Quando la morte è… rossa

Il Moro attracca al Giglio. Si conclude la stagione teatrale lucchese con il Balletto di Roma che danza il dramma shakespeariano. Uno spettacolo che ha affascinato il pubblico e conquistato la critica.

Rosso è l’aprile di Lucca, quest’anno. Grazie ai fondali di Otello: un cielo amaranto riflesso sul mare che fa da cornice alla bellezza inquieta delle composizioni di Antonin Dvorák, sulle cui note si è esibita, sotto la direzione artistica di Walter Zappolini, l’incredibile passionalità del Balletto di Roma, coi suoi corpi statuari e l’algida bellezza delle danzatrici..

In scena, la più eterna, la più maledetta tra le opere del Bardo: il dramma del Moro – un ciclico accavallarsi di ragione e pulsione, una corsa irrefrenabile in cui eros e thanatos si allacciano indissolubilmente.

Tutto è orchestrato dalla maestria di Fabrizio Monteverde, che a quindici anni dalla sua prima interpretazione di Otello, plasma e trasforma la tragedia shakespeariana, mettendone in luce l’intrinseca tribalità, l’istintualità dei corpi, l’intesa imperscrutabile dei sessi. Non più l’amore morboso che abbiamo imparato a conoscere, coi suoi deliri, con la progressiva obnubilazione della ragione umana. Qui tutto è impulso, sin dall’inizio, sulle note di Dvorák.

C’è un amore primitivo e imperante, un tiranno di fronte al quale ogni pudore crolla, ogni raziocinio vacilla; c’è un amore fatto di luci bluastre e nudità improvvise, poi un odio che esplode in silenzio, nel rosso, soffocato da un crescente, assordante nugolo di vespe (presagio alle insidie del Male); c’è il legame Otello/Desdemona, che la passione riduce (o esalta) al semplice binomio Uomo/Donna, ancestrale e onnipresente, un corrispondersi e alternarsi di sottomissione e supremazia: lei, l’anti Giulietta, esplicitamente sessuata, intervalla la virtù e l’istinto, ora piegandosi all’uomo, ora provocando col suo languido potere (la perturbante femminilità di Claudia Vecchi); lui, interpretato da Vincenzo Carpino, è il maschio per eccellenza, bramoso di carne e di sangue. Amato e amante, Otello è pervaso da una moltitudine di passioni, una moltitudine che ingrossa, che tende le fibre del suo corpo magnifico (il corpo di un capo: si noti come tra il Moro e i suoi uomini vi sia un’intesa associabile a quella che si instaura nei branchi animali). Manifesta la venerazione che ha per Desdemona, ma non può esimersi dal dissacrarla, dal dominarla e darle la morte. Si celebra il sentimento sconsacrandolo e la differenza tra umanità e bestialità è ridotta ai minimi termini.

Scompare la figura canonica di Iago – intento a sibilare la discordia – e al suo posto osserviamo una belva che si ritrae, che fruga, che si azzuffa al calar del sole (si noti, a proposito, la diatriba tra Iago e Cassio simile alla lotta animale). Non più adulazioni per il Moro, ma lo sfregarsi e l’esibire la gola: la gestualità di lupi e cani. Movimenti che Riccardo Occhilupo riprende bene.

Scenario fisso e onnipresente è il porto, “un limbo dove si arriva o si attende di partire, un coacervo di diversità dove tutte le pulsioni vengono pacificamente accettate come naturali e necessarie”. In questo spazio apolare dove il futuro è in perenne stallo, gli universi maschili (Otello e i suoi uomini) e quelli femminili (Desdemona, Emilia e le prostitute del porto) si mescolano in una cacofonia di suoni fervidi e melanconici. Ormai ridotti tutti a stereotipi di uomo e donna (è quasi impossibile distinguerli l’uno dall’altro), uomini neri e donne bianche marciano su uno sfondo smagliante e corrotto, sfondo che, vuoi per l’atmosfera, vuoi per l’atteggiamento dei personaggi (prostituzione, ebbrezza, vaghe allusioni all’omosessualità), ricorda esplicitamente Querelle de Brest di Fassbinder.

E così, mentre il duo Otello/Desdemona si moltiplica all’infinito, estendendosi a forma universale (e indiscriminata, addirittura profanata. Si noti come gli atteggiamenti della coppia siano ricalcati da marinai e donne di malaffare), il Male si insinua inosservato, a scatti a malapena percepibili, fino a concretizzarsi nella mitica figura del fazzoletto, prova (fasulla) del peccato (altrettanto fasullo) di Desdemona.

Poi tutto si fa rapido, il cielo è sanguigno (presagio di pazzia, di passione, di gelosia, di morte imminente): il corpo del Moro si contorce, Iago scompare. Ecco l’incontro, l’omicidio, in un angolo del palcoscenico, sotto luci crude come quelle degli obitori. Ogni gesto di Otello, a questo punto, è preceduto e suggerito da quello dei suoi uomini, a suggellare, a moltiplicare l’atto fatale, come se loro e lo stesso porto non fossero altro che una proiezione del suo animo. Con la morte della moglie, la stessa idea di donna è disintegrata. Ogni maschio esce di scena portando a sepoltura la propria Desdemona.

Il silenzio è totale, il gioco della vita è finito. Da questo porto non partirà più nessuno.

Intenso e delicatissimo. Applauso lungo e meritato.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro del Giglio
piazza del Giglio, 13/15 – Lucca
domenica 1° aprile, ore 20.00

Il Balletto di Roma presenta:
Otello
direzione artistica Walter Zappolini
coreografia Fabrizio Monteverde
assistente alle coreografie Piero Rocchetti
scenografia Fabrizio Monteverde
musica Antonin Dvorák
costumi Santi Rinciari
light designer Emanuele De Maria
personaggi e interpreti principali:
(Otello) Vincenzo Carpino
(Desdemona) Claudia Vecchi
(Cassio) Placido Amante
(Iago) Riccardo Occhilupo
(Emilia) Azzurra Schena

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