Giochi di potere

L’Accademia degli Artefatti di Roma, diretta da Fabrizio Arcuri, mette in scena la mitica lotta tra Orazi e Curiazi, in un gioco di squadre che lascia con una risata amara.

Quando a Teatri di Vita si aprono le porte della sala ci si ritrova avvolti da un denso fumo che pervade, oltre al palco, anche la platea e rende offuscata e difficoltosa la visione della scenografia: sembrerebbe un appartamento, che ospita al suo interno i cimeli – quadri, oggetti, teschi – di un passato non così lontano. Entrano quattro uomini, in tenuta gialla anti-contaminazione, a perlustrare la zona in cerca di un qualcosa, mentre sulle pareti spadroneggiano le effigi dei grandi nomi del comunismo storico: sembrano guardare i nostri agenti della scientifica che, lentamente, ispezionano ogni angolo della stanza, in cerca di quello che rimane, di ciò che resta dopo la baldoria della sera precedente, dopo l’entusiasmo di quell’ideologia di cui oggi è rimasta solo l’eco.
È proprio in quel campo di una passata battaglia che si schierano i romani Orazi e i Curiazi di Albalonga del testo didattico di Brecht, scritto nel 1934 e sempre considerato tra le opere minori. Fabrizio Arcuri, insieme alla sua Accademia degli Artefatti, parte proprio da qui per mettere in scena un gioco a squadre, una sorta di quiz a prove, i cui risultati sono riportati sulla lavagna in fondo alla stanza e che vedono schierati quattro combattenti per squadra, ciascuna con una sola donna, a rappresentare la leggendaria guerra tra i due popoli laziali.
La portata storica di questa azione, che risponderebbe al più intenso bisogno di far tragedia in teatro, qui si ricopre di grottesco, a tratti di beffardo, e sembra si parodizzi all’estremo la metafora del gioco a squadre per indicare la lotta al potere. Ad arbitrare e a suggerire le azioni da compiere, quasi manipolando e deridendo, per questo, la rincorsa al potere, una donna-giudice in abiti cinesi. Le due squadre, opportunamente disposte davanti al pubblico, iniziano la gara, entrano in competizione, arrivano allo scontro, che assume contorni paradossali e stranianti, passando dal racconto alla lotta fisica, in un aggrovigliarsi di battute, gesti, sketch, trovate ironiche, travestimenti, che nega ogni possibile cedimento alla serietà. Il pubblico effettivamente ride, sospeso tra l’essere spettatore teatrale, di un quiz televisivo o studente a lezione di storia – svelando la didatticità del dramma brechtiano – ma il nervo scoperto si tocca al termine della rappresentazione, quando una voce fuori campo fa notare che la risata è l’unica strategia, sebbene oggi più che mai dovremmo forse elaborarne un’altra.
Nel pieno della poetica brechtiana – in un amalgama di azioni e di trovate sceniche che allontanano dalla portata storica dell’evento – Arcuri e gli eccellenti attori della Compagnia romana ci regalano uno spettacolo ben fatto, divertente e, a tratti, fin troppo chiaro. Sebbene, forse, questa sia la scelta più corretta per mettere in scena un dramma didattico.

Lo spettacolo continua:
Teatri di Vita
via Emilia Ponente, 485 – Bologna
fino a sabato 19 novembre, ore 21.00
Orazi e Curiazi
di Bertolt Brecht
traduzione Emilio Castellani
dramaturg Magdalena Barile
regia Fabrizio Arcuri
con Miriam Abutori, Michele Andrei, Matteo Angius, Emiliano Duncan Barbieri, Gabriele Benedetti, Fabrizio Croci, Pieraldo Girotto, Francesca Mazza e Sandra Soncini
assistenza e costumi Marta Montevecchi
video Lorenzo Letizia
plastico/installazione scenica/immagini Portage
disegno luci Diego Labonia
scene Andrea Simonetti
sonorità Emiliano Duncan Barbieri
produzione Accademia degli Artefatti

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