Dialogo tra Giacomo Leopardi e il suo pubblico del 2012

Al teatro Franco Parenti, Mario Martone mette in scena le Operette Morali del poeta di Recanati, in una rappresentazione impegnativa sostenuta da un cast e da una scenografia di indubbia importanza. Passibile forse di un eccessivo pudore nei confronti del testo letterario.

Illustre poeta, o come si dice ai giorni nostri… Caro Giacomo.
Non so bene dove tu sia ora. Probabilmente con Schopenhauer a deridere i positivisti, magari sulla Luna. Devi sapere che qui da noi, mentre tu non c’eri, hanno unificato la nazione sotto il nome di Italia e sono passati ben 150 anni da questo evento. Noi italiani abbiamo celebrato tale anniversario riscoprendo i lustri del passato e tra questi si è deciso di trasporre teatralmente una delle tue opere più affascinanti: le Operette Morali, la raccolta di componimenti in prosa che ha conquistato da sempre tutti i tuoi lettori. E non mi riferisco solo ai più devoti, o come si dice oggi: ai tuoi fan.

Ebbene, succede che questo interessante progetto, quello di mettere in scena le tue Operette, viene studiato e ideato da Mario Martone, regista affermato sia nel mondo teatrale, sia in quello cinematografico (be’, tu non sai cosa sia il cinema, ma ne parleremo in altra occasione…) e per realizzarlo coinvolge attori dai nomi importanti quali Paolo Graziosi, Renato Carpentieri e Barbara Valmorin, musicisti come Giorgio Battistelli, uno scenografo formidabile come Mimmo Paladino e la Fondazione del Teatro Stabile di Torino (Torino che è stata capitale, ma ora non lo è più… riparleremo anche di questo). Lo spettacolo vince il prestigioso premio UBU 2011 per la regia, sicché nei puoi ben gioire e forse ti interesserà sapere nel dettaglio di che si tratta.

Tu stesso, del resto, nell’ispirarti ai dialoghetti satirici di Luciano, immaginavi in cuor tuo la necessità di misurarti non solo con la poesia e il saggio filosofico, ma anche con la scrittura teatrale e, se da un lato ben si prestano le tue Operette per il palcoscenico, dall’altro devi sapere che metterlo in scena non si è rivelato così semplice. I dialoghi scelti sono stati sedici su ventiquattro, un numero notevole che ha richiesto 210 minuti di prosa. Alla base si è tentato di rispettare la struttura complessiva dell’opera e di cimentarsi con la tua filosofia della Natura, indagando nel profondo dell’animo e delle paure umane con immagini e personaggi dai diversi punti di vista (islandesi e scienziati, pianeti e folletti…) e questa ci pare un’operazione senz’altro meritevole.

Gli attori in scena recitano le tue medesime sentenze, costruiscono i tuoi dialoghi indossando costumi del tuo tempo. Interpretano il potente Giove così come l’inquietante Natura, ma nessuno si avventura a reinterpretare il senso di quei versi o, semplicemente, ad adattarli al Mondo Nuovo che soffre ancora di alcuni problemi filosofico/esistenziali che descrivi nei tuoi carteggi. Il rispetto nei tuoi confronti è a tratti didascalico e quelli che tu poni come profondi spunti di riflessione rimangono tali, ovvero scenari possibili, panorami disarmanti, sussurri d’angoscia come quelli di Porfirio. L’impressionante lavoro dello scenografo Mimmo Paladino infonde quel quid in più a tutto lo spettacolo e si può considerare l’unico vero tentativo (riuscito) di andare oltre la parola per celebrare il tempio del palco. Un esempio su tutti, la mastodontica scultura dove risiede la Natura nel deserto africano.

Non a caso, i dialoghi più suggestivi sono quelli intrisi di amara ironia che giocano sullo spazio. Ricco di pathos l’incontro tra il Tasso e il suo genio familiare, inquietante lo studio del dottor Ruysch, cinico il battibecco tra lo gnomo e il folletto, malinconiche le frasi di Colombo a Gutierrez, maestosa la matrigna Natura (interpretata dalla brava Barbara Valmorin) nei confronti del povero islandese.

Il resto lo conosci già, caro Giacomo, perché l’hai scritto tu. Si nota la volontà registica di inserire alcuni spunti autoriali, ma la riverenza nei tuoi confronti fa sì che resti impresso il tuo nome su tutto. Le tue parole sono preservate come in una teca di vetro e noi le ascoltiamo, le ammiriamo, ma non riusciamo pienamente a farle nostre.
Quasi a dimostrare, ancora una volta, che Giacomo Leopardi di Recanati è un filosofo fuori dal tempo, sempre troppo in anticipo sulle domande assolute del mondo e dell’uomo, sul peso dell’infelicità e sulla ricerca vana di consolazione.

Questo è tutto, illustre poeta. Noi italiani continuiamo e continueremo a leggerti. E forse un giorno riusciremo anche a capirti veramente.

Con affetto.

Lo spettacolo continua:
Teatro Franco parenti
via Pier Lombardo, 14 – Milano
fino a domenica 13 maggio
orari: martedì, mercoledì, giovedì, ore 19.30 – sabato, ore 19.30 – domenica, ore 17.30

Operette Morali
di Giacomo Leopardi
adattamento e regia Mario Martone
con Renato Carpentieri, Marco Cavicchioli, Roberto De Francesco, Paolo Graziosi, Giovanni Ludeno, Paolo Musio, Totò Onnis, Franca Penone e Barbara Valmorin
scene Mimmo Paladino
costumi Ursula Patzak
luci Pasquale Mari
suoni Hubert Westkemper
dramaturgia Ippolita di Majo
aiuto regia Paola Rota
scenografo collaboratore Nicolas Bovey
musica per il Coro di morti nello studio di Federico Ruysch Giorgio Battistelli (Casa Ricordi – Milano)
esecuzione Coro del Teatro di San Carlo diretto da Salvatore Caputo
produzione Fondazione del Teatro Stabile di Torino

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