tertulliano-teatro-milano1Una donna combatte contro la malattia e la perdita di sé. Preghiera. Un atto osceno affronta un tema perturbante, portato in scena da Margherita Ortolani e Vito Bartucca con grande tensione corporea e con il linguaggio spezzato del disturbo.

Se l’ospedale è il teatro dell’osceno
di Anna Maria D’Urso

Irrompono sul palcoscenico gridando, lottano con violenza. Un corpo a corpo, un confronto a due voci, quello tra la paziente e il suo medico-aguzzino, che ritmano l’intera durata dello spettacolo. Sulla scena un corpo sano (Vito Bartucca), un corpo malato (Margherita Ortolani), un corpo di plastica che soddisfa pulsioni erotiche maschili incapaci di comunicare, di godere se non con un surrogato di donna.
Ma l’atto osceno del titolo è altro, è l’oscena cronicità della malattia, i sintomi che si radicano nel cuore, nel cervello e nel tempo, senza rimedio.
Osceno è perdere totalmente il controllo del corpo, sopportare cure, aghi infilzati nelle vene, sapendo che forse saranno inutili.
Osceno è il rito ipocrita della preghiera.

In quest’universo claustrofobico in cui il corpo si trasforma in pezzi che non funzionano, Margherita Ortolani usa una lingua del disturbo frammentata e notevole tensione corporea per mettere in scena la lotta contro la malattia e la resistenza alla perdita di sé: «Si fa l’abitudine a tutto e in quel momento ci siamo persi». Una materia incandescente, perturbante. Morire, in una società consumistica basata sulla rimozione della morte, ci pone domande scomode sulla libertà di scelta.

La protagonista è messa in gabbia dal dottore, scappa dalla prigione della sua malattia, è nuovamente rinchiusa. Cammina in equilibrio su una lama di luce.
Vince o perde la sua lotta? Resta l’oscenità della cronicità del male che diventa stato mentale, stato vitale.
Che fare? Una risposta ce la dava Italo Svevo: “E perché voler curare la nostra malattia? Davvero dobbiamo togliere all’umanità quello ch’essa ha di meglio?”.

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Sento quello che non vedi
di Serena Cirini

È un piacere vedere la sala dello Spazio Tertulliano piena di pubblico. A riuscire nell’impresa di riunire tanti spettatori è la prima milanese di Preghiera. Un atto osceno, primo appuntamento della rassegna Contagio e in cartellone fino a domenica 17 novembre.

Si può raccontare la malattia a teatro? Margherita Ortolani, nella doppia veste di autrice e interprete, affida la sua risposta a questo spettacolo. È alle sue sensazioni fisiche che l’attrice delega questo difficile compito. Attraverso un flusso continuo di dati sensoriali, si cerca di delineare le tappe del viaggio che un’anima compie verso la propria sopravvivenza. Come nel Journal d’un corps di Daniel Pennac, la narrazione prende vita da un resoconto rigoroso e quasi scientifico di alcune sensazioni fisiche: «L’emozione è un sistema d’emergenza». Il tempo del dolore si affianca a quello del sollievo, la paura della morte si scontra con la volontà di continuare a sperare e la sofferenza si trasforma nello spunto per una ricerca spirituale. In Preghiera, la storia della medicina s’intreccia al tema del diritto alla morte e a una riflessione sulla fede religiosa.
Lo stile dell’interpretazione è decisamente corporeo. L’esile fisico della Ortolani è continuamente trascinato, preso con forza e spinto da una parte all’altra parte del palco. La gabbia metallica, elemento dominante della scenografia, diventa lo strumento per innumerevoli contorsioni. Vito Bartucca, nei panni del medico, è a sua volta schiaffeggiato ripetutamente. I due attori superano la prova fisica a pieni voti e, con i loro movimenti, riescono a ricreare un’elevata tensione emotiva che coinvolge il pubblico. Le parti recitate, d’altra parte, risultano forse meno efficaci e a volte ricorre alle urla nel tentativo di raccontare il disagio, correndo il rischio di banalizzarlo. Quando il tono di voce si abbassa, invece, lo spettacolo lascia trasparire tutta la sua struggente complessità.
Uno dei passaggi più toccanti e meglio riusciti della performance è sicuramente quello in cui si accenna alla storia di una giovane ragazza che si chiama Martina. Senza ricorrere a immagini retoriche e senza cedere alla tentazione di facili sentimentalismi, la malattia è decritta nella sua crudele assurdità. In altri momenti, più graffianti e taglienti, il corpo si è usato come strumento di provocazione: «Se mi piantassi un coltello nel cuore, voi sareste soddisfatti?».
Preghiera. Un atto osceno è l’ultima produzione realizzata all’interno del Teatro Garibaldi Aperto di Palermo che, dopo anni di vergognosa incuria e cattiva gestione, il 13 aprile del 2012 è stato occupato dai lavoratori che l’hanno restituito simbolicamente alla città.

Lo spettacolo continua
Spazio Tertulliano

Via Tertulliano 68, Milano
fino al 17 novembre
orario: da mercoledì a sabato ore 21, domenica ore 16.30

PREGHIERA. Un atto osceno
di Margherita Ortolani
regia di Giuseppe Isgrò
drammaturgia Francesca Marianna Consonni
con Margherita Ortolani, Vito Bartucca
scene Igor Scalisi Palminteri
costumi Vito Bartucca
voci registrate Elena Russo Arman, Tito Lombardo
luci e immagine Giuseppe Isgrò
assistente alla regia Piero Cosentino
durata 60′
Produzione Phoebe Zeitgeist (Milano) e Teatro Garibaldi Aperto (Palermo)

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