Paolo Taccardo / Compagnia Nostos

Lugano in scena è la stagione teatrale dell’omonimo comune svizzero del Canton Ticino, diretta da Carmelo Rifici – che dall’anno scorso si occupa anche della Scuola del Piccolo di Milano.

Mostrando il coraggio e l’interesse che forse mancano in Italia di dar spazio al nuovo (quando ne vale la pena), il 15 marzo Lugano in scena ha ospitato Nostos, una compagnia franco-italiana fondata poco più di due anni fa a Parigi da Paolo Taccardo, 28 anni, formatosi come attore e poi come regista a Brescia, Milano e Parigi. Nostos si è già misurata con Duetto di Moresco, e nel 2015 ha debuttato a Parigi, poi a Lione, ora infine a Lugano, con Hedda Gabler di Ibsen.

Cominciamo da Hedda. Per come racconta lei, ma direi già da testo, creazione e procreazione si sovrappongono, su entrambi cala l’impossibilità della distruzione, dell’aborto. Una parola pare attraversare tutto ciò, ed è la Bellezza. Che cosa cerca insomma Hedda? E cosa distrugge?
Paolo Taccardo: «A gennaio abbiamo ripreso Hedda a Parigi e in una delle rappresentazioni erano presenti quattro classi di studenti di liceo. Durante l’incontro svoltosi dopo lo spettacolo, una delle prime domande che mi è stata fatta è: ma perché Hedda vuole assolutamente che Lövborg muoia? Credo che questa domanda rappresenti il nodo di quello che ha appena detto, il legame tra creazione, procreazione, distruzione e bellezza. Non c’è risposta, la stiamo cercando da un secolo e mezzo ed è proprio una delle ragioni che rendono il testo e i personaggi così affascinanti. Ma possiamo fare delle congetture, la mia risposta non è esattamente la stessa che gli attori si danno, ma c’è spazio, nel mio lavoro, per una struttura a ipotesi multiple. Hedda ha un desiderio di assoluto, quasi mistico, la sua fine ha la natura di un’estasi religiosa. Questa ricerca estetizzante della vita, reale e crativa, si intensifica anche nella morte, che diventa aborto e suicidio. Penso che Hedda abbia paura di ciò che è disgustoso e spiacevole nell’esistenza umana. Tra l’altro lei stessa dice al marito Tesman di risparmiarle la vista di tutto cuò che è brutto, riferendosi alla morte della malata zia Rina. La malattia va eliminata dall’esistenza, così come la debolezza, la fragilità. Hedda è la figlia di un noto generale. Sta cercando una sublimazione, forse, un modo per sfuggire alla bruttezza, alla miseria umana, al non senso, al lato grottesco dell’esistenza, cercando di risolvere tutti i paradossi nella morte e nella distruzione assoluta della vita creativa e umana di Lövborg, ma anche la sua. Il manoscritto di Lövborg è paragonato a un bambino, si intuisce che Hedda è incinta di suo marito Tesman, e questo non lo aveva previsto. C’è un bisogno di controllare tutto ciò che è imprevedibile nella vita come nelle relazioni umane. E naturalmente, come in ogni materiale tragico, questo ha un significato profondo e scatena una violenza inaudita. Quella che Hedda chiama Bellezza è una visione della vita, della morte pura e purificata dalla bruttezza, un assoluto, un’assenza di paradosso, di incontrollato. È questo che distrugge, anche spingendo il personaggio di Lövborg al suicidio. Lövborg è una sorta di discendente di Dioniso, uno scrittore legato alla dissolutezza, al caos, all’alcool, allo scandalo, che è stato allontanato dalla città e confinato per tre anni su una collina, in modo che la città possa ritrovare la calma e l’ordine. Ora ritorna con il manoscritto di un’opera monumentale sul futuro e sull’evoluzione della civiltà, accompagnato da una giovane Théa che l’ha ispirato, il cui nome rivela chiaramente la sua natura quasi divina. Non sappiamo nulla di questo manoscritto, ma già la sua presenza basta per provocare il caos nelle relazione tra i quattro personaggi e, per estensione, in tutta la città. Hedda cerca di controllare questa pulsione caotica, distruggendo manoscritto e autore, cerca quasi di liberarsi di questa parte dionisiaca, o meglio, vuole essere lei ad avere il potere sul destino imprevedibile degli esseri umani.»

