Chi ha paura dei sovratitoli?

Un inizio in sordina per la nuova rassegna sulle vite iraniane del centro internazionale Teatri di Vita, Cuore di Persia, che apre le danze con Padri, madri e figli di Arash Abbasi, spettacolo dal focus bellico e generazionale pregno di parole ma scevro di forma.

Ora (gennaio 2016) che le sanzioni economiche e finanziarie legate alle politiche nucleari sono state revocate, lo stato iraniano è tornato al centro dell’attenzione internazionale e Teatri di Vita ha colto l’occasione per offrire, cosa buona e giusta, una finestra sul fermento culturale degli ultimi anni, facendo anche i conti con una comunità persiana tutt’altro che risicata nel capoluogo emiliano-romagnolo.

Lo scrittore e drammaturgo Arash Abbasi, residente in Italia ormai da qualche anno, si immola per primo e lo fa parlando di guerra e di conflitti. Prediligendo una narrazione frammentaria, Padri, madri e figli articola questo discorso in un trittico piuttosto tradizionale, dove ogni quadro viene presentato con canonici bui e altrettanto canonici spot su attrici in posizioni sempre antitetiche. L’accento grave che viene posto sulla separazione, prodotto principe di qualunque violenza, riverbera nella gestione dello spazio, completamente privo di scenografie e segnato soltanto dalle barriere verbali che dividono le vittime dai carnefici, i vivi dai morti e i genitori dai figli.

Terra, acqua, aria. Tre elementi naturali che si tingono di rosso quando canalizzano odio, paura e incomprensione. Il primo scontro sulle bianche dune tra una militante del YPG (figlia) e un membro del Daesh (padre) strazia anima e corpo di chi recide i ponti con il passato in nome di un Dio e di chi, invece, li ricuce, in nome di una madre. Il secondo confronto, accompagnato dal rinfrancate sciabordio delle onde, si confonde nel mare dell’immigrazione e ribalta i sensi di colpa tra i vivi e i morti, tra le madri in salvo e le figlie sul fondo. L’ultimo e forse più interessante quadro assorda per la sua arroganza giovanile, dissacrando qualsiasi tradizione per ripicca adolescenziale. Un’imberbe vittima della jihad del sesso si ritrova, suo malgrado, faccia a faccia (via etere) con una madre al volgere dei suoi giorni. Basterebbe solo una parola per salvare una vita sgretolata dai gesti di chi se ne va senza guardarsi mai indietro, ma la salvezza non arriva mai nel dramma di Abbasi.

In questo primo assaggio di teatro iraniano prevale senza dubbio la parola, ma una parola imbastardita, piegata a un italiano dissonante che perde impatto e si dissolve in un attimo, privato com’è anche di immagini a cui aggrapparsi. Forse uno spettacolo in lingua avrebbe aiutato a formare una narrazione più corposa e persistente, dando alle giovani attrici più sicurezza nei propri terribili ruoli che rimangono, comunque, forti, taglienti, reali.

Lo spettacolo è andato in scena all’interno di Cuore di Persia, festival di arte, spettacolo e società dall’Iran contemporaneo:
Teatri di Vita

via Emilia Ponente 485 – Bologna
mercoledì 29 e giovedì 30 giugno, ore 21.15

Padri, madri e figli
scritto e diretto da Arash Abbasi
interpreti Marta Anian, Judith Moleko e Sanam Naderi
produzione Moj Theater

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