Anno difficile, questo 2020. Ma le poche parole del direttore artistico di Collinarea, Loris Seghizzi, a presentazione della ventiduesima edizione, sono molto chiare. L’arte trae dalla vita il suo nutrimento, non serve vittimismo, è importante trasformare ciò che accade in opportunità.

Opportunità per stare insieme, per trovare nuove forme per creare e condividere.
Obiettivi che sono stati messi in atto in questo Festival, con nuove idee per la realizzazione degli spettacoli e la gestione degli spazi, condividendo un’esperienza con la maturità e la consapevolezza che quest’anno ha fatto sviluppare.

Dell’ultima sera di Festival, che ha visto in scena anche Angelica Bifano con la prima toscana di Mamma son tanto felice perché, e la Compagnia My!Laika Side Kunst_Cirque con Домой [ DOMOI ], vi racconteremo principalmente di Amleto di Scenica Frammenti, la compagnia padrona di casa, nella replica che ha sostituito Baccanti di Leviedelfool.

Ci approcciamo a questa rielaborazione del dramma shakespeariano con lo sguardo un po’ alterato dal ricordo di Otello, visto qui l’anno scorso, e quindi anche, lo ammettiamo, da qualche aspettativa di troppo.

La forma sembra molto simile: un classico del Bardo, la musica cantata dal vivo e, quest’anno, anche eseguita dagli attori. Del gruppo di Otello restano in scena solo Roberto Kirtan Romagnoli (il re Claudio) ed Eros Carpita (Amleto), mentre si aggiunge al gruppo anche il regista Seghizzi.
Al testo, rielaborato, si alternano le canzoni. Una Compagnia scalcinata, capocomico in testa, prova a mettere in scena il dramma, con entrate e uscite dai personaggi, movimenti fra il pubblico, indicazioni e commenti di attori e capocomico.

Confrontarsi con un classico è una sfida, certo, ma anche una bella occasione. Molte cose sono già conosciute e fanno parte del patrimonio condiviso. È possibile rielaborare facendo leva su ciò che è noto. È possibile giocare, esplorare e ovviamente intessere un dialogo fra classico e contemporaneità.

Sebbene, come già altre volte, ci conquisti la voglia di giocare, e il delicato equilibrio di profondità e leggerezza che avevamo apprezzato tanto anche nell’Otello, potremmo descrivere Amleto come uno spettacolo “a chiazze”.
Sul grande mare della trama, troviamo ingegnose e suggestive soluzioni sceniche: la finezza di attendere il pubblico nascosti dentro un albero (scelta che ci ricorda come in teatro è spesso la soluzione alla singola contingenza a creare la magia, in un lampo d’ingegno che, in un momento, catapulta nell’atmosfera dell’isola di Prospero); i movimenti iniziali di Amleto seguito dai tre musicisti, che appaiono così ombre, musiche, voci interiori; il fantasma/fantoccio del padre, con la polifonia delle voci che parlano da dentro, che, come nel caso precedente, ci suggerisce l’idea di polifonia dell’identità.

Oltre a queste soluzioni, abbiamo alcune elaborazioni drammaturgiche degne di nota, come il monologo iniziale recitato da Seghizzi – che ci fa risuonare emozioni profonde da lockdown – accompagnato da un raffinato gioco sonoro eseguito da Kirtan Romagnoli.

E poi? E poi ci sono le zattere galleggianti delle canzoni che, oltre tutto, a un tratto diventano così presenti da imporsi su tutto il resto.

Le canzoni, cantate spesso in alternanza solista/coro dagli attori (accompagnati dai tre musicisti in scena) sono praticamente tutte – esclusa Killling me softly – senza connessione con ciò che accade in scena, né attraverso il testo originale (drammaturgia nella drammaturgia) né per l’atmosfera. Sono temi famosi pronti all’uso, che il pubblico riconosce e canticchia. Non solo, molte sono melodie tratte dal repertorio italiano più tradizionale del tradizionale possibile. Considerando che, a un tratto, diventano pure l’elemento predominante, il fatto che siano così poco in relazione con la drammaturgia e l’atmosfera, e che siano tratte da questo repertorio, ha il suo peso.

