L’inferno della periferia dove bene e male si sfidano

Dall’11 al 14 ottobre i suggestivi spazi del Teatro Studio Uno diventano l’ambiente claustrofobico di Paura e delirio, pièce rivelatrice del dramma della miseria suburbana.

La cosa più atroce, come sosteneva Brecht, non è il terrore per l’inferno, ma la consapevolezza che l’inferno è già qui, nella vita di tutti i giorni e nella banalità del quotidiano; questo inferno si compone di anime perdute per sempre, di storie di miseria e disagio sociali ed economici, capaci di tramutare ciascuno in un vile e ipocrita depravato. Il tono grottesco e visionario della pièce di Alessia Berardi e Ferdinando Vaselli  dal titolo Paura e delirio, allude fin dal titolo al celebre film del 1998 di Terry Gilliam (Paura e delirio a Las Vegas), ma qui non siamo affatto a Las Vegas: il contesto suburbano è quello della periferia degradata odierna, le droghe non c’entrano niente perché a distorcere la visione e l’anima dei personaggi sono la povertà e la precarietà esistenziale e morale, l’assenza di vincoli sociali e di senso civico, il cinismo esasperato che degenera in volontà di sopraffare l’altro. L’autentico predecessore cinematografico dell’opera in scena al Teatro Studio Uno è senza ombra di dubbio l’Ettore Scola di Brutti, sporchi e cattivi, ma è forte anche l’influsso della storia dello scontro tra supereroe e supercattivo di Lo chiamavano Jeeg Robot: la profonda periferia romana non è più solo goliardico scenario funzionale alla dimensione comico-parodistica, ma ambiente simbolico in grado di esprimere un determinato orizzonte di senso, perché determina non solo il linguaggio ma anche il pensiero fin dalle più recondite tessiture.

Per questo Paura e delirio può servirsi di una scenografia e di una luce scarne, perché scarno è l’universo delle due anime abbandonate: fratello e sorella che si trovano dinanzi a uno sfratto imminente, senza lavoro ma senza neanche la voglia di lavorare, vittime del degrado ma allo stesso tempo responsabili in prima persona del delirio “populista e razzista” contemporaneo.  Il contesto della narrazione drammaturgica sembra talmente esasperato che il racconto potrebbe venire proiettato in una sorta di astrazione metafisica: lui e lei come le due dinamiche opposte e dialettiche, dove il primo rappresenta il male e la risultante più terribile del disagio, la seconda di contro il mantenimento estremo della sensibilità e della pietà proprie dell’essere umano, a prescindere se esso sia nato e cresciuto in paradiso o, appunto, all’inferno. D’altronde, le segrete del teatro off romano esprimono al meglio questo senso infernale (gole cavernose, spazio della stamberga dei due ma anche anfratto demonico), mentre e allo stesso tempo si dimostrano in continuità con ciò che esiste al di fuori delle pareti del teatro stesso, ossia il quartiere popolare di Torpignattara.

Resta come in sospeso, irrisolto e anche confuso, questo dilemma tra piano metafisico e immanenza urbana e sociale contestualizzata nella periferia romana: in altri termini, si ha come l’impressione che lo spettacolo teatrale volesse fare emergere qualcosa di diverso da ciò che mostra. Il rischio di degenerare nella macchietta tipica della profilo del “borgataro” romano ignorante e cafone, responsabile della catastrofe che viviamo oggi, è costante e sfuggirebbe così il piano metafisico in grado di raccontare un apologo del conflitto tra due forze complementari ma opposte; anche la simpatia e l’ironia del personaggio maschile sembrano disperdersi proprio quando lo inquadriamo quale non vittima dell’inferno, bensì vero e proprio demone. Tali questioni restano nella nebbia, ma, forse, il merito dello spettacolo è quello di restare così in sospeso nel disordine di idee e temi più o meno gravi e attuali.

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Studio Uno
via Carlo della Rocca 6, Roma
dall’11 al 14 ottobre

Paura e delirio
di e con Alessia Berardi e Ferdinando Vaselli
musica Sebastiano Forte
aiuto regia Marianna Arbia
foto Valeria Luongo

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