Giuseppe Battiston fa rivivere Orson Welles sulle tavole del nuovissimo palcoscenico dell’Elfo Puccini.

Due protagonisti in scena: il grande maestro di Hollywood e Broadway e la luce che, attraverso un uso sapiente dei riflettori, fa da contrappunto al recitato, lo sottolinea, avvolge e mostra, nella sua scabra verità di uomo, Orson Welles. Giuseppe Battiston non ha bisogno d’altro – a parte pochi oggetti di scena che, come nel miglior teatro skakespeariano, suggeriscono più che rappresentare – per ridare carne e sangue all’attore, sceneggiatore e regista statunitense.

Un monologo asciutto, un roast – ossia un panegirico non ai fini di esaltare ma di ridicolizzare il protagonista e narratore dello stesso – per raccontare in poco più di un’ora, con accento e sarcasmo smaccatamente anglosassoni, momenti geniali o squarci di intimità di un uomo che ha contribuito a costruire quella macchina dei sogni che è il cinema perché, come lo stesso Battiston afferma nei panni di Welles, questi avrebbe voluto fare l’illusionista e, se l’arte è finzione, chi altri è il regista se non colui che incanta il pubblico esibendo le proprie magie?

Qua e là anche ricordi dolorosi, taciuti invece di essere sottolineati con la protervia e il piacere voyeuristico ai quale ci hanno abituati i reality show – come il divorzio da Rita Hayworth, la decisione di fare del giardino dell’amico torero la propria tomba, o la difficoltà di finanziare i propri progetti che lo costringeva ad accettare pessimi ruoli in altrettanto pessimi film. E poi, per chi ama il grande schermo, alcune chicche che forse sfuggono, come quando Welles spiega di aver inventato il piano-sequenza – nel film Citizen Kane, in italiano Quarto Potere, con G. Toland dietro alla macchina da presa – anche se fu poi Hitchcock a prendersene il merito perché molto più “politico” di lui. In realtà, Welles usava in maniera inedita la profondità di campo dando allo spettatore l’illusione di poter scegliere cosa fissare, scardinando una delle basi del cinema fino a qual momento, ossia il montaggio classico, mentre – come diceva giustamente André Bazin, famoso critico cinematografico – Hitchcock, in Rope – in italiano Nodo alla gola – si vietava qualsiasi taglio nel corso della ripresa per ricostruire con le reinquadrature il montaggio stesso. Ma si sa, Welles non fu particolarmente amato in vita, mentre Hitchcock è stato perfino osannato dagli allora giovani e irriverenti protagonisti della Nouvelle Vague, da Eric Rohmer e Claude Chabrol a François Truffaut.

Insomma, un omaggio del mezzo più antico di espressione artistica, il teatro, al fratello minore, il cinema, e uno spettacolo godibilissimo, adatto sia a chi ama e conosce Welles sia a chi vorrebbe saperne di più, magari per semplice curiosità, ma anche per tutti coloro che, ancora oggi, rimangono a bocca aperta di fronte a quella magica invenzione che è il grande schermo.

Lo spettacolo continua:
Elfo Puccini – sala Shakespeare

corso Buenos Aires 33, Milano
fino a giovedì 1° aprile
orari: da martedì a sabato ore 20.45, domenica ore 16.00

Orson Welles’ roast
scritto da Michele De Vita Conti e Giuseppe Battiston
regia di Michele De Vita Conti
con Giuseppe Battiston
musica originale di Riccardo Sala
aiuto regista Elia Dal Maso
produzione Fondazione Teatro Piemonte Europa
in collaborazione con IMAIE
Premio Hystrio – Teatro Festival Mantova 2009
Premio Ubu – Miglior attore

Si segnala:
Giovedì 25 marzo ore 18.30 alla Feltrinelli di Piazza Piemonte Giuseppe Battiston presenta il suo spettacolo insieme alla prof.ssa Elena Dagrada dell’Università degli studi di Milano.

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