Il portiere di notte torna a casa

Al Teatro i il testo di Thomas Bernhard, Prima della pensione, mostra il quotidiano orrore e il fascino morboso di divisa, stivali e croce uncinata.

Indubbiamente il nazismo esercita ancora oggi un fascino decadente e malsano. Non si può accendere la televisione a qualsiasi ora senza inciampare in un documentario storico, un’intervista, un film o una serie tv che non tratti il tema. E sebbene l’intento si professi pedagogico-educativo, l’esito spesso è quello di mostrare giovani adoni biondi che portano un soprabito gettato con nonchalance sulle spalle, calzando stivaloni lucidi – mentre l’Europa s’infiamma di ardore antisemitico, xenofobo, omofobo, anticomunista (tutti sentimenti tuttora largamente condivisi: basti pensare ai plausi quando si cacciano i rom da un quartiere o da un Paese civile come la Francia, qualche ragazzo gay che si bacia a Roma, la capitale dell’amore – ma rigorosamente etero – è denunciato per oltraggio al pudore, o i migranti sono rispediti “a casa loro”).
Il fascino morboso per la croce uncinata, che già nel ’74 Liliana Cavani aveva il coraggio di mostrare in Il portiere di notte, con un ambiguo Dirk Bogarde, seducente e perverso, non ha smesso di esercitarsi in forme e modi che sfuggono alla comprensione razionale. E quello stesso fascinoso male, nella medesima, ambigua, decadente Felix Austria (patria di Bernhard e palcoscenico dei giochi sado-masochisti di Cavani), si fa finalmente piccolo e intimo, squallidamente quotidiano, nella raggelante messinscena firmata da Renzo Martinelli per Teatro i.
Come mosche che cerchino di fuggire da un barattolo di vetro, come farfalle infilzate nella teca di cristallo, i tre personaggi di Prima della pensione si dibattono tra le pareti domestiche in plexiglass che li dividono per sempre dal pubblico in sala – il quale può dirsi innocente spettatore – e li mostrano, al contempo, a quello stesso pubblico – testimone, complice, voyeur – tra vicende di quotidiana perversione come si vivono in qualunque famiglia Mulino Bianco.
Lo squallore del male è raggelante e raggelato, perfetta quindi la scelta di Martinelli e altrettanto calzante l’ambientazione decadente e polverosa, il gioco di specchi che rimanda alla molteplicità di sfaccettature dell’animo umano – perché lo spettatore sa di potersi riconoscere in quell’immagine che gli rimanda il suo stesso orrore – e l’interpretazione espressionista di Michelangelo Dalisi e Federica Fracassi – volutamente sopra le righe, falsa come la coscienza di una comunità che finge di essersi epurata ma aspira a quel ritorno all’ordine che potrebbe, solo, ridarle la sicurezza perduta.
Convince meno Irene Valota (nel ruolo di Carla) che conserva una qualità fanciullesca e, quindi, una purezza che ben si coniugano con le sue capacità espressive e la scelta costumistica, ma che non riesce a trasmettere quella fascinazione perversa per il fratello, per la sua gioventù perduta – insieme all’uso della gambe – e per la bellezza, alla quale nemmeno lei può sottrarsi. Perché il male ha un suo fascino che è inutile negare: fa parte della nostra stessa natura, e solo guardandolo negli occhi e riconoscendone la forza, si può almeno affrontarlo.

Lo spettacolo continua:
Teatro i
via Gaudenzio Ferrari, 11 – Milano
fino a domenica 27 novembre
orari: da lunedì a sabato, ore 20.00 – domenica ore 16.00 (martedì riposo)
Prima della pensione
di Thomas Bernhard
traduzione Roberto Menin
progetto e regia di Renzo Martinelli
con Michelangelo Dalisi (Rudolf Höller), Irene Valota (Carla), Federica Fracassi (Vera), Francesca Garolla (Olga)

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