E lei, cosa cercava lì dentro?
P. T.: «Sono stato ammaliato, attirato come dall’eco di una sirena, il testo mi ha sedotto, non sapevo perché, ma come il canto di tutte le sirene, questo richiamo è pericoloso. E mi ci sono dunque lanciato, questo rischio mi piaceva. Ora che sono passati due anni da quando ho cominciato a lavorare il testo, penso che ci sia una corrispondenza forte tra il desiderio di Hedda, ma anche degli altri personaggi, questo bisogno di controllo, e un mio bisogno di controllare una parte misteriosa e caotica della mia vita. Non ho certo le risposte di Hedda, Théa, Tesman e Lövborg, ma la mia immagine si è un po’ confusa con quella delle parole di Ibsen nel corso delle prove e delle riprese. Anzi, è stato ancora più evidente nelle riprese, il testo ci stava rivelando a noi stessi, parlo di me e degli attori. E questo penso abbia molto a che fare con la natura tragica del dramma. Ibsen ha scritto una tragedia greca, si è divertito a camuffare velocemente qualche tratto, ma la struttura e il materiale è rimasto intatto. Cercavo quella capacità pericolosa del teatro di rivelarci a noi stessi, e nello specifico, volevo che il testo mi interrogasse rispetto alla ricerca di dominare quel disarmonico caos di forme belle, come fa dire Shakespeare a un suo personaggio romanticone, l’amore, che è un tema del testo e che spinge i personaggi a confrontarsi con le zone più oscure del nostro inconscio individuale e collettivo. Questa ricerca a occhi chiusi è la ricerca della bellezza per me, ma come è possibile oggi? Come è possibile conciliare questa libertà con un mutuo per la casa, un’immagine sociale da costruire e difendere a ogni costo, un lavoro che diventa la sola forma di realizzazione identitaria? Tutte queste questioni sono presenti nel testo di Ibsen, Hedda e Tesman hanno appena comprato una casa indebitandosi con la zia, hanno stabilito il tipo di vita che condurranno, è stato promesso un posto di professore a Tesman, nel testo si parla dell’importanza delle pubblicazioni di Lövborg e Tesman, della rivalità e della competizione professionale tra i due. Come inseguire questa ricerca caotica della bellezza in una vita così regolamentata e controllata, che dalla fine del 1800 non ha fatto che diventare più controllata e normativa per gli individui? Non so come si possa agire per amore oggi, ma credo, o voglio credere che un modo ci sia.»

Hedda è un personaggio femminile interessante perché, a ben guardarlo, non è un personaggio femminile. Voglio dire, in un’epoca in cui se la donna era al centro, era soprattutto per raccontarne i sogni frustrati dal ruolo di moglie borghese, qui si ha l’impressione che ci sia di più, che il suo significato, il suo desiderio e il suo agire vadano oltre, verso qualcosa di più assoluto. A questa sensazione si mescola, nella sua messa in scena, una visibile carica erotica, spesso enfatizzata, anche nel finale. Cosa ne pensa?
P. T.: «Hedda è un’eroina da teatro greco, così come Théa, Lövborg e Tesman sono personaggi, anzi figure, che non c’entrano con delle tipologie sociologiche. Il personaggio di Hedda è una Medea moderna, uccide suo figlio non ancora nato appena la rivale Théa entra in gioco. E lì che nasce il suo progetto. Théa diventa una Glauce moderna, Tesman una sorta di Giasone. Lövborg porta in scena un’altra trama greca, è il dioniso delle Baccanti euripidee, che va alla festa organizzata dal giudice Brack, definita da Tesman un baccanale…. In questo senso non ho seguito una lettura sociologica, mi interessa più l’aspetto tragico della scrittura di Ibsen. Quello che dice sul legame tra il desiderio assoluto, che per me è un desiderio tragico, e la carica erotica è vero. L’erotismo è il luogo della scopertà di pulsioni assolute, profonde, insconsce, nella psicanalisi come nel mito greco. Non a caso la psicanalisi è ossessionata dai miti che diventano complessi e dalle figure mitiche che diventano archetipi. E non a caso la psicanalisi ha sempre identificato nella sessualità e nell’erotismo un luogo fondamentale di comprensione delle dinamiche psichiche. Il desiderio è desiderio di qualcosa o di qualcuno, nasce ed esiste solo nella relazione. In Hedda Gabler le relazioni umane sono il centro di costruzione del desiderio. Il desiderio è mimetico, come direbbe Girard, e si potrebbero fare tantissime ipotesi a questo proposito sulla rivalità tra i due uomini del testo, ma anche sulle due donne. Per questo ho voluto enfatizzare l’erotismo che circola tra tutti i personaggi. Il desiderio è sempre erotico, porta con sé questa qualità, questa carica, e tutti i personaggi entrano in scena con dei desideri potentissimi, a volte incontrollati. La vicenda li spinge a perdersi in una fitta trama di desideri che si alimentano e confondono con la presenza degli altri. Tesman dice di essere spaventato perché un pensiero oscuro gli l’ha assatito quando ha trovato il manoscritto di Lövborg. Questo pensiero è un desiderio invidioso nei confronti di Lövborg che trasforma Tesman in ladro e complice di un’infanticidio: il manoscritto è paragonato al figlio di Lövborg e Théa, ecc… i desideri sono oscuri e hanno un potere fortissimo in noi. Di questo hanno paura i quattro personaggi, dunque non fanno altro che cercare di dominarsi e dominare la vita degli altri.»

