La vita agra

Un dongiovanni di provincia, tre donne innamorate e una società in crisi, che celebra danzando il proprio funerale: il primo capolavoro di Anton Cechov.

Che testo affascinante il Platonov di Anton Cechov. Ritrovato dal fratello Michail tra le carte del drammaturgo, dopo la sua morte, è un’opera giovanile, che potrebbe risalire agli anni 1877/78. Non ha titolo, ma anticipa un po’ quasi tutti i grandi capolavori della maturità.

C’è una grande tenuta che sarà venduta all’asta come nel Giardino dei ciliegi, un ragazzo che vuole mettere in scena un dramma (qui Amleto) come nel Gabbiano, il desiderio frustrato di fuga delle Tre Sorelle e, soprattutto, la vita agra di una società di provincia che si annoia e si crogiola nei rimpianti del proprio passato, senza rendersi conto di camminare sul ciglio di un burrone. Niente di strano che nel secolo scorso abbia tentato tanti Maestri: Giorgio Strehler con le scenografie di Luciano Damiani, Patrice Chereau e Lev Dodin che ne fece uno spettacolo indimenticabile. Ed è ancora più comprensibile che interessi un giovane regista, Marco Lorenzi e la sua compagnia, Il Mulino di Amleto. D’altra parte, maledettissimo Cechov, in qualunque testo non smette mai di parlare con noi e di noi… (anche senza bisogno di sottolinearlo con i selfie che gli attori si scambiano in scena).
Certo si tratta di un copione sterminato, lunghissimo, pieno di personaggi, quasi irrappresentabile senza un radicale restyling drammaturgico.
Marco Lorenzi con la collaborazione di Lorenzo De Iacovo interviene drasticamente, rinunciando ai molti personaggi secondari e si concentra sui primi due atti, riassumendo in poche scene gli altri.
Al centro della pièce un dongiovanni di provincia, Michail Platonov, che ha sprecato e tradito le sue aspirazioni e oggi si rassegna a vivere insegnando in una scuola elementare. L’infelice maestro ha però il fascino irresistibile degli sconfitti e tre donne gli ruotano attorno: la moglie Saša, la vedova Anna Petrovna, disposta a mandare a monte un matrimonio di convenienza che le permetterebbe di non perdere la tenuta, e l’affascinante Sof’ja, la fidanzata degli anni universitari, che ora ha sposato il suo migliore amico, Sergey. Platonov non sceglie, ma non sa rinunciare a nessuna, sconvolgendo i precari equilibri delle vite altrui e distruggendo la propria.
Marco Lorenzi si serve di una scenografia funzionale (nel palcoscenico nudo una grande vetrata girevole e praticabile, un tavolo di legno su cavalletti, sedie, bottiglie sparse sul palcoscenico) ben illuminata da Giorgio Tedesco. Sullo sfondo le riprese video di Eleonora Diana. Il pubblico è accolto un bicchierino di vodka e di tanto in tanto il regista si ricorda di far sconfinare l’azione in platea, come se lo spettatore fosse anch’egli ospite nella grande casa della vedova Anna Petrovna. La distanza temporale è abbattuta: siamo in un oggi imprecisato, si ascolta Le vent nous portera di Cantat, ma si legge il Sole 24ore e il gossip appartiene alla cronaca più recente. Le musiche sono pervasive, sostenendo ogni azione (lo stesso tecnico dei suoni è messo in scena, sulla sinistra, davanti alla sua consolle, dj di questa scombinata festa della nostra vita e interviene nello spettacolo).
Lorenzi si accosta a Cechov con la mediazione scoperta del teatro di Nekrosius, cui rimandano non solo la vivace partitura di azioni, i giochi d’acqua (vodka nella finzione), gli spruzzi in controluce, qualche elemento povero (il secchio di metallo) e, nel tentativo di far scorrere la linfa antitragica del testo, scade talvolta nello sketch.
Michele Sinisi interpreta il ruolo del titolo con convincente indolenza (e con qualche compiacimento nelle parole buttate come per caso e negli improvvisi scatti di volume). Roberta Calia esprime bene la passione e il calcolo della giovane vedova, Barbara Mazzi è la moglie infelice di Platonov, Rebecca Rossetti interpreta con delicata sensibilità il ruolo di So’fia. Vivace e sempre presente Raffaele Musella nel ruolo dell’amico fragile, ben messo a fuoco da Stefano Braschi il personaggio dell’anziano proprietario terreno.
Più efficace nella prima parte in cui si costruiscono i personaggi, il Platonov del Mulino di Amleto si perde negli sviluppi, negandosi alla conclusione tragica. Vanta comunque un momento di grande autenticità, quando in mezzo alla baldoria il Maestro incontra So’fia, un amore della sua giovinezza, e la ragazza resta ammutolita, nel vedere come l’uomo sia cambiato e come tutti i sogni del passato si siano infranti di fronte alla realtà. In quel silenzio meravigliato e incredulo, il nucleo più sincero del teatro cechoviano si schiude allo spettatore.

Lo spettacolo continua
Teatro Fontana

via Gian Antonio Boltraffio, 21 Milano
fino al 18 novembre

Platonov
Un modo come un altro per dire che la felicità è altrove
da Anton Cechov
uno spettacolo di Il Mulino di Amleto
riscrittura Marco Lorenzi, Lorenzo De Iacovo
regia Marco Lorenzi
con Michele Sinisi e con Stefano Braschi, Roberta Calia, Yuri D’Agostino, Barbara Mazzi, Raffele Musella, Rebecca Rossetti, Angelo Maria Tronca
style & visual concept Eleonora Diana
disegno luci Giorgio Tedesco
costumi Monica Di Pasquaco
Produzione Elsinor Centro di produzione teatrale, Festival delle Colline Torinesi, Torino Creazione contemporanea, TPE Teatro Piemonte Europa
con il sostegno di La Corte Ospitale – Progetto residenziale 2018
in collaborazione con Viartisti per la residenza al Parco Culturale Le Serre

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