Rendimi il nome

Debutto, alle Scuderie Granducali di Seravezza, di Pleasure for Measure – spettacolo ispirato al testo shakespeariano. Nuova produzione di If Prana, in collaborazione con l’Associazione Tema Cultura di Treviso.

A quattrocento anni dalla morte, il nuovo omaggio al Bardo è un lavoro ispirato a Measure for Measure, del quale si presenta come una sorta di sequel, partendo però da un finale ben diverso da quello del problem play (dramma problematico, ossia dramma in cui tragedia e commedia si mescolano e le grandi contraddizioni non sono risolte). Nell’antefatto di Pleasure for Measure, infatti, la novizia Isabella ha ceduto al turpe ricatto di Angelo, e si è concessa a lui in cambio della vita del fratello Claudio, che viene però ucciso – nonostante tutto.

Partendo da qui, le tre autrici – Giovanna Berti, Marta Richeldi e Caterina Simonelli (anche regista) – esplorano alcuni dei temi che informano il dramma: la giustizia, il potere, la morale, il sentire, attraverso una drammaturgia che mantiene tono e bellezza della poesia, con un testo denso e lirico. In questo modo, ci viene rivelato il mistero che siamo a noi stessi, soprattutto nel momento in cui ci scopriamo diversi da ciò che credevamo o che avremmo desiderato essere – quando rifiutiamo ciò che siamo con tutto il cuore, la mente e il corpo e vorremmo davvero essere differenti. Ci viene mostrato cosa accade quando il sentire è impedito e la scoperta di ciò che si prova è violenta, fastidiosa, incontrollata, inaspettata e insospettata. E, per questo, ingestibile.

All’interno di una cornice metateatrale, le due attrici in scena, con il simbolico atto dello svestirsi e dell’indossare i panni dei personaggi, ci introducono uno tra i temi fondanti non solo del dramma, ma anche della nostra vita: assumono su di sé i ruoli, recitando per loro stesse e per noi quelle parti – proprio come Angelo chiede alla prostituta di indossare gli abiti della vergine Isabella, fingendo di essere lei.

Dell’originale shakespeariano rimangono solo due personaggi (e mezzo, occorrerebbe puntualizzare): Lord Angelo, vicario del Duca di Vienna; e Madama Strafatta, la padrona del bordello dove, da anni, l’uomo si presenta, silenzioso, restando seduto su una sedia senza aprire bocca. Oltre a una prostituta misteriosa, che il vicario conosce da molto tempo, e con la quale il legame si rinsalda di settimana in settimana in questa complicata relazione silenziosa.

Speculari, la donna (prostituta) e l’uomo (simbolo del potere), che stanno uno di fronte all’altro. Complementari come i colori del Tao appaiono in scena: nera lei, con una macchia di bianco; bianco lui, con una macchia di nero. E niente inquieta più di quel punto nero nell’immacolato bianco della veste del Lord: segno del male che cova, segno della minaccia che incombe. A minacciare, tuttavia, non è che la scoperta del lato selvaggio, fisico e corporale del vicario, che la novizia Isabella aveva risvegliato in lui in modo violento – tanto da spingerlo a fare l’oscena proposta.

Molto diversi sono però i percorsi esistenziali dei due personaggi: Angelo scopre se stesso, il suo lato irrazionale, non docile o domato; Madama, al contrario, che vive tutti i giorni nel peccato e nella perversione dei clienti, accogliente perché disillusa, sembra suggerire una storia molto diversa, quella di una caduta irrefrenabile, senza scampo, con la perdita definitiva della propria precedente identità in favore di quella della prostituta.

Tenendo conto del mistero e dell’ambiguità del personaggio di Madama Strafatta (costruita in tal modo per scelta dichiarata delle autrici), la storia di questa caduta e della perdita dell’identità, fa riflettere sulla grande ingiustizia che ancora incombe sul destino di molte donne – in scena e fuori. Perché, se Angelo si riscopre umano nella sua complessità e gli è data la possibilità di compiere un percorso di esplorazione del sé, delle sue contraddizioni e necessità, per la donna che cade nel peccato, perdendo l’identità precostituita della vergine, non vi è percorso di scoperta di lati pulsionali o passionali, né esplorazione di sé. A lei non è concessa la possibilità (o l’autorizzazione) di ritrovare il proprio autentico sentire, dato che non risiede un essere umano complesso dentro di lei, ma solo la contrapposizione all’interno della vetusta, doppia identità sociale: vergine/moglie/madre o puttana.

Di questo denso e affascinante Pleasure For Measure non si possono però tacere due problemi che sembrano gravare sulla messinscena. Da un lato, la scelta di distorcere la voce di Lord Angelo, che non riesce però a trasformarlo in un freddo e robotico vendicatore della moralità, per cui la distorsione rimane un espediente tecnico non necessario (e talvolta anche fastidioso); dall’altro, le interpretazioni delle due attrici, francamente non all’altezza delle intenzioni.

Lo spettacolo è andato in scena:
Scuderie Granducali
via del Palazzo, 124 – Seravezza (LU)

Pleasure for Measure
ispirato a Misura per misura di William Shakespeare

drammaturgia Giovanna Berti, Marta Richeldi e Caterina Simonelli

regia Caterina Simonelli

con Giulia Pelliciari e Marta Richeldi

ufficio stampa, promozione e distribuzione Mariacristina Bertacca

organizzazione Francesca Giannini

produzione IF Prana/Tema Cultura

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