Quando le spintarelle gettano in un baratro

Bruno Fornasari firma la regia di Push-up, testo del tedesco Schimmelpfenning che tratta, senza mezze misure, l’inumanità dei rapporti lavorativi ad alti livelli.

Che il mondo dell’alta finanza sia dominato da squali, arrivisti pronti a tutto e cinici businness-men è cosa ormai nota, ma che questi personaggi possano anche avere delle debolezze, dei punti fragili non sempre è mostrato dal cinema o dal teatro. Questa volta, il giovane drammaturgo di punta del teatro tedesco, Roland Schimmelpfenning, rappresenta il lato debole di chi è sempre costretto a dare il meglio di sé, a essere a 1000 perché la concorrenza è numerosa e spietata.

Ci troviamo in un’azienda anonima, che – come tante altre – possiede un palazzo di 16 piani, ha un proprio slogan e punta su una pubblicità d’impatto – ma non ci è dato sapere di che cosa esattamente si occupi. Sappiamo solo che tutti aspirano al posto d’onore nella nuova sede dell’azienda, a New Delhi.

A rendere universale la struttura drammaturgica, una scenografia abile nel ricreare uno spazio minimal e luminoso, simile – presumibilmente – a tutti i grattacieli di imprese importanti che possono permettersi pareti fatte interamente di vetro che si affacciano sullo skyline – forse a dare un senso apparente di dominio su tutto quanto scorre al di sotto. Sulla parete luminosa che fa da sfondo, in particolare, onnipresenti le varie inquadrature delle telecamere di sicurezza che non danno tregua alla privacy dei dipendenti nemmeno negli spogliatoi.

Restituisce bene la monotonia e l’alienazione della vita d’uffico in una realtà così competitiva, una struttura del testo ciclica nella sua cornice estriore, ma surrealisticamente frammentaria al suo interno: quasi come in una tragedia antica in tre atti, nella prima parte vediamo due donne che si sfidano a colpi di battute serrate, acide, confrontandosi apparentemente su un piano lavorativo ma sviscerando questioni emotive e personali che, al di là dell’apparente odio reciproco, le scopre molto più vicine di quanto credano. In questo è davvero lodevole l’energia recitativa e la forza fisica di Emanuela Villagrossi e Vanessa Korn che, soprattutto a livello gestuale, sanno rendere perfettamente la rigidità di due donne sole e frustrate ma, allo stesso tempo, ancorate al suolo come piombi – per non piegarsi mai di fronte a chi cerchi d’intralciare la loro scalata al successo.

Nella seconda parte, ancora una volta, una divergenza lavorativa porta a confrontarsi umanamente tra loro Patrizia (Marta Belloni) e Robert (Tommaso Amadio) – con una questione sentimentale in sospeso. Qui, purtroppo – e nonostante la bravura indiscussa dei due attori – la tensione anziché salire si abbassa, forse perché i personaggi indugiano troppo nel monologo interiore rivolto allo spettatore e, nei pochi momenti di dialogo, ritornano sempre sulle stesse parole, sui medesimi concetti – quasi a suggerire che il muro creato dal loro orgoglio è invalicabile, sia lavorativamente che umanamente.

Infine, strappano nuovamente la scena l’energia e l’ironia dei personaggi interpetati da Michele Maccagno (Heinrich) e Michele di Giacomo (Frank). Dopo il dominio del dialogo serrato e l’indiscussa prevalenza del monologo, arriviamo quasi al teatro dell’assurdo: i due (che rappresentano, l’uno, l’esito futuro dell’altro) dialogano solo apparentemente – continuando ognuno a seguire la propria linea di pensiero – e provano a confrontarsi davvero solo nel finale, quando l’argomento scottante della promozione ribalta le carte in tavola rispetto alle loro aspettative e li mette di fronte alla realtà: per quanto ognuno cerchi di essere speciale e migliore degli altri, si finisce tutti per essere ugualmente schiavi di un sistema umiliante.

A fare da cornice a questo contesto ansiogeno, le figure dei due guardiani del palazzo – in apertura e in chiusura del testo: unici personaggi veramente umani, normali, che quasi come un coro antico a una voce sola, ci permettono di guardare e giudicare dall’esterno i paradossi e le contraddizioni di coloro che, da dentro, non riescono più a vedere il lato umano delle cose.

Cicliche, infine, anche le strutture dei dialoghi all’interno dei tre “atti”: ogni situazione, contesto, pensiero, è ripetuto in maniera uguale da ciascun personaggio della coppia in scena, svelandoci punti di vista apparentemente diversi ma, in realtà, accomunati dalle medesime debolezze e fragilità emotive. In questo senso si spiega la definizione di “onirico e caleidoscopico” che spesso Schimmelpfenning si è guadagnato dalla critica: perché ricrea, attraverso queste frammentazioni, una dimensione che è al tempo stesso di smarrimento e di critica oggettiva.

Le “spintarelle” evocate dal titolo alludono ovviamente alle dinamiche che spesso dominano gli ambienti competitivi – ma anche allo spingersi in alto grazie all’ascensore. I personaggi s’interrogano, infatti, su se stessi quando sono soli: nello spazio limitato dell’ascensore che li porta verso i piani alti del palazzo – dove tutti sperano di arrivare, un giorno, perché vivere lassù significa contare davvero, comandare i giochi del potere.

Ottima infine la scelta musicale – che allude al titolo del testo e che, con le sue sonorità techno, precipita lo spettatore in un clima di stordimento e di aggressività che caratterizza i personaggi in scena.

Push-up 1-3 (Spintarelle)
Teatro Filodrammatici
via dei Filodrammatici, 1 – Milano
fino a domenica 28 ottobre
orari: martedì, giovedì e sabato, ore 21.00 – mercoledì e venerdì, ore 19.30; domenica, ore 16.00
di Roland Schimmelpfenning
traduzione Umberto Gandini
regia Bruno Fornasari
con Michele Maccagno, Emanuela Villagrossi, Vanessa Korn, Tommaso Amadio, Marta Belloni, Michele di Giacomo
scene e costumi Erika Carretta
light designer Andrea Diana
produzione Teatro Filodrammatici

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