Frammenti di un discorso amoroso

olimpico-ok-webAngelica Liddell inaugura il 68° ciclo degli Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza con una tormentata liturgia della sofferenza d’amore.

Antonin Artaud ed Hermann Nitsch, Ian Fabre e Rodrigo Garcìa, George Bataille e Pier Paolo Pasolini, ma anche Hildegard von Bingen e San Paolo sono i nomi che ricorrono per spiegare il teatro di Angelica Liddell, oggi una presenza costante nei principali festival europei. In Italia nel 2013 ha vinto il Leone d’argento della Biennale Teatro di Venezia. Spagnola di Figueras (come Salvator Dalì), mistica e sacrilega, ritrosa e impudica, è destinata a suscitare scandalo proprio perché le sue creazioni non lasciano indifferente lo spettatore. Prima lettera di San Paolo ai Corinzi. Cantata BWV 4, Christ lag in Todesbanden. Oh, Charles! (terzo pannello del Ciclo delle Resurrezioni, preceduto da You Are my Destiny e Tandy) ha inaugurato il 68° ciclo degli Spettacoli Classici, diretto da Emma Dante e intitolato I fiori dell’Olimpo, suscitando polemiche a non finire, denunce e persino qualche veglia di preghiera di cattolici integralisti. Ma come è accaduto per lo spettacolo di Romeo Castellucci Sul concetto di volto nel figlio di Dio, si tratta ancora una volta di un fraintendimento (generato, è il caso di dirlo, dalla mala fede).
Il teatro di Angelica Liddell, che al secolo fa Gonzàlez (il nome d’arte deriva dalla bambina che ha ispirato a Lewis Carroll il personaggio di Alice) nasce infatti da un autentico grumo di sofferenza, non risolto. E se l’artista catalana cerca di razionalizzare questo materiale con una fitta rielaborazione intellettuale, la sua aspirazione è quella di sciogliere il grumo nella musica e in un ritmo che vuole essere dionisiaco. E questo nella società contemporanea può accadere solo su un palcoscenico teatrale, il luogo in cui ancora sopravvive quel sacrum che si identifica con la natura profonda dell’umano.
Con sensibilità barocca e melodrammatica, Angelica Liddell si comporta come Gian Lorenzo Bernini nella rappresentazione della Transverberazione di Santa Teresa che si ammira nella cappella Cornaro della chiesa Santa Maria della Vittoria di Roma, ma invertendone il senso: l’estasi religiosa è lì rappresentata con la fisicità di un orgasmo, qui l’eros è tutt’uno con l’esperienza mistica: l’amato è un dio da adorare (e infatti il corpo nudo di Sindo Puche è colorato in oro) e l’amore è una forza violenta che ci sradica da noi stessi, più forte di qualsiasi ragione.
Lo scandalo non è certo nel racconto di una masturbazione o nei nudi degli attori e neppure nella scena sgradevole del vero prelievo di sangue cui è sottoposto l’attore, quanto nella rappresentazione compiaciuta di una condizione di masochistica subordinazione e nell’accettazione dello scacco della ragione. Come la protagonista femminile delle Onde del destino di Lars von Trier, la Maddalena di Angelica Liddell identifica l’amore in una umiliante sottomissione. Paradossalmente potremmo dire che non avrebbero dovuto protestare gli integralisti cattolici, quanto femministe e razionalisti, che fortunatamente hanno però altro da fare.
Lo spettacolo ruota attorno alla figura della Maddalena evangelica che quando desidera abbracciare il Cristo risorto, l’oggetto supremo del suo amore, riceve queste dure parole: “Noli me tangere” ed è composto da tre lettere. La prima è quella che la giovane Märta invia a Thomas, il pastore che ha perso la fede nel film Luci d’inverno di Ingmar Bergman (ma nell’edizione vicentina è ridotta a una rapida citazione). La seconda è quella che la Regina del Calvario indirizza al Grande Amante ed è un testo intenso e disperato composto dalla stessa Liddell. La terza è la celebre Lettera che San Paolo indirizza agli abitanti di Corinto, la città del denaro e della lussuria, in cui profetizza la resurrezione dei giusti grazie al potere dell’amore (la caritas) ed è rivolta alla società contemporanea anestetizzata e anaffettiva che ha disimparato il significato di quella parola dalla forza violenta e dirompente. E se il Charles del titolo è Manson, “un grande simbolo della necessità del male” (la sua immagine è presente all’inizio nelle prime scene e ritorna nel finale), la Cantata pasquale numero 4 di Bach, di commovente bellezza, Christ lag in Todesbanden (Cristo giaceva nelle bende della morte) sintetizza efficacemente i due temi principali dello spettacolo, la morte e la resurrezione, che convivono nell’esperienza d’amore.
La Liddell riempie tutto il proscenio del Teatro Olimpico con un raso rosso sangue che invade anche l’orchestra, dove colloca anche una riproduzione della Venere di Urbino di Tiziano (l’immagine, negli altri teatri, faceva invece da fondale). Lungo lo spazio sono disseminati i legni della Croce, che gli attori trasportano faticosamente nello spazio.
Lo spettacolo ha una struttura tripartita (la Liddell ha una sorta di ossessione medievale per il numero: tre sezioni, tre lettere, un titolo che si articola in tre elementi): la prima è una sequenza muta che imposta i temi principali del percorso iniziatico (la coppia, il sangue, il delirio masochista), la seconda è un monologo molto statico della stessa Liddell: enfatica, poco ironica, ma sconvolgente per la sofferenza straziante che traspare dietro ogni parola, dietro ogni gesto; nella terza cinque Maddalene nude, col capo rasato, portano il cranio di una cerva e celebrano un rituale di sottomissione all’uomo amato.
Anche se la realizzazione di questo cerimoniale della sofferenza è discontinua e talvolta un po’ retorica, il teatro di Angelica Liddell ha però un pregio raro nella scena contemporanea: vibra di autentica passione.
Sentiremo ancora parlare di lei…

Lo spettacolo è andato in scena
Teatro Olimpico
Piazza Matteotti 11, Vicenza
Il 18 e 19 settembre 2015

Prima lettera di San Paolo ai Corinzi. Cantata BWV 4, Christ lag in Todesbanden. Oh, Charles!
testo, regia, scenografia e costumi di Angelica Liddell
luci di Carlos Marquerie
suono di Antonio Navarro
con Angelica Liddell e Sindo Puche (in alternanza con Ugo Giacomazzi), Sonia Noya, Yaya, Carine Baillod, Emmanuelle Marie Depasse, Murielle Tenger
Una coproduzione con Théâtre Vidy-Lausanne, Odéon-Théâtre de l’Europe, Festival d’Automne à Paris, 68° Ciclo di Spettacoli Classici al Teatro Olimpico di Vicenza – Comune di Vicenza – Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza, La Bâtie-Festival de Genève, Künstlerhaus Mousonturm, Bonlieu Scène nationale Annecy
con il sostegno di Comunidad de Madrid and Ministerio de Educación, Cultura y Deporte – INAEM

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