Sold out per Nederland Dans Theater 2. Nella location d’eccezione del Chiostro Grande di Santa Maria Novella si esibisce la formazione junior di una tra le Compagnie di danza contemporanea più celebri al mondo.

L’ultima cosa che vorremmo fare è autocitarci ma alcuni anni fa scrivevamo: “Anche la danza contemporanea forse dovrebbe sviluppare un linguaggio autonomo e altro rispetto al movimento e alla gestualità quotidiani, tornando a considerare il valore della tecnica”. Una considerazione nata dalla constatazione che, sempre più spesso, in Italia si confonde la contemporaneità con la mancanza di preparazione, l’allenamento, la disciplina e la professionalità che la danza – così come la musica (ma anche la prosa aggiungeremmo) – impongono. Purtroppo in un panorama devastato come il nostro è sempre più difficile fare i danzatori professionisti e, prima ancora, seguire un percorso di studi serio – che unisca le competenze teoriche della danza a una pratica che parta dal balletto classico (perché non si può tagliare la tela prima di aver provato a dipingerla).
Meritatissimi, quindi, gli applausi e la standing ovation di ieri sera a Firenze per NDT2, la Compagnia di danzatori tra i 17 e i 23 anni che, dopo un percorso serio nella danza classica, arrivano al Nederland Dans Theater per perfezionarsi, approfondire le specificità e i talenti che posseggono e, se la struttura che li accoglie per tre anni si conforma alle loro aspirazioni artistiche, unirsi alla Compagnia principale – una tra le maggiori al mondo.
Le tre coreografie originali presentate al Florence Dance Festival, firmate rispettivamente da Johan Inger nel 2002, da Marco Goecke (in prima nazionale e debuttata nel 2017), e da Sol León e Paul Lightfoot (1998) non solamente ripercorrono stilemi e peculiarità di una Compagnia junior (precisiamo: solo in termini anagrafici dei danzatori) con quarant’anni di esperienza alle spalle, ma mostrano la duttilità, perizia tecnica e la capacità espressiva (quest’ultima forse la dote più difficile da acquisire per un danzatore e sicuramente l’ultima che lo stesso può sviluppare, solamente dopo aver raggiunto la maestria tecnica e la padronanza totale del proprio corpo) dell’intero ensemble.
Anche la scelta di stravolgere il programma originale, partendo da Out of Breath per chiudere con Sad Case è risultata azzeccata, in quanto la simpatia trascinante dei performer (tanto espressivi da meritare questo appellativo), nell’ultimo pezzo, ha creato una situazione empatica con il pubblico, che ha plaudito anche sull’onda della trascinante autoironia dimostrata dagli stessi.
Senza voler ammorbare il lettore con discorsi troppo tecnici, possiamo ancora aggiungere che alcuni particolari ci hanno particolarmente colpito. In Out of Breath la struttura, che dovrebbe rimandare a una barca che sta affondando, ha la complessità del Triangolo di Penrose. Laddove esiste l’effetto ottico che permette, con un cambio di prospettiva, di mostrare che una struttura chiusa può essere, in realtà, aperta, si legge il rimando iconografico più che mai pregnante all’andamento stesso della vita – tema affrontato dal coreografo – appartenente a quell’universo dicotomico che la contrappone, da sempre, alla morte.
Nell’ultimo pezzo, Sad Case, quello colpisce è la libertà espressiva dei movimenti scelti per seguire ed esprimere le valenze emozionali delle musiche (in cui dominano i ritmi del mambo, della salsa e del bolero latinoamericano). Laddove altri coreografi avrebbero optato per costumi messicani e/o cubani e rimandi all’universo iperrealistico dei film statunitensi degli anni 50, qui la sobrietà dei costumi sui toni del grigio si sposa con l’effervescenza espressiva dei danzatori in grado di interpretare appieno le musiche, utilizzando una gestualità che si discosta dai (o ironizza con garbo sui) passi propri del mambo o degli altri ritmi sudamericani.
E chiudiamo con qualche riga dedicata alla coreografia che, forse, ci ha maggiormente colpiti, Wir Sagen uns Dunkles, di Marco Goecke. L’incontro tra coreografo e danzatori si trasforma in un’esperienza ai limiti tra l’onirico e il dionisiaco – in un bosco abitato da satiri e ninfe. Il confronto tra la musica di Schubert e quella dei Placebo sottolinea questa dualità profonda e, insieme, permette il dialogo tra classicità e contemporaneità. Dal punto di vista tecnico le uscite si tingono di metafisico, mentre la comparsa di una marionetta umana accentua la sensazione perturbante suscitata dall’intera performance. Un piccolo capolavoro da vedere più volte per apprezzarne appieno le valenze espressive e i rimandi a quell’inconscio collettivo evocato anche dall’uso chiaroscurale delle luci.

Lo spettacolo ha avuto luogo nell’ambito del Florence Dance & Performing Arts Festival 2018:
direzione artistica Marga Nativo e Keith Ferrone
Chiostro Grande di Santa Maria Novella
entrata da piazza della Stazione di Santa Maria Novella
da martedì 3 luglio a giovedì 2 agosto

giovedì 5 luglio, ore 21.30
Nederlands Dans Theater 2 – NDT2 presenta:
Out of Breath
coreografie di Johan Inger
musiche composte da Jacob ter Veldhuis e dal violinista Lajko Felix
scene e costumi Mylla Ek
disegno luci Ellen Ruge

Wir Sagen uns Dunkles

coreografie di Marco Goecke
consulente musicale Jan Pieter Koch
scene e costumi Marco Goecke
disegno luci Udo Haberland
(prima italiana)

Sad Case

coreografie di Sol León e Paul Lightfoot
scene e costumi Sol León e Paul Lightfoot
disegno luci Tom Bevoort

Foto: Rahi Rezvani

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