C’è un aspetto che rende il suo uno stile già netto, un linguaggio vero e proprio, ed è la presenza forte o il continuo confronto con il non detto. E forse, è un non detto non rivolto solamente agli spettatori, ma che si concede lei stesso?
P. T.: «La ringrazio per la domanda. Sì, assolutamente. Più cerco nel mio lavoro e meno so. Forse avrei saputo parlarle meglio dello spettacolo due anni fa. Ora è pieno di non detti, di mistero. Non so se sia un vero e proprio linguaggio, è difficile parlare della propria lingua. Ma è sicuramente un punto sul quale insisto tutti i giorni con gli attori. Per un attore è più difficile accettare e trovare un equilibrio su questo terreno mobile. Gli attori hanno bisogno di darsi delle risposte, di sapere cosa stanno facendo. Eppure, la relazione che costruisco con loro punta almeno a prendere queste risposte come delle ipotesi, degli appoggi. E a rompere la coerenza, che già serve poco nella vita, nel teatro è solo deleteria. Se chiedessi ai quattro interpreti dello spettacolo di parlare dei loro personaggi oggi, scoppierebbero a ridere spaventati. Ne abbiamo discusso proprio a gennaio preparandoci a una trasmissione radio che ci aveva invitati per presenrare Hedda Gabler per un’ora. Un’ora, si rende conto? È tantissimo, per smorzare la tensione ci siamo divertiti qualche ora prima a fare delle domande sul personaggio all’attore che lo interpreta. Anche gli attori oggi, come me, sono persi di fronte al mistero di ciò che cerchiamo in scena. Ma è un bel modo di perdersi, c’è una struttura invisibile e forte, ho costruito una partitura solida che permette agli attori di esplorare e quindi a me di farlo attraverso di loro. È fondamentale non dirsi tutto, tenersi all’oscuro di ciò che si fa, permettere allo spettacolo di pretendere qualcosa da noi, senza sapere cosa. È un aspetto centrale del mio lavoro di regista, di come dirigo gli attori e dell’invito che faccio agli spettatori. Accettiamo di non sapere tutto, come i bambini! O come i folli, direbbe Cocteau. Oggi ce n’è davvero bisogno…»

Nostos vuol dire ritorno. Il ritorno, sappiamo dall’Odissea, è un viaggio, non un semplice tornare indietro, che invece dà un po’ l’idea del mettersi al sicuro e non aver coraggio di partire. Perché avete scelto questo nome? Dove bisogna tornare oggi?
P. T.: «Tornare è difficilissimo. Da Parigi, dove vivo da sei anni, torno spesso in Italia e poi ri-torno in Francia e ho la senzazione che ormai siano tutti dei ritorni. Il ritorno è pieno di contraddizioni, hai voglia di tornare a casa, ma nel momento in cui ci metti piede sei inquieto, lo sguardo del passato ti invade. I ricordi possono essere belli e rassicuranti ma anche fastidiosi, ti incastrano in un’immagine di te che ormai non ha più valore. Il ritorno è pericoloso perché sei sempre confrontato a te stesso, misuri le distanze, metti in prospettiva la tua vita, è un tempo particolare in cui il presente è fisicamente la tensione tra un passato e un futuro. E in questo viaggio di ritorno c’è un modo di pensare attraverso il viaggio, una forma mentale che sento molto vicina a me e al teatro che cerco di fare, in cui lingue e culture a confronto occupano un ruolo affettivo importante. Ed è così anche per Paolo Bellomo, drammaturgo della compagnia, e Chiara Zerlini, amica e interprete di Hedda nello spettacolo. Poi c’è un attore americano che vive a Parigi, attori che recitano tra la Francia e la Germania. Insomma, ci piace viaggiare nella nostra compagnia. Nostos è un modo di pensare attraverso l’esperienza concreta dell’andata e ritorno. Questo sentimento crea anche una geografia interna che è molto particolare e finisci per sentire che Parigi e Milano sono più vicine di Parigi e Lille, perché a Lille non ci sono mai stato nonostante sia a un’ora da Parigi. Nostos è un tempo interno, una geografia interna nella quale le nostre esperienze di emigrati-immigrati diventano strumenti intimi e analitici di creazione artistica.»

Lo spettacolo è andato in scena al
Teatro Foce
Via Foce 14, 6900 Lugano
il 15 marzo 2017 h. 20. 30

Compagnia Nostos presenta
Hedda Gabler
di Henrik Ibsen
adattamento di Paolo Bellomo
regia di Paolo Taccardo
con Chiara Zerlini, Louis Sé, Laura Mélinand e Clément Marchand
scene Paolo Taccardo
luci André Diot
collaborazione scena e costumi Daniele Coppolecchia
assistente scena e costumi Annarita Gaudiomonte-Diouf
assistente alla regia Raphaël Haberberg
traduzione di Michel Vittoz

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