Commediante e martire

Così lo descriveva Jean-Paul Sartre. Un uomo che romanzò la propria esistenza al punto da rendere impossibile discernere tra vita/realtà e arte/racconto di sé: Jean Genet.

Dario Marconcini, regista, torna a lavorare con gli attori del Teatro Laboratorio per mettere in scena un testo di Luca Scarlini dedicato al romanziere, drammaturgo e attivista politico, Jean Genet, forse per “retrouver le choix qu’un écrivain fait de lui-même, de sa vie et du sens de l’univers jusque dans les caractères formels de son style et de sa composition, jusque dans la structure des images, et dans la particularité de ses goûts” (forse, come negli intenti di Sartre, per: “ritrovare la scelta che uno scrittore fa di se stesso, della sua vita e del senso dell’universo fin dentro i caratteri formali del suo stile e della composizione, fin dentro la struttura delle immagini, e nella particolarità dei suoi gusti”, t.d.g.).
Il risultato di questo lavoro di decostruzione e ricostruzione dell’immagine di un artista che ha spesso messo al centro della propria opera un’esistenza, insieme profondamente autentica e scabrosamente romanzata, ha molti pregi e qualche difetto.
Tra i pregi, le interpretazioni di Giovanna Daddi e Paola Marcone che si caricano di due movimenti (in questa, che sembra quasi una ballata à la Kurt Weill) tra i più complessi. Il primo, in cui si racconta un’infanzia decisamente romanzata e sopra le righe di un Jean che, in realtà, fu scolaro diligente, chierichetto che avrebbe ereditato la fascinazione teatrale dall’apparato e dai fasti ecclesiastici, e bambino tranquillo e ben educato almeno fino all’allontanamento dalla famiglia affidataria. Il secondo, che descrive il periodo in cui Genet entrò nella Legione Straniera – per poi disertare, come Arthur Rimbaud, pur rimanendo ammaliato dall’esotismo mediorientale.
Interessante anche il senso di coralità che riesce a ricreare Dario Marconcini, scandendo i tempi di questa messa laica (che, come tale, sarebbe molto piaciuta allo stesso Genet) e costruendo alcuni quadri finali che imprimono forza e spessore al personaggio. Particolarmente riusciti quello che racconta i furti – anche di libri – dell’autore francese (non dissimili, probabilmente, a livello di motivazioni psicologiche, da quelli commessi per anni da un altro romanziere, privato da bambino dell’affetto della madre, con una giovinezza sregolata e una dipendenza da droghe prima di emergere come scrittore, quale James Ellory); e quello che analizza (con un riuscito effetto metateatrale) la falsità intrinseca al teatro (limite già denunciato, nei suoi scritti teorici, da Antonin Artaud).
Purtroppo, forse per mancanza di tempi adeguati per le prove, i giovani attori del Laboratorio Teatrale non hanno la medesima preparazione e lo stacco tra la qualità recitativa e/o le capacità canore di alcuni e quelle di altri si sente.
Anche il testo – nonostante l’ottimo incipit e i quadri finali succitati – sembra risentire di un immaginario stereotipato che fa di Genet quasi un caso patologico, dove l’elemento omosessuale riveste e ricomprende un intero vissuto – emozionale e intellettuale – mettendo in ombra la maturazione successiva dell’autore francese. Rifarsi ancora e sempre a un’omosessualità vissuta nella vergogna e nel timore di un’incarcerazione, in un’epoca in cui le persone omosessuali rivendicano – finalmente e giustamente – una completa parità e il diritto di crearsi una propria famiglia, appare abbastanza rétro. Inoltre, non si mette in luce quella maturazione politica che portò Genet da posizioni fascistoide e perfino filonaziste (più per senso di rivolta e ragioni psicologiche che per autentica adesione ideologica, eppure messe in scena), a difensore degli ultimi e che, in Francia, significò assumere posizioni anticolonialiste. Ricordiamo che Genet sostenne le rivendicazioni del popolo palestinese e fu il primo europeo a entrare nel campo di Chatila dopo il massacro del 16 settembre 1982; unì le rivendicazione di omosessuali e lesbiche a quelle per i diritti civili degli afroamericani, stringendo rapporti con alcune Pantere Nere, tra le quali David Hilliard e Angela Davis; e ne I paraventi prese posizione contro la Guerra d’Algeria e la grandeur francese, ben cinque anni prima del capolavoro di Gillo Pontecorvo, La battaglia di Algeri. Per anni, è bene sapere, Genet smise completamente di scrivere e si dedicò solamente alle battaglie politiche in un’epoca che affermò, almeno in Occidente, alcuni diritti fondamentali dell’uomo e della donna. Del resto, Genet era anche questo: “Quattordici luglio: dappertutto il blu, il bianco, il rosso. Divine, per delicatezza verso i colori disprezzati, indossa tutti gli altri” (da Notre-Dame-des-Fleurs).

Lo spettacolo continua:
Teatro Vittoria
via Europa, 2
Cascine di Buti (PI)
fino a lunedì 3 dicembre, ore 21.15

Associazione Teatro Buti e Bubamara Teatro presentano:
Oratorio del tradimento: una messa laica per Jean Genet
testo Luca Scarlini
regia Dario Marconcini
aiuto regia Paola Marcone e Giovanna Daddi
scene e luci Riccardo Gargiulo e Maria Cristina Fresia
drammaturgia musicale a cura di Luca Scarlini
con Giovanna Daddi, Paola Marcone e Gianni Buscarino
e con gli attori del Teatro Laboratorio (in ordine alfabetico): Edoardo Altamura, Gabriele di Benedetto, Irene Falconcini, Silvia Frino, Francesca Galli, Meryem Ghannam e Viviana Marino
(spettacolo riservato a un pubblico maggiorenne)

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