Castrovillari, 2 giugno 2013

primaveradeiteatriL’ultima giornata inizia con l’improbabile, demenziale, coprolalico Big Biggi One Man Show, della compagnia spezina Gli scarti.

Dopo una goliardica autopresentazione dello sfigato Biggi (“Riesco a soffrire contemporaneamente di stitichezza e dissenteria”), parte una serie infinita di scoregge, e fra gli spettatori comincia a serpeggiare una certa insofferenza. L’uno dopo l’altro, i più qualificati esponenti del ben rappresentato gotha critico italiano escono dalla sala. Ma the show – e le scoregge – must go on: a occhio, una decina di minuti, mentre in scena continua a non succedere nient’altro, e altri spettatori defluiscono. Detto così, ci sarebbe da domandarsi come sia saltato in mente alla direzione artistica di inserire una simile esibizione in Primavera dei Teatri. Ma chi ha avuto la costanza di fermarsi (per principio, rimango sempre in sala, per sapere chi è l’assassino – anche qualora mi coglie il ragionevole sospetto che lo sia l’autore, o il regista), ha avuto modo di verificare, in Simone Biggi, un certo talentaccio. Certo, quello degli Scarti, è un modo urticante di far teatro ma, pensando a una loro Serva padrona e, specialmente a uno strampalato, divertente Ubu Rex, visti negli anni passati, non privo di coerenza e meritevole di una qualche attenzione.
Con Lo splendore dei supplizi, la compagnia Fibre parallele ha proposto in anteprima l’ultima sua creazione. In scena Licia Lanera e Riccardo Spagnulo, qui particolarmente efficace nel tratteggio dei diversi personaggi di una grottesca tetralogia, che parla di una coppia in crisi, di un giocatore compulsivo e onanista, di un anziano razzista e sporcaccione (interpretato da Licia, mentre Riccardo è la sua maltrattata badante rumena), della vendetta operaia su un incolpevole vegano (Mino Decataldo, il boia delle precedenti storie). Se il titolo e la cornice appaiono un po’ pretestuosi, il talento esuberante della giovane e ormai affermata compagnia pugliese si conferma appieno in queste loro ulteriori variazioni su una poetica originale e consolidata.
Primavera dei Teatri si è chiusa con l’edizione definitiva, dopo lo studio proposto lo scorso anno e la tournée in varie piazze del nord, di Morir sì giovane e in andropausa, prodotto da Scena Verticale. Credo si possa a buon diritto inserire lo spettacolo nella nobile tradizione, anche italiana, del cabaret, inteso come satira politica e sociale affidata alla parola e alla musica. Il tema, come suggerisce il titolo, è la dilatazione semantica subita dalla parola “giovane”, esplorata con intelligente ironia, mediante un gioco di rimandi fra battute e musica, dove la Omissis Mini Orchestra, in controluce su un fondale rosso, ha una rilevanza scenica non inferiore a quella dell’ammiccante Dario De Luca che, oltre al già sperimentato talento drammaturgico, registico e attorale, sfodera qui inattese qualità canore nelle canzoni di Giuseppe Vincenzi, alcune originali, altre in forma di parodia, come l’accattivante, amara  Hasta la vista, sinistra.
E così si chiude anche la XIV edizione di Primavera dei Teatri, che riconferma il suo ruolo di punto d’incontro, di testimonianza e resistenza di una realtà teatrale italiana, ancora variegata e vitale, malgrado l’avvilente stagnamento delle politiche culturali di chi dovrebbe governarci.
Concluderei questo breve ciclo di corrispondenze citando un altro luogo importante del dopo teatro: la “Sartoria”. Il nome trae origine da una vecchia insegna, recuperata non si sa dove, che fa mostra di sé accanto alla porta del basso fondaco che la ospita. Come si legge su un manifesto è un “non-luogo a procedere”, ove si fa “tessuto territoriale”, si cuciono le relazioni personali e dei luoghi. E, in effetti, qui l’osmosi fra la gente di Castrovillari e i forestieri è più facile e immediata. Vi si può gustare un bicchiere di vino, assaggiare pietanze calabre, spesso portate dagli stessi avventori ma, specialmente, guardarsi attorno e scambiare due chiacchiere. Un gruppo di giovani intellettuali del posto sta discutendo gli spettacoli visti con l’inviato di un importante quotidiano nazionale; una ragazza dall’aria acqua e sapone mi si avvicina per chiedermi come si diventa critici teatrali. L’ora è tarda e, dopo un ultimo bicchiere di vino, mi accompagna verso casa e, cammin facendo, cerco di spiegarle che non credo esista alcuna strada maestra per quel mestiere, ma solo qualche direzione possibile.
In lontananza compare Mario, il matto. Una leggenda metropolitana sostiene che la testa gli sia scoppiata dopo la seconda laurea, per il gran studiare. Lo conoscono tutti, e a tutti, bighellonando nei sonnacchiosi, assolati pomeriggi di Castrovillari, lui chiede un bacio, o cento lire.

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