Forchette in brodo

Una donna alle prese con gli onori di casa, un promemoria sulle regole dell’ospitalità perfetta, un geco parlante e un non-luogo eletto a scena unica: questo, e molto altro, in Pas d’hospitalité.

«Una forchetta, se sta da sola, non muore di malinconia», ammonisce la madre nel ricordo pronunciato a voce alta dalla protagonista. Un precetto che lei tiene ben a mente facendo ordine nei cassetti della cucina, dopo aver spadellato tutto il giorno manicaretti d’ogni sorta per gli invitati.
Una donna senza nome (una Laura Graziosi perfetta ed entusiasmante) si muove tra le mura invisibili dei suoi 45 metri quadri d’appartamento, circondata dall’infinità di oggetti (invisibili anch’essi, ma descritti in modo tanto vivido nella loro quantità da poterli ben visualizzare) accumulati per horror vacui in due anni d’esistenza tragicamente solitaria. A farle compagnia un geco, Jack – lui sì, un nome ce l’ha, perché qualcuno, cioè lei, lo interpella – inquilino impiccione che non perde un solo gesto della donna, dall’angolazione che ha guadagnato vicino alla dispensa.
Non è dato sapere quali accadimenti abbiano portato la protagonista a vivere una tale condizione di isolamento – e dispiace, perché il pubblico si affeziona tanto al suo modo compulsivo di agire da avanzare la pretesa, anche se narrativa, che la donna esista davvero. Resta il fatto che lei si presenta come tale, sola, solissima, con quattro invitati in arrivo e la cena pronta per un reggimento.
Pas d’hospitalité è questo, il racconto di un invito, di un’ospitalità impeccabile tradotta in quantità di cibo magistralmente elaborato e servito a tavola. Ma è anche questo: l’incapacità e lo spavento di comunicare, raccontarsi, condividere, tra una portata e l’altra. Un teatro di gesti, un rituale muto e sordo che una volta compiuto è anche terminato. Un mosaico fatto di ingredienti, di oggetti, di geometrie, e non di persone.
Laura Graziosi porta in scena la sua donna e la sua personale interpretazione di uno stato di solitudine e sociopatia radicate fino al limite dell’allucinazione. È divertente ma mette i brividi, mentre si aggira scattosa e scomposta a verificare che tutto stia dove deve, a immaginare situazioni, domande, risposte, a relazionarsi con il vuoto riempito di schemi che ha intorno. L’attrice impersona con classe e tecnica misurata il suo personaggio, abbina un testo valido a una recitazione assolutamente convincente e a un lavoro sul corpo da non sottovalutare. L’intervento delle luci e dei passaggi musicali – alcuni davvero coerenti con l’azione in corso, ad amplificarne vertiginosamente il pathos – contribuisce quasi fisicamente alla rappresentazione, sicché non manca proprio nulla allo spettatore per sentirsi parte integrante della (s)cena. Così diventa universale la condizione della Graziosi-personaggio, che si sente come «una forchetta usata per prendere il brodo», ovvero totalmente disfunzionale e inservibile. E vien voglia di aggiungere all’ammonimento della madre: «Una forchetta, se sta da sola, non muore di malinconia. Ma una persona sì.»

Lo spettacolo è andato in scena:
Domus Talenti
via delle Quattro Fontane, 11 – Roma
domenica 16 settembre, ore 21.30
(durata 50 minuti circa senza intervallo)

Ingrediente F – Rassegna di teatro al Femminile presenta
Pas d’hospitalité
di e con Laura Graziosi
regia Laura Graziosi

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