunto. La coerenza non è parte di questo incoerente narratore. Elementare, ma bello.
Dove il Cielo è più Vicino, installazione di Moira Ricci, ci parla della simbiosi uomo-terra, un filo che si allenta in via esponenziale lasciando incolti i campi, inespressivo il profilo dei poderi: strutture immortalate nelle fotografie, apparentemente prive di squarci dai quali far passare la luce, giganti addormentati o morenti, come piramidi dei nostri predecessori, su cui un cielo terso, spietato, rotola senza turbarsi verso la notte, ancora. Solo allora possiamo accorgercene: anche la stanza, questa stanza, è priva di finestre. È forse quella sequenza d’immagini, la proiezione multifacciale dello spazio che ci contiene tutti?
Non c’è tempo. Ore 21.00. Non c’è più tempo per le domande. Veniamo condotti in sala, spente le luci.
O Tempo Ròi, di Costanza Givone. Il metronomo fagocita i secondi: uno/due, uno/due. Al centro della stanza, unica fonte d’illuminazione, una testa di cera che una esigua fiammella rode lentamente, tenacemente. La testa ha braccia, braccia di legno. La testa ha un cuore e il cuore oscilla, come la testa, come le braccia, a un filo sospeso.
La donna entra spingendo il corpo dell’idolo, un corpo stilizzato, come nei cartelli informativi che designano la femmina. La donna entra, per metà nuda, per metà impeccabile, mormorando istericamente i motti popolari: «Chi ha tempo non aspetti tempo. Chi vive sperando disperato muore. È tardi, è tardi».
Trasporto ultimato. La piccola testa di cera è per metà corrosa. La donna entra nel corpo che ha trascinato. Il corpo è una gabbia, una solida gabbia. Croste di cera precipitano sul cranio della donna, più e più volte, devitalizzando, rivestendo il crine come fa la neve sui prati. Lei danza la danza della ripetizione, sempre più rapida, concitata. E tutta l’umanità le passa davanti, tra lei e noi: vecchiaia, giovinezza, nascita e morte, suggellate da un muoversi voglioso, poi grottesco, via via più assurdo, poi rigido, più rigido e ancora più rigido, l’angoscia delle mani che si fanno adunche, del capo bianco sfalsato, mentre la donna rallenta. Si ferma. Sparisce. La gabbia è vuota.
E ricomincia tutto daccapo – però, all’esterno della gabbia. I gesti si ripetono come la vita, come l’essere imposto che è dato alla femmina, per metà nuda, per metà impeccabile, due gesti in alto, due in basso e non c’è tempo per nulla che non sia fruttificare. «Contaminazione della conoscenza popolare», dice la Govone, «immortale nell’animo femminile». La donna è dunque un’entità cui l’individualismo non è concesso. Chi non è vero uomo stia con le donne – non è forse così che dicono? La femmina e le sue prigioni, la generica e la tipica, tempo e imposizione sociale.
Seduta sulla gabbia, dondolando i piedi, lei guarda la testa disciogliersi su di sé, quasi che una morte ne segnasse un’altra, la sua. E poi c’è il cuore, il bramabile cuore che è ora un pomo, un pomo porpora, una melagrana che prenderebbe, ma che non raggiunge. Allusione a Tantalo, forse, all’eterno affamato cui si prospetta crudelmente una gioia inarrivabile.
Eccoci. L’ha presa. Spacca la melagrana, il suono è sensuale come il simbolo che ostenta. Non possiamo dire se il richiamo è alla Eva biblica. Certo è che qualcosa in lei cambia repentinamente. Sarà il colore sanguigno che le tinge le labbra e il volto, che si è aspersa da sola con il succo della melagrana; sarà il muoversi rapido, più animale, il moto che hanno gli esseri curiosi. Era forse una danza al contrario, l’altra? Là dove la gabbia l’ha condotta alla morte ha forse ritrovato, uscendone, la vita?
Se ne va rodendo il pomo. Fai ciò che ti aggrada, poichè avido è il nostro tempo.
Fine. Sono le 22.00: “La vita fugge et non s’arresta un’ora” (Petrarca).

La performance è andata in scena:
Tenuta dello Scompiglio

Vorno (Lucca)
sabato 6 dicembre, ore 21.00

O Tempo Ròi
di Costanza Givone
assistenza alla regia e coreografia Susana Gaspar
musiche originali Stefano Ciardi
oggetto di scena João Calixto

Esposizioni temporanee:
Notesparse
fino al 28 febbraio 2015 (ore 11.00-19.30)
mostra fotografica e videoinstallazione di Silvia Lelli e Roberto Masotti (1997-2006)

Dove il Cielo è più Vicino
visitabile come sopra
site-specific di Moira Ricci
a cura di Emanuela de Cecco

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