Svicolante mente

I molteplici piani del reale in un condominio di personalità che coesistono insieme una vita, senza che una sia più vera dell’altra…

A entrare in scena è un’anziana signora dalle belle maniere, abbigliata sobriamente di nero. Pencola fino alla poltrona imbottita e si siede stando bene attenta alla distribuzione dei pesi come a ogni flessione degli arti, in un’età in cui le ossa non collaborano pur volendo. Candida chioma, occhiali scuri e tondi. La sua severità post-bellica impone rispetto in chi la osserva, un pubblico silenzioso e in attesa. L’atmosfera si riempie di Puccini, «Vissi d’arte, vissi d’amore». Sembra una musica scelta a caso, mentre l’anonima dama annusa voluttuosamente un barattolo di Coccoina, invece non lo è. Nemmeno il suo anonimato è casuale, ma lo capiremo poi. Lo sguardo indecifrabile in perpetuo mutamento (perso fino a ispirare dolcezza, arcigno da suscitare timore) si spiega in una semplice parola: schizofrenia. Non si ricorda come sia arrivata, né perché, ma neppure ha tanta importanza in una stagione della vita in cui il tempo è un album confuso di ricordi veri o presunti in attesa del trapasso. Trovandosi però occhi negli occhi con il pubblico in sala, propone di raccontare la sua vita. Si fa presto però a intuire che la questione è complicata. Continue incertezze, ritrattazioni, chiose intime e commenti caustici, rendono ardua la narrazione. Inevitabilmente si accende il nostro bisogno di romanticismo e costruiamo con le informazioni spezzettate una vita ai tempi della guerra, vedovanze, dolori e soddisfazioni, mescolate ai desideri mai sopiti, all’ironia rampicante, ma di fatto assistiamo a un monologo che è un parlarsi addosso, tra sé e sé e sé e sé, all’infinito. «Il ronzio, la marmaglia», la chiama lei, un vociare costante dentro la sua mente, presumibilmente un parlamento all’italiana dove le identità si prenderanno pure a botte e il plebiscito voterà per mettere «tra parentesi l’Io». Sarah Pesca come un tecnocrate interpreta con estremo mimetismo insieme l’età e il disturbo psichico, riuscendo ad attrarre empatia laddove appaiono tic e difficoltà. Ma il testo firmato da Mario Jorio non è semplicemente una prova di stile, mostra infatti la profonda esperienza teatrale dell’autore e tutto il piacere di lavorare e divertirsi con i suoi meccanismi. Prima ero schizofrenica… ora siamo guarite (azzeccato fin dal titolo) sovverte il canone, mettendo in discussione i piani della realtà e della percezione. I tre cambi di personalità di Pesce sono altrettanti trucchi per confondere gli spettatori, i quali si rendono conto troppo tardi che tutto è cominciato dalla fine. Sempre che ci sia un tutto che è mai cominciato. Il senso di incertezza è certamente parente al teatro dell’assurdo, ma questo ultimo allestimento del Teatro della Tosse rivela un nuovo strutturato senso di autoironia a dir poco affascinante, come ammirevole è l’audacia di un finale più che aperto. A decidere il confine tra eccessiva pretesa e brillante ingegno sarà certamente il gusto. Di fatto, però, opere di questo tipo mostrano che il teatro non dorme, basta saperlo cercare.
Due parole sulla rassegna, Parabole fra i sanpietrini, che tra degustazioni di vino a sorpresa, filmati divertenti e pubblico di curiosi è riuscito a creare al Forte Fanfulla di Roma un’atmosfera decisamente positiva.

Lo spettacolo continua:
Forte Fanfulla
via Fanfulla da Lodi, 5 – Roma
fino a sabato 9 marzo, ore 22.00
(durata 50 minuti circa senza intervallo)

Teatro della Tosse presenta
Prima ero schizofrenica… ora siamo guarite
di Mario Jorio
con Sarah Pesca

Parabole fra i sanpietrini – “C’è bisogno”
Festival di Teatro da Roma in fuori II Edizione
fino a sabato 25 maggio
http://parabolefraisanpietrini.blogspot.it/

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