Un’idea di mondo

Teatro Olimpico Di VicenzaNella suggestiva cornice del Teatro Olimpico di Vicenza va in scena Oedipus, nella versione firmata da Robert Wilson

 

La dimensione del contatto. E dell’ascolto. Individuale e collettivo. Raccogliersi silenti per accogliere e non lasciarsi semplicemente attraversare o intrattenere. Nel recinto stretto del soggettivo e nella consapevolezza della condivisione d’un comune percepire. Attingere dalla scena per significarsi. E chiarire un’idea del mondo, conoscere, stare terzi o riappropriarsi di sé tramite la visione. Essere partecipe, non passivamente, di una esperienza irripetibile e unica. Vivida. Guardare il destino dell’uomo attraverso l’uomo in sembianze altre. La memoria, dell’uomo dall’uomo, per poetica, immagine, suono, dimora.
Il rito del teatro. A trasfigurare per mimesi e riprodurre in linguaggi universali, semiotici, possibili di essere fruiti da molteplici ingressi. Ognuno per ogni sguardo. A dire all’uomo di sé, sussurrando, impercettibilmente, o manifestando forte, per segni e azioni.
Per ciascuno esiste sempre una possibilità di vedere e di sentire contemporanee e indipendenti. Come mentre parli puoi allo stesso tempo ascoltare, così mentre vedi una cosa puoi sentirne un’altra”, parlava così, qualche tempo fa Robert Wilson a Franco Quadri, durante una storica intervista. Ricreare armonia e discrepanza tra gesto, suono, immagine, persona e personaggio, simbolo e azione. E non corrispondere scene immediatamente, successive, ma darne riferimenti frammentari, anafore ricorrenti in punti distanti della drammatizzazione. Riproducendo unisono nel resoconto interpretativo. Rapporto speculare, simbiotico, tra luce, tempo, spazio, così che la trama sia nel rapporto, e nella consequenzialità, degli elementi.
Oedipus ha una struttura predeterminata, ab origine. Caratteristico nei lavori di Wilson, architetto e pittore anche, a suddividere lo spazio (e quindi l’inscenato) in diagrammi secondo un modello atto ad un differente livello di percezione dello spettatore. Cinque parti e un prologo, e un climax a parabola ascendente e discendente, secondo una tipologia classicheggiante (culmine al terzo atto e decadenza verso il finale).
Una scena vuota appare allo sguardo abbassate le luci di sala. Suoni, striduli, da fuori, ad introdurre. Una piattaforma orizzontale, ad annullare la terza dimensione, restituire la visione frontale, bidimensionale. Prospettiva indotta. – Vuoto da riempire (nel dipanarsi man mano dell’opera), riempire e sottrarre, di visioni, acrobazie illuminotecniche, corpi, figure, icone, espressioni, impressioni, simboli, gesti, meccaniche, coreutiche. – Un teatro tutto da guardare. E anche significare un concetto e un modus di appropriarsi di un problema basilare del teatro: il tempo. Le scene sono misurabili nel tempo, nello spazio della lunghezza degli attimi, come una visione reale e immaginifica al contempo. Una dilatazione per intromissioni interiori. L’orizzontalità del palcoscenico determina dinamismo in ambito temporale. Anche metaforico, in divenire.
Un proiettore sferico, al centro, piazzato direttamente sul palco, in verticale, e a estendere e subliminare la luce proiezioni molteplici diagonali a ombreggiare e tinteggiare, bagnare la scena per diversificati spunti concettuali.
Lo spettacolo è povero di azioni propriamente teatrali. Piuttosto una composizione di scene per associazioni figurative. L’immagine in predominanza. Che si fa carico narrativo e di riproduzione di esperienze personali.
Un narratore esterno, nelle prime scene, in esterno ribalta: un magnifico Mariano Rigillo in versione Omerica a fare parola dal testo tragico. Alle sue spalle, sul palco, personaggi in figure come l’evolvere di un tableau vivant immobile, o in dinamismi orizzontali a determinare cadenza e movimento scenico, icone in dettaglio, corpi in e per l’ascolto. Sette attori principali, quasi tutti silenti ad eccezione dei tre attori/feticci mai dialoganti tra loro (carne di parola/logos), e sette personaggi secondari, corali, danzanti. Un sassofonista in scena, a verseggiare, col suono, riprodurre il gesto e la figura per note. Nell’insieme contaminare molteplici linguaggi artistici per una risultanza completamente sensoriale. Comprendere attraverso l’utilizzo di tutti i sensi.
I personaggi della tragedia in figure, estetiche, meccaniche, extra-ordinarie rispetto alla consecutio logica e letteraria. Il matrimonio tra Giocasta ed Edipo (madre e figlio), in coreografie di danze nuziali aborigene, per esempio. Riprodotto è l’uomo giocato dal destino e cieco all’ineluttabilità dello svelarsi di questo per profezie e segni chiari.
Scene ideate appositamente per il Teatro Olimpico Vicentino, per cui le meravigliose sculture Palladiane divengono elementi conglomerati nella drammaturgia. Un generale sincretismo audio/visivo corrisponde a una partitura di cui si colgono (e raccolgono) infinitesimali indicazioni, spunti e amplificazioni di percezione.
Per uno spettacolo estetico, sì, ma dalla potenza visionaria, concettuale e contenutistica profonda.
Diversamente dai lavori di Robert Wilson, si propone in Oedipus, una sintesi drammatica e un’attenzione alla storia e all’azione. Elementi evaporati nella composizione (in)formale e spettacolarizzata delle scene. In cui luce, modulazione spazio/temporale, differenziazione di toni e colori di personaggi a seconda della circostanza di scena, estetica per simboli e sfavillanti figure iconografiche, ricreano un unicum dall’ammaliante fascino. Per occhi e spirito. Per cuore e ragione.
Un’opera somigliante a sé. Capace, seppure in cifre rintracciabili in una poetica autoriale riconoscibile, di risultare d’innovazione. Arte, in corpi e visioni.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Olimpico
all’interno della manifestazione Conversazioni 2018
piazza Matteotti, 11 – Vicenza
da giovedì 4 a sabato 6 ottobre 20.30, domenica 7 ottobre ore 18.00

Il teatro Olimpico di Vicenza ha presentato:
Oedipus

tratto da Oedipus Tyrannos di Sofocle
ideazione, scene, light design e regia Robert Wilson
co-regista Ann Christin Rommen
musiche originali Dickie Landry e Kinan Azmeh
costumi Carlos Soto
drammaturgia Konrad Kuhn
con Mariano Rigillo, Angela Winkler, Michalis Theophanous, Casilda Madrazo, Kayije Kagame, Alexis Fousekis e Dickie Landry
e con la partecipazione di Meg Harper, Laila Gozzi, Alessandro Anglani, Marcello di Giacomo, Gaetano Migliaccio, Francesco Roccasecca, Annabella Marotta e Francesca Gabucci
voci di Robert Wilson, Lydia Koniordou e Christopher Knowles
assistente alla regia e direttore di scena Sara Thaiz Bozano
spettacolo in italiano, inglese, greco, tedesco e latino. Traduzioni originali in Italiano di Ettore Romagnoli (1926) e Orsatto Giustiniani (1585)
co-prodotto da Conversazioni / Teatro Olimpico Vicenza / Pompeii Theatrum Mundi / Teatro Stabile di Napoli

www.tcvi.it

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