Ricordati di me

La Pia de’ Tolomei, spesso dimenticata, torna a far parlare di Donizetti a Lucca.

C’è la ricercatezza. C’è pure il parallelismo storico. Ci siamo noi, a questa Pia de’ Tolomei, opera rara a vedersi, presentata al Giglio di Lucca il 17 marzo – su libretto di Salvatore Cammarano.
La Pia, molto meno conosciuta rispetto ad altre opere di Donizetti, come Lucia di Lammermoor o L’Elisir d’Amore, giunge nella città del cerchio murario in un unico appuntamento, nell’edizione critica di Giorgio Pagannone. Qualche trovata registica le conferisce anche quella freschezza di cui l’arte ha sempre così bisogno, ma quasi mai riceve. Ma ne parleremo a tempo debito.
Storia languida e nera, la tragedia è incentrata sulla figura muliebre già tratteggiata dall’Alighieri nel suo Purgatorio: Pia de’ Tolomei, smarrita nelle nebbie della cronaca medievale, è la vittima di un’esecuzione d’onore, a opera, pare, del geloso coniuge. Il poeta ne sintetizzava la persona in due delicate terzine, lasciando svariati vuoti. Ed è in tali vuoti che s’incastra l’inventiva di Cammarano, che trasmuta la senese in eroina romantica, dalle cui vicende traspariva, già allora, l’anacronismo dello spirito risorgimentale. È facile scorgerlo nello sfondo della guerra guelfo-ghibellina, che contorna il dramma personale di Pia; così come lo si vede nella figura di Rodrigo, il fratello ribelle e ricercato, così vicino ai giovani patrioti dell’Unità.
È alle briglie di questi dettagli che la nuova regia sceglie di aggrapparsi, esasperandoli. E così, laddove al Medioevo si accavallava il Risorgimento, si impila la memoria dell’Italia fascista, dando adito a una matriosca storica ardita, ma che funziona. Tutto ciò si palesa prevalentemente a partire dalla scelta costumistica e scenografica. Tutto si tinge di tonalità fosche, a partire dalle architetture grevi in cui Nello e Pia si destreggiano – che, se a una prima occhiata farebbero pensare a quelle cattedrali nel deserto, quei giganti edili lasciati incompleti, nei quali s’incontrano i criminali e si sopprimono ostaggi; a un’analisi più attenta si collegano allo stile severo del Fascismo, con le sue riprese dell’architettura romana, ma in una chiave del tutto priva di anima e mostruosamente grigia. E fascista è Nello, con la sua divisa nera e il seguito dei giovani muniti di fez. Per contro, il ribelle Rodrigo diventa un chiaro richiamo al movimento partigiano, di cui riprende l’abbigliamento. Ed è su quest’ultimo, interpretato da Marina Comparato, che ci soffermeremo.
Per farlo compiremo un salto indietro, alla nascita dell’opera. Già alla sua origine, nel lontano 1836, assistiamo alla prima di una serie di bizzarrie, che rendono la Pia una creazione fuori dagli schemi. Prima di tutto il diverbio sulle parti: l’esplicita richiesta – da parte della Fenice veneziana – di un cast di prime voci femminili su scontra con l’ostinazione di Cammarano e Donizetti, del tutto intenzionati a mettere in scena la vicenda senese, nella quale vi è una sola protagonista donna. E dunque, l’espediente: il Rodrigo en travesti già al primo debutto, non senza un certo compiacimento erotico da parte dello spettatore, che può gustarsi un affetto fraterno un poco ambiguo, reso ancor più stuzzicante dal suo aspetto saffico. Carattere che non è stato represso, ma mantenuto anche nell’interpretazione del 17 marzo.
E tuttavia le stranezze non s’interrompono qui. Coloro che hanno un po’ di praticità col mondo del melodramma sapranno che l’assegnazione delle voci segue un preciso canone gerarchico, nel quale spicco ed eroismo vanno a soprano e tenore, riservando al baritono i ruoli tendenzialmente antagonistici. La Pia infrange anche questa regola, ponendo sul palcoscenico un Nello baritono e un Ghino tenore, quasi a conferire a quest’ultimo il ruolo del paladino, o meglio, dell’amante sincero; il sentimento di Nello passa, d’altro canto, per la freddezza contrattuale del matrimonio/onore. Bersagliata dalle passioni contrastanti, Pia, qui calata nei panni della gallerista che mette l’arte in salvo dalle scorribande fasciste, è in coppia con Rodrigo: è il loro amore il più degno, tanto da far scavallare il tenore al giovane partigiano, scalando i posti gerarchici canonici e mettendo le due voci femminili al primo, seguiti dal tenore, e poi dal baritono: amore fraterno, amore/passione, amore/contratto.
Nulla da eccepire sulla qualità dell’interpretazione, mentre l’analisi in chiave anacronistica si rivela una scelta vincente, che avrebbero potuto calcare anche con più ardimento. Qualche perplessità solo sulle proiezioni grafiche in overture, graziose ma fastidiose per chi era seduto troppo vicino.
Applausi. E siamo riusciti a non citare il femminicidio.

Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro del Giglio
sabato 17 marzo, ore 20.30
Lucca

Pia de’ Tolomei
tragedia lirica in due parti su libretto di Salvatore Cammarano
musica Gaetano Donizetti
edizione critica a cura di Giorgio Pagannone
edizioni Casa Ricordi, Milano
prima rappresentazione Venezia, Teatro Apollo, 18 febbraio 1837
personaggi e interpreti:
Nello della Pietra, Valdis Jansons
Pia, sua moglie, Francesca Tiburzi
Rodrigo, fratello di Pia, Marina Comparato
Ghino degli Armieri, cugino di Nello, Giulio Pelligra
Piero, solitario, Andrea Comelli
Bice, damigella di Pia, Silvia Regazzo
Lamberto, antico familiare de’ Tolomei, Claudio Mannino
Ubaldo, familiare di Nello, Giuseppe Raimondo
Il custode della Torre di Siena, Nicola Vocaturo
direttore Christopher Franklin
regia Andrea Cigni
scene Dario Gessati
costumi Tommaso Lagattolla
luci Fiammetta Baldiserri
Orchestra della Toscana
Coro Ars Lyrica
maestro del coro Marco Bargagna
nuovo allestimento del Teatro di Pisa
coproduzione Teatro di Pisa, Teatro del Giglio di Lucca, Teatro Goldoni di Livorno, in collaborazione con Spoleto Festival USA

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