Il Porcile fin troppo pulito di Binasco

metastasio-pratoUno spettacolo borghese per un’opera anti-borghese. Il Metastasio di Prato ospita la nuova produzione teatrale diretta da Valerio Binasco, tratta da una delle opere più feroci di Pier Paolo Pasolini.

Il regista Valerio Binasco ha ammesso che Pier Paolo Pasolini non avrebbe apprezzato la sua versione di Porcile. Troppo umanizzata, empatica con i personaggi e, a sua detta, borghese. Il controverso spettacolo ha debuttato al Teatro Metastasio di Prato giovedì 5 novembre – con repliche dal doppio cast fino a domenica 15.

Addentrarsi nell’opera di uno degli scrittori e artisti più odiati e, allo stesso tempo, amati da critica e pubblico, è un’operazione ad alto rischio. Porcile, pièce teatrale del 1966, divenuta film nel 1969, è inoltre una delle più scabrose e giocate su una scrittura mistica, luminosa – sfregiata da un sotto-testo volutamente raccapricciante. Il paragone tra il Julien dello spettacolo di Binasco, l’attore Francesco Borchi, e Jean-Pierre Léaud (scelto da Pasolini per l’opera cinematografica), sorge spontaneo. Ricordare l’ambiguità soffocata di Léaud, invischiata nel suo sguardo immobile e tuttavia languido – quasi fangoso – significa non riuscire ad apprezzare pienamente l’interpretazione di Borchi.

Non solo. Tanti sono i punti deboli della versione teatrale 2015. La società di “porci” – industriali, ex nazisti, accecati di potere – impersonata dal Padre e la Madre, non emerge come dovrebbe. La classe dirigente tedesca degli anni 60, divenuta ricca producendo “bottoni, prosciutti e bombe”, è tratteggiata qui con toni arlecchineschi – come da intento dichiarato: Binasco guarda a questa famiglia perversa con un occhio di riguardo, di tenerezza. Julien, apatico rampollo e futuro erede, non si riconosce negli ideali pacifisti di Ida, di lui innamorata ma ignorata, derisa, sbeffeggiata; e nemmeno nel capitalismo guerrafondaio dei genitori. Non si ribella e non si adegua, ma si nutre di un senso di colpa che gli provoca contemporaneamente dolore e piacere. All’impegno politico, l’amore, la carriera, l’alta finanza lui non aspira: preferisce appartarsi ogni giorno nel porcile dei contadini che lavorano per il Padre. E accoppiarsi con i maiali. Unica azione, questa, che lo restituisce alla vita. Finché non verrà divorato, nel finale, dai porci stessi, che non lasceranno di lui nemmeno una suola di scarpa, o una ciocca di capelli.

Riflettere sulla trama, il simbolismo, i suoi significati metaforici è come guardare dentro un abisso. Sensazione sgradevole, terrorizzante, che Pasolini cerca, ricrea, provoca: che non è stata contemplata in questa versione. Eppure gli spunti sono innumerevoli. Il personaggio Herdhitze (bene interpretato da Fulvio Cauteruccio, se non fosse per l’accento italo-americano, a nostro avviso una forzatura), complice di Hitler nel Terzo Reich; un assassino che ha costruito una fortuna strappando i denti d’oro dalle bocche degli ebrei, morti nei campi di concentramento. Gli stessi genitori, che danno il via a una fusione finanziaria con Herdhitze, dopo che quest’ultimo li ha ricattati con la storia di Julien nel porcile – ricattati, certo, ma ben propensi a fare affari con chiunque, e pronti a seppellire il segreto del figlio, senza cercare di aiutarlo.

Come in un quadro di Georg Grosz (citato nel testo originale), il contrasto avrebbe potuto aggiungere uno sguardo più profondo allo spettacolo. Quello tra il marcio borghese e la disperazione di una nuova generazione, che non si rispecchia negli ideali dei padri, ma non sa come reagire a una morbosità piena di impotenza e disgusto verso se stessi. La tensione raggiunge finalmente una vetta alta ed esasperata – come una corda di violino tirata che sta per spezzarsi – nell’ultima scena. Quando Herdhitze ascolta da un contadino il segreto, la confessione, la morte di Julien. Ma ordina di non dire niente a nessuno, proprio niente a nessuno. Per poi alzarsi e, con un passo di danza, tornare al party in suo onore. Momento dove il dramma interiore e la satira sociale finalmente diventano complici del teatro.

Lo spettacolo continua:
Teatro Metastasio
via B. Cairoli, 59 – Prato
fino a domenica 15 novembre, ore 21.00

Porcile
di Pier Paolo Pasolini
regia Valerio Binasco
scene Lorenzo Banci
costumi Sandra Cardini
musiche Arturo Annecchino
luci Roberto Innocenti
con Mauro Malinverno, Alvia Reale/Valentina Banci, Francesco Borchi, Elisa Cecilia Langone, Franco Ravera, Fulvio Cauteruccio, Fabio Mascagni e Pietro d’Elia
produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana e Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia con la collaborazione di Spoleto Festival dei 2 Mondi
per i 40 anni dalla morte di Pasolini

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