Ritratti d’autore

La storia di Carmen è quella di un mito moderno, che appartiene ormai nel profondo al nostro immaginario e che perciò non smette di emozionare nel corso dei secoli; per questo, ogni nuovo allestimento è l’occasione per rivivere l’emozione di una vicenda, quella della zingara Carmen condannata a un destino tragico. Abbiamo intervistato Paolo Baiocco, regista di Carmen. Confessioni di un brigadiere, riadattamento drammaturgico e teatrale dell’opera di Mérimée e Bizet che sarà in scena presso il Castello della Rancia di Tolentino dal 22 al 24 agosto prossimo.

Approcciarsi a un testo come Carmen in ambito teatrale non credo sia facile, considerando il successo immortale che l’opera di Bizet ha avuto e a come alcune musiche siano state in grado di enfatizzare i momenti emotivamente più intensi; come avete tentato di restituire quella forza attraverso i mezzi propri della drammaturgia teatrale?
Paolo Baiocco: «Carmen di Bizet è sicuramente una delle opere più rappresentate e amate. Proprio per questo, ogni nuova messa in scena deve fare i conti con le tante, bellissime, che l’hanno preceduta. Nel nostro caso il pericolo insito nel confronto quasi non esiste, perché la formula scelta nell’impostazione registica è sostanzialmente nuova; ho creato di sana pianta un nuovo personaggio, Don Josè che a distanza di 20 anni, esce dalla prigione per ripercorrere a ritroso la vicenda che l’ha portato ad uccidere la donna amata, Carmen. Credo che questo sia anche un meccanismo efficace per restituire la forza emotiva e la violenza passionale di questo capolavoro».

La storia dell’amore di Carmen e del suo destino è una storia archetipica, sempre attuale nel corso dei secoli. Avete forse provato la necessità di attualizzare il testo per rendere il messaggio tragico della vicenda di Carmen più vicino alla sensibilità contemporanea?
PB: «Non sono personalmente convinto che si debba necessariamente attualizzare l’opera dell’800 per renderla più “moderna” e vicina alla sensibilità dello spettatore di oggi. Certamente Carmen , ambientata nella sua epoca, con tutto il corollario del folklore spagnolo, rischia di diventare molto, molto “folkloristica”, perdendo la sua estrema modernità e, soprattutto, il significato dello scandalo di una donna veramente libera. Non “facile”, come troppe volte è stata presentata, ma libera! La scelta per questo allestimento è stata di rappresentarla in un’epoca più vicina a noi, non necessariamente nel 2014, ma, nel novecento del dopoguerra; la location è l’Italia e non una Spagna di maniera».

Una domanda più nello specifico sul personaggio di Carmen: credete che la sua vicenda possa assurgere oggi a tentativo di riscatto della categoria femminile, sempre più presente nelle cronache drammatiche come vittima di persecuzioni e violenze familiari, o resta un modo di denunciare il mantenimento imperituro dell’omocentrismo nella cultura moderna?
PB: «Per me non è né l’uno, né l’altro. Carmen è un grande esempio, per le donne e per gli uomini, di grande onestà e libertà; quando ama lo dichiara apertamente, non lo nasconde né a agli altri, né, tantomeno, a se stessa. Quando non ama più, con la stessa onestà e libertà, lo dice e lo mostra senza ipocrisie, e senza tentennamenti, senza compromessi. Non è una “donna facile” che si dà a tutti, al contrario! Solo all’uomo che fa nascere in lei il miracolo dell’AMORE, solo a quello Carmen si dà, senza reticenze e stupidi giochi di seduzione. Carmen, quando parla dell’amore, dice onestamente che lei per prima, non lo può imprigionare, costringere, volere o evitare. Non riesco a vedere in Carmen significati legati alla piaga del femminicidio o dell’omocentrismo. Carmen parla al cuore dell’essere umano, maschio o femmina che sia».

