Tragicamente comiche

Due donne, ciascuna sopra al rispettivo water, in attesa del ginecologo: confessioni tutte da ridere, al Teatro Lo Spazio di Roma.

Mi dispiace confessarlo, ma sono per il tiramisù con i savoiardi. Eh sì, perché forse non tutti sanno che gli uomini si dividono tra quelli che lo mangiano con i savoiardi e quelli che invece lo preferiscono con i pavesini. Poi ci sono quelli che non si accontentano delle uova confezionate del supermercato, ma vogliono le più genuine di Campoleone… Si potrebbe continuare, ma è decisamente meglio che andiate a capire il perché direttamente in teatro, per godervi questa pièce di Ludovica Bei ai limiti del surreale, dove due donne – una in versione Tavor, l’altra in versione manager in carriera – confessano sé, chiuse nei rispettivi bagni di uno studio ginecologico.

In qualche modo sentono l’imminente visita come una prova tutta da temere, la prima perché ipocondriaca e dolcemente nevrotica (è sicura di avere una malattia incurabile), la seconda perché timorosa della posizione indiscutibilmente femminile in cui di lì a poco sarà messa dalla necessità – seppure sanitaria – di dover aprire le gambe. Se per la prima il ginecologo rappresenta una sorta di benefico stregone («Esci da questo corpo!»), per la seconda è quasi un molestatore, giacché si arroga di entrare nella propria femminile intimità, avendone solo un debole diritto. Entrare e uscire è questione che interroga l’apertura verso il mondo, un’identità femminile sempre sospesa tra un’aggressività che cela un intenso bisogno di tenerezza e di amore, e un senso di colpa primigenio che paralizza a tal punto da dover andare a prendere le uova a Campoleone pur di compiacere il proprio uomo. Tuttavia le due donne restano in attesa del proprio turno autorecludendosi, come a scuola prima di una pericolosa interrogazione, con il ginecologo (evidentemente uomo) ad agitare i fantasmi femminili più paurosi.

Le rispettive confessioni non approfittano della brillantezza del testo per evitare di toccare il punto doloroso di una vita, come per esempio la paura della solitudine. Questa si mostra nelle due facce di un femminile che si fa domanda di tutto, sia nella forma di un’autosvalutazione depressiva («Stare con me è come stare da soli»), oppure nell’opposto volitivo atteggiamento di conquista che, cercando l’uomo, ne fa allo stesso tempo il verso, con il risultato di innescare una polemica e fitta trama di conflitti che tradisce il proprio vero desiderio. «Che volete tutti dalla mia cosa?» grida inviperita, preferendo ridurre la propria femminilità alla questione dell’organo, teneramente incerta sulla fiducia che un uomo possa riconoscerla donna dal nome, piuttosto che dalla sola e ovvia connotazione ginecologica. Il testo evita con grande abilità le trappole della forma teatrale monologante, in cui spesso il personaggio perde i contorni del sé per divenire quasi il predicatore di un verbo autoriale che deve convincere – chissà di cosa e perché? – un pubblico. Le due confessioni si srotolano ciascuna per sé, ma in un tempo sincopato, tanto da rispondersi e chiamarsi l’un l’altra, sul limitare delle rispettive domande sugli uomini, sulle proprie fragilità, sulle rancorose origini familiari, sul proprio incerto avvenire.

Il ritmo è rapido, le interpreti – Ludovica Bei e Maria Gorini – efficaci, il testo serrato e mai banale. Salta agli occhi che gli autori non vogliano far ridere per la facile chiamata da parte di una battuta a effetto, ma per un caldo annodamento di vissuti tra il pubblico e i personaggi. Rivelandosi a teatro, la vita di ciascuno si può scoprire umana al più alto grado, quindi dolente, ma anche piena di vitale ironia. Non resta allora che invitare il gentile lettore a vedere Occupato: lo raccomando agli uomini per amare “meglio” l’altra metà del cielo, al gentil sesso per biasimarsi di meno, continuando tuttavia ad abbracciare la contraddittoria vita, come solo una donna sa fare.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Lo Spazio

Via Locri 42, Roma
Sabato 2 aprile alle ore 21.00

Occupato
di Ludovica Bei
regia teatrale Chiara Spoletini
con Ludovica Bei e Maria Gorini

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