Al Teatro Libero si celebra il rito iniziatico della ricerca della propria identità. Personaggi che raccontano se stessi, attori che rivivono la propria storia: per capire loro, i transgender, la loro sofferenza, il loro punto di vista e il nostro, la nostra incomprensione, i nostri luoghi comuni.

«Nella mia storia, Adamo è stato trasformato in Eva. Ed è rimasto solo».
Poche parole, semplici e dirette. Recitate dalla voce ferma e veloce, mai confusa, di Matteo Manetti, senza eccessi, senza finto pathos, senza fronzoli.

Nella storia, Adamo è stato trasformato in Eva, è rimasto intrappolato nel suo corpo di donna, nel suo ruolo sociale, in un luogo e in un tempo che non l’hanno aiutato – la campestre provincia italiana di quarantanni fa. Così, Adamo nel corpo di Eva, ha inventato la bugia di chiamarsi Pietro, ci ha creduto, e con questa convinzione ha provato a scappare, a liberarsi, a vivere, a trovare un suo ruolo completo, ad accettare che le definizioni non sono tutto, che non tutto è definibile, che non tutto è già stato definito. Perché Adamo, in quel corpo, non può esprimersi.

Sul palco spoglio un novizio cammina scalzo, accende le candele, ci guarda, ascolta, aspetta. Il rito comincia, e tra campane, musica d’organo e profumo di cera la tunica cade, il corpo si rivela, one new man si mostra al pubblico, e mentre gli stereotipi e i costumi sociali risuonano ridicoli e vuoti, falsi, l’attore si veste dei panni del personaggio, e comincia a raccontare. One new man show può avere inizio.

Uno spettacolo necessario e vero. Necessario, perché ancora si parla troppo poco e male della condizione e delle sensazioni dei transgender, soprattutto di quelli al maschile, di chi ha scelto di uscire da un corpo che non sentiva suo e non gli permetteva di esprimersi. Vero, perché interamente realizzato da persone transgender, perché l’autore e l’interprete portano in scena le emozioni e le esperienze di chi ha vissuto i loro stessi problemi, gli stessi desideri.

Una sedia, un porta abiti, una valigia, luci fredde e calde alternate, musiche molto diverse e pertinenti, un bravo attore. Nient’altro. I piedi nudi del personaggio si aggirano silenziosi sulle assi nere, rinunciando alle scarpe, rifiutando ogni tipo di identità imposta, ogni ruolo sociale preconfezionato, nella rassegnata consapevolezza che «gli altri non possono capire come è difficile essere coerenti con se stessi se hai un corpo che dice tutto il contrario».

Il racconto continua, dalla memoria del protagonista compaiono ombre, persone che nel bene e nel male lo hanno accompagnato o ostacolato nella disperata ricerca di sé: la madre con il suo fazzoletto in testa e i vestitini di pizzo, il padre, il nonno e la sua canna da pesca, le amanti, i barboni, i dottori. Manetti recita e racconta, e il pubblico lo segue, si commuove, inorridisce, capisce. Nonostante le imprecisioni tecniche (un audio decisamente gracchiante e una lampada strobo forse un po’ troppo poco incisiva) e qualche ingenuità, lo spettacolo convince, e colpisce nel segno.

I lunghi applausi finali vengono dedicati a chi, come il personaggio, non ce l’ha fatta, a quelle farfalle chiuse nel corpo di un bruco a cui il coraggio di fare il bozzolo non è bastato, per le quali il mondo esterno è stato così gelido e crudele da risultare fatale.

Lo spettacolo finisce, la gente lascia la platea, ma le candele restano accese. Il rito non si è ancora concluso.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Libero
via Savona, 10 – Milano

One new man show
Officine Papage
di Davide Tolu
con Matteo Manetti
consulenza Marco Pasquinucci
drammaturgia, musiche, regia Davide Tolu

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