Un passo indietro e due avanti

Teatro dei Differenti ospita in uno dei “Borghi più belli d’Italia”, la splendida Barga sita nel cuore della Garfagnana, Occidente Solitario, spietato affresco della contemporaneità firmato dal pluripremiato Martin McDonagh.

La terza opera di McDonagh, ultimo dramma della Trilogia di Leenane, nasce come interessante e spiazzante tentativo di descrizione fenomenologica della società, testimonianza teatrale della celebre tesi sulla natura umana Homo homini lupus (che trova la sua formulazione tipicamente “moderna”, proprio in terra anglosassone, in Thomas Hobbes) per divenire nell’intenzione drammaturgica del regista Juan Diego Puerta Lopez una commedia nera dove, più semplicemente e con minor profondità filosofica, la natura umana assume sfumature essenzialmente egoistiche e il mondo si struttura attraverso l’instaurarsi di relazioni inautentiche.

Se, infatti, Valene (Filippo Nigro) cercherà la pace nella ossessivo-compulsiva ricerca del possesso (di statuine religiose che, posizionate all’interno della casa, dovrebbero garantirgli il paradiso), simmetricamente Coleman (Claudio Santamaria) non farà altro che esistere per opposizione al mondo (padre, fratello, cane) posti l’uno di fronte all’altro in una prospettiva di reciproco annientamento (mors tua vita mea).

In una condizione esistenziale spaventosamente senz’appello (ammonita dal finale), in cui l’unico criterio normativo dell’agire umano sarà l’istinto di sopravvivenza e gli stessi rapporti di «sangue e carne» risulteranno piegati a uno stato di perenne conflittualità (bellum omnium contra omnes), ogni legame morale (fraternitas, amore, solidarietà) si disvela fatalmente votato all’ipocrisia.

Se specchio di questo rovesciamento di valore saranno dalle frasi ironiche che prete Welsh (Massimo De Santis) si sente ripetutamente rivolgere («hai dubbi sulla religione, ma sei un buon prete») alla curiosa percezione di sincerità che si ha del cinismo dei due fratelli rispetto allo struggimento con cui lo stesso curato, proprio per il fatto di non essere un buon cristiano, «si piange continuamente addosso», di questa pièce non si potrà che sottolinearne i non pochi aspetti positivi.

Innanzitutto, l’interpretazione di Filippo Nigro (per questo spettacolo vincitore del Premio attore emergente a Le Maschere del Teatro Italiano 2012), che per omogeneità e coerenza espressiva ha convinto maggiormente del comunque positivo (e dotato di maggiore presenza scenica) Claudio Santamaria, frenato nell’occasione da un’incerta e inopportuna inflessione vocale tendente al romano. Credibili, anche se con qualche incertezza o sbavatura, il grottesco padre Welsh, personaggio chiave dello sviluppo narrativo, e la Mary di Azzurra Antonacci, piccola spacciatrice di whisky, che sul finire del primo atto, nel momento emotivamente più elevato della rappresentazione, mostrerà con il suo acerbo e fresco talento la dovuta bella ingenuità, lasciando (s)velato il proprio amore.

Ottima anche la scenografia di Bruno Buonincontri, che – come già ammirato nel Re Lear di Giacomo Bisordi – conferma grande maestria nel saper sintetizzare semplicità e funzionalità, mentre risulta complessivamente efficace la scelta del regista colombiano di rendere organiche all’incedere dialogico dello spettacolo, attraverso un loro utilizzo ostentato e ad libitum, le varie espressioni e gestualità cruente (volgarità, rutti e sputi).

Un allestimento che buona parte del pubblico ha mostrato di gradire soprattutto per l’aspetto comico dell’infelicità, ma che, proprio per il lasciare intravedere potenzialità ancora inespresse, mostra il fianco a ulteriori valutazioni, in particolar modo per quanto riguarda l’impianto registico complessivo.

Nonostante si possa parlare di uno spettacolo ben recitato e ben messo in scena, l’adattamento a commedia nera operato dalla produzione della Compagnia Gli Ipocriti | Associazione Teatrale Pistoiese, pur felicemente utilizzato per realizzare sul palco quella contaminazione di diversi linguaggi narrativi (teatrale, cinematografico, televisivo) tipica dell’operazione artistica di McDonagh, ha finito per disperdere parte della paradossalità insita nel testo originario e per auto-depotenziarne il messaggio, pagando (forse eccessivamente), da un lato, la riduzione a semplice constatazione polemica della convenienza dell’essere cattolici («il bello è che puoi sempre pentirti di aver ucciso dieci, venti persone […] ma se uccidi solo te stesso allora vai diritto all’inferno») e, dall’altro, la scelta di una ambientazione universale, ossia lo sdradicameto dalle radici di quell’Irlanda di cui era natìo lo stesso autore e dove, ancora oggi, affari religiosi e politici sono assurdamente intrecciati e bagnati di sangue.

Se le schermaglie dialettiche perdono progressivamente intensità e l’ironia sconfina a tratti nella banalità, va ripresa la questione delle dinamiche tra gli attori, a loro volta – e con sofferenza – legate dall’impostazione registica alle maglie di comportamenti stereotipati e convenzionali (la ragazzina che entra, si siede sul tavolo e accavalla le gambe per mostrare la propria irriverenza; o, accanto al prete, di fronte al fiume, utilizza – ricambiata – una prossemica ovvia per dire/non dire quello che sta provando; o ancora l’abusata e scontata posa della croce assunta da padre Welsh).
La melanconia, l’inadeguatezza alla felicità, l’essere contemporaneamente disadattati e perfettamente nella media sono tutti aspetti che contrassegnano la solitudine (dell’essere) occidentale, la quale, restituita didascalicamente attraverso un meccanismo intellettualmente asettico ma emotivamente non glaciale, viene a essere vittima drammaturgica del paradossale difetto di un funzionamento perfetto (nel senso di esageratamente ordinato e disciplinato rispetto alla realtà) e del pericoloso posizionamento in una terra di mezzo tra empatia e straniamento.

Nella sua incerta restituzione testuale e visiva del piano strutturale (di per sé contraddittorio) dell’esistenza (infelice, violenta, ma per forza di cose viva perché «se lotta, significa che ci tiene», ripeteranno più volte i due fratelli), la Solitudine di questo Occidente sembra ancora troppo ancorata – seppur per contrarietà – a una appagante dimensione catartica, più che beckettiana, del comico.

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Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro dei Differenti

Barga
sabato 15 gennaio 2013, ore 21.15

Compagnia Gli Ipocriti e Associazione Teatrale Pistoiese
Occidente Solitario
di Martin Mcdonagh
traduzione Luca Scarlini
regia Juan Diego Puerta Lopez
con Claudio Santamaria, Filippo Nigro, Azzurra Antonacci, Massimo De Santis
scene Bruno Buonincontri
disegno luci Sergio Ciattaglia
costumi Caterina Nardi
musiche originali Riccardo Bertini

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