Morte al silenzio

Al Teatro Carcano di Milano è andata in scena Per non morire di mafia, biografia del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: «Si può sconfiggerla, basta parlarne».

L’incipit è tagliente, nei modi e nel contenuto. I bambini di Sicilia gridano: «Liberi tutti, liberi tutti». Sono urla che provengono dalle quinte, dove un gruppo di adolescenti invisibili cerca di distrarsi giocando, senza perdere di vista quella tenaglia oscura che ancora oggi rischia di condizionare il loro sviluppo: la mafia. Non la chiamano per nome, pur dimostrando di aver capito che nella loro terra c’era e permane qualcosa di diverso, che rischia di risucchiarli. Si sgolano, con l’intento di dare forma a quel mostro con una sola testa che molti non vedono o fingono di poter evitare: ben consapevoli di doverlo incrociare, prima o poi.

Nel monologo di Salvatore Lo Monaco – superbo nel vestire i panni del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso – si percepisce il medesimo scopo, proprio dell’opera Per non morire di mafia – tratta dal libro scritto dal magistrato siciliano e pubblicato, nel 2009, da Sperling e Kupfer. La rappresentazione deve essere pedagogica e tale si rivela, di fronte a un centinaio di ragazzi mai così vicini a questi temi.

L’excursus della rapida carriera di Grasso è incalzante: laurea in giurisprudenza a 22 anni, biennio da uditore giudiziario a Palermo. Prima destinazione da pretore: Barrafranca, comune dell’entroterra ennese – 24 primavere da poco festeggiate. Poi le minacce, le intimidazioni, «quel fare vigliacco che in Sicilia ha sempre spezzato troppe vite». L’ascesa sarà svelta, fino all’incarico di giudice a latere nel maxiprocesso contro Cosa Nostra, conferitogli dal presidente del Tribunale Giordano. «Falcone era un fuoriclasse», ripete Lo Monaco per dare un’idea dell’opinione che Grasso nutriva del magistrato palermitano, freddato il 23 maggio 1992 con la moglie e gli uomini della scorta. «Avrei dovuto accomodarmi sul suo stesso volo»: il retroscena che svela l’attore, mostrando poi il tagliando del check-in del volo preso, miracolosamente in anticipo, la sera prima.

Drammaturgia e scenografia essenziali semplificano la comprensione. Una sedia, un tavolo lungo, pochi faldoni e una lavagna sulla quale Lo Monaco fissa i capisaldi del suo soliloquio: la mafia, Falcone, Borsellino, libertà, giustizia, potere. Nomi propri e comuni che hanno acceso i riflettori sul fenomeno. Lo spettacolo ha un obiettivo esplicito: stimolare le domande. Lo Monaco se n’è posta una per far germogliare le altre: «Si può sconfiggere la mafia?». «Sì», è la pronta risposta. Purché la battaglia si giochi sul campo della comunicazione sociale – che gli uomini un tempo adusi a indossare la coppola e a sparare con la lupara hanno dimostrato di non gradire, replicando con diverse esecuzioni: dai magistrati agli uomini delle forze dell’ordine, senza dimenticare i civili e i giornalisti che hanno pagato il desiderio di eradicare il fenomeno mafioso rendendolo pubblico.

«Per combattere la mafia è necessario avere la percezione esatta della sua pericolosità», ricorda a fine spettacolo il procuratore Grasso, applaudito per oltre dieci minuti dal pubblico commosso. «Bisogna parlare, reagire: il silenzio è ossigeno per i sistemi criminali». Se l’indifferenza è il peso morto della storia, non resta che agire secondo la legalità: l’unica forza riconosciuta ai deboli. «Liberi tutti, liberi tutti».

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Carcano
corso di Porta Romana, 63 – Milano
martedì 8 novembre, ore 20.30

Per non morire di mafia
di Pietro Grasso
regia Alessio Pizzech
con Sebastiano Lo Monaco
versione scenica di Nicola Fano
adattamento drammaturgico Margherita Rubino
musiche Dario Arcidiacono
scene Giacomo Tringali
costumi Cristina Darold
produzione Sicilia Teatro

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