I favolosi anni Settanta

Al Teatro Studio Uno di Roma in scena la storia di piombo degli anni Settanta.

When they’ve tortured and scared you for twenty odd years
Then they expect you to pick a career
When you can’t really function you’re so full of fear
A working class hero is something to be
(John Lennon)

Un ideale che si sfascia al suolo precipita con la stessa lineare immanenza di un piombo in caduta libera. Non si offrono alternative, nessuna opportunità di sospendere il moto. Il peso materiale della consistenza trascina nella discesa la volubilità delle teorie, destinate a mutare nel tempo, a sgretolarsi, come schegge di sogni infranti, nella miriade di esistenze individuali.
Il comunismo è stato una meteora che ha attraversato il cielo del nostro Paese nel secolo scorso, per poi eclissarsi. A posteriori, le lotte degli anni Settanta, gli scontri sindacali, i contrasti esplosi su terreno politico/sociale quasi appaiono come una favola, uno spazio fittizio generato da un’allucinazione collettiva che proiettava la realtà nell’utopia, uno stato di trance seguito dal ritorno del buonsenso, del concitato “serrate i ranghi” tipico del giovane quando diventa adulto, con il risultato di un mondo, oggi, come un vasto crac all’unisono.
Piombo è appunto il titolo dell’opera in cartellone al teatro Studio Uno di Roma, firmata da Andrea Liberati e Giancarlo Mastronardi R., sulla parabola dell’ideale a cavallo dei Settanta. Il riferimento è certamente al terrorismo, eppure non si indugia sulle brigate, sulle alte sfere dello Stato o sugli eventi culminanti di quegli anni, quanto sui fatti della gente comune, inevitabilmente travolta dalle circostanze violente. Come scrive De André, in sottofondo all’ingresso in sala, «anche se voi vi credete assolti siete comunque coinvolti». Così capita ai Nurdolo, quando Vladimiro, primogenito di una famiglia di operai, lui stesso lavoratore in fabbrica, viene arrestato e condannato al carcere speciale con l’accusa di banda armata per sovvertire lo stato democratico. “Miro” è un idealista, crede nella giustizia avvenire, nel sogno della condivisione, in una condizione egalitaria da raggiungere combattendo, se necessario. La punizione dello Stato per sognare la rivoluzione, quando il desiderio di cambiamento proviene dalle schiere operaie, è il furto della gioventù, la reclusione. L’arresto di Vladimiro avvia una reazione a catena che coinvolge il fratello Peppino, giovane hippy, il padre conservatore, convinto democristiano e la madre che non si cura della politica, indaffarata nella vita domestica. Tuttavia il plot, costruito sulla falsariga di La meglio gioventù di Giordana, non si limita alla prosa del racconto bensì è arricchito da parentesi più sperimentali, surreali, metaforiche, che costituiscono le parti migliori dell’intero allestimento. Ai monologhi di Miro sul processo delle idee e la coerenza della libertà sono di gran lunga preferibili il nonsense dell’allegoria comunista, scissa tra vittoria e sconfitta, tra l’impulso dalla lotta e il desiderio di rivoluzionare il mondo «solo se avanza tempo», e l’umana catena di montaggio animata da un mimo silenzioso. Il cast di dieci attori mostra un coinvolgimento partecipato e pur scendendo a compromessi (soprattutto qualcuno) con il genuino imbarazzo, di volta in volta che arriva il turno di comparire sulla scena, tutti contribuiscono con convinzione, senza nemmeno contare sulla scenografia, essenziale, costituita da pallet, cartone e sedie di legno spostate all’occorrenza, resa dinamica dal disegno luci di chiaroscuri e, ovviamente, rosso. Le vicende si intrecciano mostrando l’altro volto del marxismo, quello di chi rifiuta l’economia capitalista e qualsiasi dogma, predica la pace, abbatte i tabù sessuali e abusa di stupefacenti. E viene suggerita, mai dichiaratamente, l’operazione Blue Moon portata avanti dalla CIA, intenta a promuovere e diffondere l’utilizzo della droga per sedare la ribellione tra i giovani, sacrificando vite sull’altare del controllo, con la connivenza di servizi segreti deviati, confluiti nell’estrema destra armata di Ordine Nuovo, responsabile di stragi insensate – secondo quanto emerso dai processi. Tematiche pesanti come il piombo condensate insieme, senza pausa, cui l’elemento straniante del mimo-folletto concede sollievo, inserendo un impianto favolistico appropriato all’argomento, i misteri dell’Italia, talmente blasonati e sciupati da essere ridicoli in sé.
Interessante e piacevole, infine, il commento musicale tra il popolare e l’elettronico a firma Di Cicco e Marani.

Lo spettacolo continua:
Teatro Studio Uno
via Carlo della Rocca – Roma
fino a domenica 20 maggio
orari: da martedì a sabato ore 21.00, domenica ore 18.00 (lunedì riposo)
(durata 1 circa senza intervallo)

Piombo
di Andrea Liberati, Gianluca Mastronardi R.
regia Gianluca Mastronardi R.
aiuto regia Sara Felci, Magali Steindler
con Daria Cornacchia, Claudio “Nando” Crocco, Sara Felci, Christian Galizia, Ugo Garau, Roberto Giampieri, Sandro Luciani, Giorgio Mastronardi, Teresa Pase, Magali Steindler
musiche originali Elisama Di Cicco, Dario Marani
disegno luci Moreno Pette
costumi Alessandro Marucci
scene Calaveras

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