Editoriale

Romanticamente utopista o polemica di professione? Né l’una né l’altra. Persinsala vuole semplicemente rimanere una voce fuori dal coro e spiegare onestamente ai suoi lettori perché ha deciso di non fare più parte del Premio Rete Critica.

Ci sono meccanismi in un premio, qualsiasi esso sia, che fanno più o meno parte del suo statuto fondante e che lo determinano negli esiti finali. Noi di Persinsala abbiamo fatto parte di Rete Critica forse ingenuamente per alcuni anni, volutamente ignorando i succitati meccanismi – in parte perché non siamo mai stati molto interessati ai premi e in parte perché più coinvolti nel confronto con la società e gli artisti che non con l’ambiente della critica. Un atteggiamento, il nostro, che non vorremmo scambiato per snobistico ma dettato semplicemente da motivi pratici: tutti svolgiamo altre attività per sopravvivere e le energie e il tempo che possiamo dedicare al teatro devono essere intesi alle nostre priorità – informazione, dialogo, denuncia, critica onesta, impegno sul campo.
Quest’anno, però, i meccanismi di cui sopra sono diventati talmente evidenti, da trasformarsi da trama sottile in tessuto pregnante e allora abbiamo deciso di strappare il velo e spiegare perché non possiamo più fare da tappezzeria alle solite testate invitate al ballo di Rete Critica.

In primis, troviamo che la concentrazione dei posti di potere in poche mani sia sempre deleteria, ancora di più nel caso della critica e dell’informazione. Ora, che gli stessi membri di Rete Critica siano anche in giurie di altri premi ci sembra una mancanza di pluralità di opinioni e visioni critiche sinceramente grave.
In secondo luogo, l’avere assunto come valido il principio una testata/un online/un blog uguale a un voto, ci sembra un ritorno ai tempi in cui si votava per stato invece che per testa (ed è storia risaputa come finì). Un blog di un unico critico non può avere lo stesso peso di una testata o di un online che conta decine di redattori. Sia perché il primo potrà ovviamente portare un’esperienza quantitativamente e geograficamente meno determinante e sia perché la pluralità di voci di una redazione permette approfondimenti, dialoghi e, magari, anche scontri che portano a una crescita comune e all’allargamento degli orizzonti critici di tutti.

In terza istanza ci pare anche che un altro meccanismo possa dar adito a dubbi, ossia quello che il medesimo blog o spazio online possa dare più voti nella medesima categoria. Nessuno, in un Paese limpido come l’Italia, penserebbe mai a telefonate private e voti di scambio (per un premio che, oltretutto, non elargisce somme per la produzione o si impegna alla distribuzione o promozione di uno spettacolo o di una compagnia e, quindi, ha un valore meramente o soprattutto – a seconda dei punti di vista – di prestigio). Ma proprio per questo il meccanismo degli accorpamenti ci turba e, siccome ci piace dormire sonni tranquilli, preferiamo evitare il tarlo del dubbio.

Così abbiamo deciso che sia meglio per noi andarcene, certi che i nostri referenti siano sempre i lettori e, in seconda istanza, gli artisti con i quali speriamo di continuare quel dialogo onesto, basato sul rispetto per i reciproci ruoli. Restiamo forse dei Sessantottini (con tutti i limiti e le contraddizioni di quella stagione) e, vista la ricorrenza del cinquantenario di quel Maggio francese, che diede anche il via alle contestazioni dei premi in Italia, ci piace pensare che se allora si gridava: “La vie est ailleurs”, per noi di Persinsala “altrove è il teatro”.

Daniele Rizzo e Simona Frigerio

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