C’è poi la “questione del monologo”. Descrizione: poco prima del famoso monologo di Amleto, il mitico “Essere, non essere”, il capocomico Seghizzi lancia in scena a Carpita un panino, come a dire “Ecco l’oggetto di scena che ti serve dopo, ecco il tuo teschio”. Risate del pubblico che, ovviamente, sa perfettamente a cosa servirà il panino e si immagina la scena. C’è leggerezza, ilarità: il “monologone” fa meno paura. Perché (e chissà perché poi) il momento più noto dell’Amleto spesso preannuncia il suo arrivo proprio con una certa tensione del pubblico, che lo aspetta con percepibile noia, timore, fastidio. Quindi, dicevamo, lancio del pane, risate del pubblico. Carpita, un po’ riluttante si fa andare bene il panino. Altre risate. E poi inizia a recitare il monologo, riconoscibile nonostante il testo un po’ modificato. Lentamente però le battute pertinenti al monologo si sfilacciano, si sfibrano e si perdono in una serie di parole per finire sommerse nel pandemonio di un bel “Oi vita, oi vita mia” e “Jamme, Ja”, cantati dal coro. Ecco persa quella che poteva essere l’occasione per lasciare al testo di colpire di soppiatto il pubblico, di prenderlo alla sprovvista, alla gola, e di imporsi in tutto ciò che è, proprio grazie anche a questo avvio “mascherato”.

Il testo si perde e velocemente affoga nella musica. In questa musica, aggiungiamo.
Grassissime risate del pubblico. Anche se si apprezza il tocco di ironia, ci è comunque dispiaciuta questa specie di rinuncia. L’occasione mancata per toccare corde più profonde. Amleto è uno spettacolo che si diverte, e fa divertire il pubblico, è genuino e schietto, ma oscilla fra due poli: uno più curato e attento, e uno più popolare (fondamentalmente nella gestione dei cori).

Chiude la serata il gruppo My!Laika Side Kunst_Cirque con Домой [ DOMOI ]
spettacolo di musica dal vivo e acrobazie, divertente ma un po’ sconclusionato, con una specie di cornice drammaturgica che sparisce subito dopo l’inizio senza lasciare praticamente alcuna traccia (fino alla fine), come tentativo poco riuscito di fare da contenitore ad altre piccole storie che fanno a loro volta da cornice narrativa alle singole acrobazie. Di circo in questi anni ne abbiamo visto parecchio, e dobbiamo ammettere che questo, nonostante la grinta, ci sembra un po’ troppo approssimativo: poco curato nella forma, nella struttura narrativa, nei costumi (che appaiono casuali o raffazzonati quando ci sono), anche se si apprezza molto la compresenza di performance acrobatica e musicale.

Gli spettacoli sono andati in scena all’interno di Collinarea Festival
Lari, varie location

Ore 20:00 Castello dei Vicari
Angelica Bifano
Mamma son tanto felice perché
prima per la Toscana
di e con Angelica Bifano
disegno luci Federico Calzini
collaborazione alla messa in scena Giovanni Battista Storti

ore 21.00 Giardino del Comune

Scenica Frammenti
Amleto
psychosocial comedy
con Iris Barone, Walter Barone, Loris Seghizzi, Eros Carpita, Alice Bosio, Nicola Finozzi (chitarre), Roberto Kirtan Romagnoli (percussioni, rumoristica, flauti, gingilli).
regia Loris Seghizzi

ore 22.15 piazza Matteotti
My!Laika Side Kunst_Cirque
Домой [ DOMOI ]
We don’t tell a story, we show thousands

prima assoluta – evento per Collinarea Festival 2020
con Philine Dahlmann, Giacomo Martini, Edoardo Demontis, Salvatore Frasca, Elske Van Gelder, Carola Amburu, Caterina Fort, Julien Mandier.
Luci e suoni Rose OpdenHof, Manue Guilbert
Coordinamento:Nico Aguero

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