Ritratti d’autore

Paola Manfredi, ideatrice del progetto e regista dello spettacolo, racconta di Teatro Periferico e Case Matte. Uno sguardo, allo stesso tempo, lucido e visionario.

Come e con quale obiettivo nasce Teatro Periferico?
Paola Manfredi: «Teatro Periferico nasce dal mio fortissimo desiderio di lavorare con alcune persone incontrate nel corso della mia esperienza di regista e insegnante di teatro. La compagnia attualmente è composta da una dozzina di soci, fra regista, attori, drammaturga e scenografo. Nel 2009, quando si è presentata l’occasione di un bando triennale di Fondazione Cariplo, è iniziata una collaborazione con il comune di Cassano Valcuvia, in provincia di Varese. Da allora il gruppo risiede presso il Teatro Comunale. La scelta di legarci a un territorio ha dato stabilità alla compagnia, una casa, senza con ciò frenare lo stimolo a uscire e lavorare in altri contesti, anche fuori dalla Lombardia, come è accaduto con Case Matte».

Qual è il vostro principale ambito di ricerca e azione teatrale?
PM: «Da anni realizziamo progetti legati ai luoghi. Interveniamo laddove ci sia una comunità desiderosa di recuperare la propria storia, che siano gli ex operai di una fabbrica metalmeccanica, i protagonisti di una battaglia partigiana o gli abitanti di un quartiere a forte immigrazione. Questi progetti prendono il nome di Storia e storie. Nel caso di Mombello – Voci da dentro il manicomio, lo studio prima dello spettacolo ha richiesto due anni durante i quali sono state contattate le associazioni del territorio, è stato organizzato un seminario per formare i volontari e sono stati attivati laboratori teatrali nelle scuole superiori comunali per sensibilizzare i ragazzi al tema del disagio mentale. Le storie, dopo esser state raccolte, sono state sbobinate e trascritte. Ci sono stati incontri con infermieri, pazienti e medici e sono stati effettuati sopralluoghi. Quello che abbiamo tentato di ricostruire non è semplicemente memoria di un luogo fisico, ma architettura di sentimenti, di forze, di pensieri che ne deriva. È il cosiddetto genius loci, lo spirito del luogo, il “dentro” da cui provengono le voci».

Quali sono i vostri modelli culturali e drammaturgici?
PM: «Da una parte ci sono stati i miei studi legati alle scienze sociali e qualche incursione nella public art, dall’altra anni di lavoro con Danio Manfredini al Leoncavallo. Negli ultimi anni, il mio interesse è stato tutto rivolto a drammaturgie dal basso, che prevedano una contaminazione con il linguaggio vivo delle persone. Pur non facendo teatro di narrazione, ho chiesto a Loredana Troschel, che ha firmato la drammaturgia degli ultimi lavori, di combinare citazioni, racconti, dialoghi, riflessioni che venivano dai protagonisti, non scegliendoli, ma montandoli tutti (come del resto anche le azioni) in modo quasi casuale. Il risultato è stato quello di un testo inatteso, ma assolutamente coerente con la materia»..

Case Matte prevede l’invasione artistica di spazi canonicamente dedicati alla cura e alla salute: ci raccontante la genesi e il senso di questo progetto che contamina visione e introspezione, immersione e riflessione da parte del pubblico, disposto quasi ad ammirare lo svolgersi della rappresentazione come da dietro una vetrina, ma assolutamente coinvolto dalla ridotta prossemica attorale?
PM: «L’idea di Case Matte in realtà nasce proprio dal pubblico. Gli spettatori sono sempre stati numerosi. È vero che lo spettacolo prevede solo un’ottantina di persone a replica, ma sin dall’inizio c’è stata una grandissima partecipazione. Il pubblico ci ha scritto (persone che erano state vicine alla malattia o giovani che volevano conoscere quello che era successo in quei cento di internamento manicomiale), spesso con gli spettatori si fermava a parlare dopo le repliche, faceva domande. E abbiamo pensato che potessero esserci altri spettatori interessati a sapere. E ad avere qualcosa da raccontare. E poi il pubblico ha sostenuto il lavoro anche economicamente con una raccolta fondi che è terminata addirittura 9 giorni prima della scadenza.
Nello spettacolo il pubblico è vicinissimo. Gli infermieri, le assistenti sociali ci avevano parlato di questa particolare vicinanza che li faceva sentire più prossimi ai malati che alla gente di fuori, tanto che quando i manicomi sono stati chiusi anche il personale che ci lavorava ha avuto difficoltà nel reinserimento nella vita cosiddetta “normale”. Ecco questa vicinanza, che poi prevede l’empatia, un contatto intimo e minuto con l’attore che si ha davanti, che si osserva in silenzio, questo particolare sguardo ci ha portati a cercare altri sguardi, altre relazioni. Il pubblico è stato molto diverso da città a città. Un pubblico non teatrale, che talvolta ci somigliava e talvolta no, ma che stava sempre dentro al processo dell’attore, che ne seguiva il percorso, la storia, la coerenza. Il senso del lavoro sta in questa particolare relazione che gli attori hanno di volta in volta ricreato. Che poi è il rapporto che ogni attore ha con il proprio personaggio.
Mi piace lavorare con attori si sottraggono a favore del loro personaggio, che si fanno assenti per lasciare vivere un altro. Trovo, come dice Castellucci, che questo sia un atto molto generoso».

Rimanendo al pubblico, come valutate la sua notevole partecipazione e, per esempio nella doppia replica romana, la significativa presenza di giovani, nonostante la location non fosse delle più semplici da raggiungere?
PM: «I giovani sono sicuramente il pubblico più affezionato dello spettacolo. Oltre al pubblico delle città ci sono stati i giovani incontrati nelle università. Tutti ci sono sembrati assetati di emozioni. Emozioni che non riguardino solo la loro condizione. Un ragazzo dopo una replica mi ha detto: vogliamo commuoverci non solo sui nostri guai, ma anche delle sofferenze altrui».

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