L’altro da me

nuovoteatrosancarluccio-napoliMartedì 9 e mercoledì 10 dicembre, l’intimo palcoscenico del Nuovo Teatro Sancarluccio ha ospitato Piccolo e squallido carillon metropolitano, opera del giovane Davide Sacco.

Avvolti in un’atmosfera lunare, i tre protagonisti stanno immobili dando le spalle alla sala. Una cornice li separa dalla scena dell’azione, sulla quale giungeranno con movenze caute e misurate. A fare da sottofondo, la musica di un carillon ripetuta all’infinito (e alla lunga stancante). I personaggi vengono presentati uno a uno in maniera inequivocabile, anche attraverso costumi che ne comunicano subito le identità. Mimì è la piccola di casa. O meglio, ha trent’anni, ma è affetta da un disturbo mentale e di fatto agisce e parla come fosse bambina. Vestita come la statuina pomposa di un carillon, cerca costantemente attenzioni e si tiene compagnia con Fefè, un pesce rosso morto, che però per lei sta solo dormendo. Dopo la morte dei genitori, a prendersi cura di Mimì è il fratello maggiore, a cui lei si riferisce senza malizia come a «ricchione». In sottoveste e vestaglia, compare sulla scena apprestandosi da subito a truccarsi, preparandosi per il lavoro notturno che lo aspetta. Infine vi è fratello sconosciuto, colui che ha lasciato la terra natale per cercare (invano) la felicità altrove. Ritorna dopo anni di assenza per sistemare alcuni affari e l’incontro tra i tre sarà proprio il fulcro dello spettacolo. Anche il suo costume di scena parla chiaro. Indossa un soprabito che fa fatica a togliere, sebbene sia tra le mura di quella che fu casa sua e tiene stretta una valigia che simboleggia il suo essere solo di transito. Lui è lì per andare via, non ha volontà di restare e anzi mantiene le distanze. Del resto, quel fratello omosessuale non lo hai mai accettato e quella sorella mai cresciuta fatica a comprenderla. Non è a proprio agio tra i suoi cari e quella stessa giacca sembra uno schermo che lo protegge da loro, dai sentimenti dolorosi che ha sepolto in tutti quegli anni di lontananza. Un soprabito e una valigia che gli ribadiscono il sé e ciò che è altro da sé, lui e loro. E non basta il tentativo di Mimì travestito da gioco a ristabilire l’armonia. Nel mondo ancora ingenuo dei bambini dove un pesce non è morto, ma dorme, non è muto, ma parla, un gioco può ristabilire un’alleanza, ma tra adulti provati dall’esistenza non è così. Le recriminazioni, le incomprensioni e le accuse pesano troppo.
Sacco usa la storia del ricongiungimento tra fratelli e sorella per mettere in piazza tematiche importanti come l’omofobia, l’amore tra consanguinei in senso ampio, le difficoltà che incontrano coloro che sono ai margini della società, l’incomprensione che unita all’ignoranza genera lacerazione e intolleranza e, su tutto, la solitudine. Oggetto simbolo di quest’ultima è proprio Fefè, il pesce rosso, che se ne sta galleggiante nella sua piccola boccia di vetro. Siamo tutti come pesci solitari, ognuno nella sua piccola boccia, uno di fianco all’altro. Siamo milioni, ma siamo soli. Questo è il destino che ci tocca per nascita. Le nostre bocce sono vicinissime eppure non ci sfioriamo neppure. Restiamo ognuno nel nostro piccolo universo, incompresi e incapaci di comprendere. Chi sceglie di essere autentico, di essere se stesso e di non nascondersi, spesso paga uno scotto salato, come succede a fratello ricchione, che non solo porta cucito addosso questo epiteto, ma che ha anche subito la perdita dell’amore paterno e fraterno. Accusato di egoismo per aver fatto finire la famiglia sulla bocca di tutti, fa i conti da solo col suo dolore, senza però abbassare mai la testa.
Sacco, qui regista e autore, racconta una storia dura, attuale, che sa di autenticità. Il testo, sorretto da attori capaci, è semplice e scorrevole e si tiene bene alla larga da inutili orpelli. Fuga ogni incomprensione da parte del pubblico, ma lo fa evitando il fastidioso effetto spiegone, ovvero la pedanteria. Delinea bene e sin da subito i suoi personaggi e regala agli spettatori una vicenda lineare, ma non banale. Avrebbe forse potuto osare di più e compiere quel salto di cui si avverte la mancanza e che avrebbe dato invece più carattere all’intera opera. Affascinante la scenografia, candida, livida, che ricorda un luogo altèro, immacolato, ma che poi stride quando gli attori dichiarano di trovarsi in un luogo sporco, degradato e lasciato a sé.
Sacco sembra in ogni caso avere molto da dire e sembra sapere come farlo.

Lo spettacolo è andato in scena
Nuovo Teatro Sancarluccio

via San Pasquale 49, Napoli
martedì 9 e mercoledì 10 dicembre ore 21.15

Piccolo e squallido carillon metropolitano
di Davide Sacco
regia Davide Sacco
con Orazio Cerino, Giovanni Merano, Eva Sabelli
scene Luigi Sacco
costumi Silvia Tagliaferri
luci Francesco Barbera

1 commento

  1. lo spettacolo mi pare interessante, almeno nell’enunciazione del critico teatrale. Un elemento prettamente teatrale è l’entrare nella psicologia dei personaggi come in una dimensione decontestualizzata dal mondo reale.

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