La Carmen è un testo che, come molti altri ma forse in dosi maggiori, gode di una translinguisticità e transculturalità notevoli: avete fatto riferimento al testo originale del francese o alla traduzione in italiano? E come avete tentato di restituire l’atmosfera gitana e quella spagnola nell’allestimento?
PB: «Abbiamo molto semplicemente preso la Carmen originale in lingua francese dell’opera di Bizet; il testo in italiano, da me scritto per questa nuova versione, è stato pensato e scritto per personaggi “nuovi”, in un certo senso. Il Don Josè che torna dopo vent’anni di galera, Escamillo che, invece di cantare, parla e incanta le donne come un nuovo e diverso Don Giovanni, come una star del cinema o dello sport, o della televisione, due carabinieri, colleghi di Josè, due contrabbandieri, amici di Carmen. Per quanto riguarda il “colore” spagnolo, invece di tentare di ricostruire una finta atmosfera gitana. Abbiamo coinvolto una coreografa di danza flamenca, danzatori di flamenco e un chitarrista che li accompagnerà, creando una sorta di pre-preludio ad apertura delle tre parti in cui lo spettacolo è stato diviso».

Avete avuto modo di confrontarvi con un classico del cinema italiano come Carmen di Francesco Rosi, che piuttosto che essere una mera trasposizione cinematografica del capolavoro di Bizet ne evidenzia dimensioni e sfaccettature particolari, senza però sacrificare tutta la costruzione musicale e operistica?
PB: «Se ho avuto un modello di ispirazione o, se volete di confronto, piuttosto che la bella versione cinematografica di Rosi, è stata la nuovissima e molto personale versione teatrale di Peter Brook, un genio assoluto del Teatro contemporaneo. Ma, con il mio più grande rispetto e ammirazione per il regista inglese, ho cercato di raccontare Carmen da un diverso punto di vista. Quello parziale e quasi “folle” dell’uomo che di Carmen non ha capito quasi niente e che alla fine, non rassegnandosi a perderla, la uccide, illudendosi in questo modo di possederla per sempre; quell’uomo, che non è né onesto né libero, nel suo racconto, sconvolto quanto la sua mente, ci aiuta, per assurdo, a capire meglio questo mistero di donna che è Carmen».

Dopo questa esperienza, avete già in mente un altro prossimo lavoro? Magari sempre ispirato alla tradizione operistica europea?
PB: «Carmen , quest’anno, e Il Trovatore, lo scorso anno, sono solo due tappe di un percorso che dovrebbe portare Tolentino ad essere negli anni propositore e protagonista di un grande progetto, da ma battezzato TEATROPERA, che vuole raccontare in modo nuovo i grandi capolavoro del Teatro Musicale, con cantanti, musicisti, attori e danzatori che danno vita ad una forma di teatro nuova e antica allo stesso tempo. Una forma di teatro che ha come modello supremo la Tragedia Greca.
Per il 2015 non abbiamo ancora scelto il nuovo titolo. Appena individuato ve lo faremo sapere.

Lo spettacolo andrà in scena
Castello della Rancia – Tolentino
(Macerata)
Venerdì 22 agosto, ore 21.15 – Domenica 24 agosto, ore 21.15.

Carmen. Confessioni di un brigadiere
di Georges Bizet
Testo, drammaturgia e regia di Paolo Baiocco
Personaggi e Interpreti
Brigadiere: Fabrizio Romagnoli, attore
Carmen: Serena Pasqualini, mezzosoprano
José: Paolo Lardizzone, tenore
Escamillo: Fabio Bacaloni, attore
Frasquita: Anna Maria Mazza, soprano
Mercedes: Mariangela Marini, mezzosoprano
Carabinieri – gitani: Fabio Caporaletti, Jacopo Nestori, attori
Corale: Schola Cantorum “G. Bezzi” di Tolentino e Schola Cantorum “S. Cæcilia” di Corridonia
Maestro del coro Alessandro Pucci
Coro Sperimentale Voci Bianche
Maestro del coro Tiziana Muzi
Corpo di ballo: Allievi di Michela Fossà con la partecipazione straordinaria di Antonio D’Addezio
Chitarrista: Giovanni Brecciaroli
Pianisti accompagnatori: Simone Cartuccia, Cesarina Compagnoni
Aiutoregista: Genny Ceresani – Elena Fioretti
Make-up Artist: Giuseppe Leanza per Maxxelle
Costumi: Lombardelli confezioni – Delsa Atelier
Acconciature: Maxxelle
Luci: Tonico Service
Progetto TeatrOpera – promossa e organizzata dalla Schola Cantorum “G. Bezzi” e dalla Pro Loco TCT in collaborazione e con il patrocinio del Comune di Tolentino e della Regione Marche, Provincia di Macerata, Comunità Montana dei Monti Azzurri, STL Monti Sibillini

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